Chronic Care Model e gestione territoriale della emergenza COVID-19

Prima di questa emergenza da COVID-19 il principale problema di salute nella pratica totalità dei paesi sviluppati era la crescente diffusione delle malattie croniche, quali lo scompenso cardiaco, la broncopneumopatia cronica ostruttiva, il diabete, le demenze, ecc. Si tratta di malattie caratterizzate dalla  “non guaribilità” e dalla tendenza a colpire di più con l’avanzare della età. Poi è arrivato il coronavirus che ha trovato nella popolazione affetta da una o più di queste condizioni il bersaglio esposto ad un decorso più grave, al punto che la quasi totalità dei decessi si è verificata in questa popolazione a rischio. Vedremo in questo post come la migliore risposta alla cronicità assomiglia tanto alla migliore risposta al COVID-19.

 

Per la migliore risposta alla cronicità non si può prescindere dal cosiddetto “Chronic Care Model” (letteralmente “modello di risposta assistenziale alla cronicità”, ma ormai tutti fanno riferimento alla dicitura originale in inglese e alla sigla CCM ), un modello sviluppato dal professor Wagner e dai suoi colleghi del McColl Institute for Healthcare Innovation, in California (1).  Il CCM “base” ha trovato una ulteriore evoluzione nel modello ICCC (Innovative Care and Chronic Conditions) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2). Qui è riportata la rappresentazione grafica di questo modello i cui elementi chiave sono una cornice di politiche dedicate, l’organizzazione del sistema sanitario, il coinvolgimento della comunità, il ruolo della famiglia, i team socio-assistenziali e gli “agenti comunitari”.

 

 

Più in generale si può sintetizzare in 10 punti l’approccio secondo il Chronic Care Model così come è evoluto con tutti i suoi adattamenti (3):

  1. è necessario il passaggio da un’assistenza “reattiva” che risponde ad una domanda a un’assistenza “proattiva” che anticipa la domanda;
  2. va promossa un’assistenza basata sulla popolazione e non sul singolo individuo;
  3. va riconosciuta la centralità delle cure primarie nei processi assistenziali con forti collegamenti con il resto del sistema;
  4. va erogata un’assistenza focalizzata sui bisogni individuali della persona considerata all’interno del suo specifico contesto sociale;
  5. va garantito il supporto di sistemi informativi evoluti;
  6. occorre promuovere la partecipazione comunitaria;
  7. occorre investire sull’auto-gestione dei pazienti e dei caregivers;
  8. è necessario disporre di linee guida costruite non per singola patologia/condizione, ma in grado di tenere conto della co-morbilità;
  9. occorre puntare su team multiprofessionali orientati al miglioramento continuo;
  10. bisogna ricordarsi che della cronicità oltre alla presa in carico è possibile anche la prevenzione.

Il Chronic Care Model per diventare operativo ha bisogno di modelli organizzativi nuovi e di nuove figure professionali come gli infermieri di famiglia e di comunità. Se uno ci pensa bene sono proprio quei modelli cui in sostanza ci si riferisce quando si dice “la battaglia contro il COVID-19 si vince sul territorio”. Espressione che noi potremmo trasformare in “la battaglia per la salute si vince sul territorio”.

 

BIBLIOGRAFIA

  1. WAGNER EH. Chronic disease management: What will it take to improve care for chronic illness? Effective Clinical Practice 1998; 1: 2–4.
  2. WORLD HEALTH ORGANIZATION. Innovative care for Chronic Conditions. Disponibile in https://www.who.int/chp/knowledge/publications/icccglobalreport.pdf?ua=1
  3. MACIOCCO G. Assistere le persone con condizioni croniche. Salute Internazionale.info, 23.01.2011. Scaricabile da: https://www.saluteinternazionale.info/2011/06/assistere-le-persone-con-condizioni-croniche/

L'esperienza sul campo di Reggio Emilia

Come si combatte l’epidemia da COVID-19 nel territorio: una esperienza da Reggio Emilia

Su Quotidiano Sanità è stata pubblicata lo scorso 5 aprile una lettera del Dott. Euro Grassi, Medico di Medicina Generale, Segretario Generale Provinciale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) di Reggio Emilia, in cui si descrive come si combatte sul territorio l’emergenza COVID-19.

La lettera descrive una particolare organizzazione delle cure primarie territoriali nella provincia di Reggio Emilia. Questa esperienza viene ben descritta nella lettera a partire dal gruppo di Progetto dalla FIMMG (la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale) di Reggio Emilia e dal  Dipartimento Cure Primarie dell’Ausl Reggio Emilia. Al loro lavoro si deve un accordo  che prevede una serie coordinata di azioni finalizzate soprattutto alla gestione anticipata a livello domiciliare dei casi di COVID-19:

 

a) i Medici di Medicina Generale (MMG) fanno triage telefonico sui loro assistiti e danno terapie sintomatiche ai casi lievi, secondo indicazioni clinico-terapeutiche concordate anche con gli infettivologi;

b) i MMG inviano ad Ambulatori Covid i casi non da Pronto Soccorso, ma con sintomi persistenti. Sono stati istituiti in 12 sedi AUSL sparse nella provincia per dare una risposta vicino ai MMG ed ai cittadini, ove lavorano a turno MMG e MCA (i Medici della Continuità Assistenziale, ovvero quelli della cosiddetta Guardia Medica) volontari, con una protezione come quella del personale dei reparti di Malattie Infettive, “coperti” per le chiamate urgenti e le visite ambulatoriali dei loro assistiti dagli altri MMG delle medicine di rete e di gruppo (le principali forme di associazionismo dei MMG);

c) negli Ambulatori Covid il MMG-MCA visita, controlla la saturazione di ossigeno, può fare eseguire il tampone diagnostico, dare il Plaquenil (che sembra funzionare  benissimo, specialmente se dato precocemente), fare  anche una eco fast polmonare salvo inviare a RX TAC con percorso diretto i casi da accertare meglio  oppure chiamare direttamente il 118 per i casi gravi da portare in Pronto Soccorso;

d) per i casi di famiglie completamente allettate, di pazienti non trasportabili negli ambulatori Covid o per il controllo di  pazienti dimessi dai PS o dai reparti ospedalieri, sono attivate le USCA, Unità Speciali di Continuità Assistenziale (previste a livello nazionale da un Decreto Ministeriale), composte non solo da Medici di Continuità assistenziale ma anche da Medici di Medicina Generale, ma troppo onerose in termini di impiego di medici e mezzi rispetto al numero di cittadini colpiti da assistere se utilizzate da sole. Anche in questo caso, il MMG-MCA, in massima protezione, visita, consegna Plaquenil e prescrive terapie ed accertamenti urgenti.

 

Il modello  che integra USCA e  questi ulteriori “gruppi” volontari  funziona benissimo. In questo modo, gli studi dei MMG sono liberati dalle patologie infettive ed i MMG possono riprendere a lavorare per appuntamento per le altre patologie, mentre i cittadini Covid 19 hanno una risposta sul territorio sia ambulatoriale che domiciliare, non intasano i PS ed essendo sottoposti a terapia precocemente, non virano verso la polmonite interstiziale e non solo vanno meno in terapia intensiva , ma hanno anche una precoce eradicazione del virus.

Questa organizzazione permette anche di concentrare i Dispositivi di Protezione Individuale  FFP2 e FFP3, davvero troppo scarsi per i MMG, laddove servono maggiormente.

A Reggio Emilia -si aggiunge nella lettera – si dispone  di un protocollo Clinico Terapeutico, a cui fare riferimento, per gli ospiti delle CRA (Casa Residenza per Anziani non autosufficenti)  comprese le strutture con solo posti privati e non convenzionati con sintomatologia sospetta COVID. Il protocollo è condiviso dai  Medici con incarico di Diagnosi e Cura o di Coordinamento delle CRA, e da tutti i MMG che hanno propri assistiti all’interno delle strutture per anziani.

Si stanno valutando – prosegue “il racconto” - ulteriori ipotesi di assistenza da parte di MMG e MCA presso una Lungodegenza decentrata per soggetti Covid positivi, struttura a bassa intensità assistenziale, e presso una struttura residenziale per pazienti Covid positivi paucisintomatici, che non possono rientrare al proprio domicilio per motivi legati alle caratteristiche della loro abitazione e o del nucleo familiare (l’ipotesi è quella di una sorta di Ospedale di Comunità  presso un Ospedale o un Albergo).

La lettera conclude ricordando che l’organizzazione delle cure primarie territoriali e la tutela dei MMG-MCA con DPI adatti per affrontare e vincere l’epidemia Covid 19, sono la cosa più importante e meno applicata in tutte le Regioni. Non ci saranno mai – considerazione finale - Ospedali e letti di terapie intensive sufficienti, se non si attiva il filtro delle cure primarie territoriali!


Idea per la bacheca: ospedale in continuità intelligente

Una idea per la bacheca: l’Ospedale in continuità intelligente

Presentazione dell’idea (a cura di Claudio Maria Maffei)

Anche questa idea nasce nel contesto della rilanciata  collaborazione in occasione della attuale emergenza epidemica del mio amico Giorgio Ascoli ( già Direttore della Struttura Complessa di Medicina Nucleare fino al 2017 e del Dipartimento di Scienze Radiologiche)  con la sua vecchia Azienda e cioè l’Azienda Ospedaliero Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona. Giorgio dal 2018 è entrato come socio e poi dal 2020 come consigliere nel CDA della Fondazione Ospedali Riuniti di Ancona onlus, attualmente con delega organizzativa, insieme con la Presidente Dott.ssa Marisa Carnevali, all’Emergenza COVID-19. E’ tornato questi mesi a dare una mano in ospedale e qui gli sono venute in mente delle idee che ci piace fargli condividere.

 

Questa idea Giorgio l’ha condivisa con Francesco Benedetti, Amministratore Azienda SHELLBE Ancona.

 

L’indirizzo mail di Giorgio è il seguente: giascoli@tiscali.it.

 

L’idea

In questo momento, durante l'emergenza COVID - 19 dobbiamo cominciare a pensare ad una nuova Fase, futura ma molto vicina a noi, in cui bisogna pensare ad una nuova idea di Ospedale, con integrata una parte "non ospedale", con  tre livelli di operatività integrati tra loro:

 

  1. uno interno al domicilio del cittadino/paziente;
  2. uno di quartiere o di aggregato sociale;
  3. uno in continuità degli ospedali più grandi esistenti.

 

Praticamente un sistema integrato in cui l’obiettivo non è mandare il cittadino/paziente al Pronto Soccorso dell’ospedale, ma  di non mandarcelo. E allora abbiamo immaginato una organizzazione declinata su tre livelli, di cui solo l’ultimo in realtà davvero “ospedaliero”. Una organizzazione che pensata in risposta a questa epidemia ha dentro elementi che potrebbero servire “sempre”.

 

Il primo  livello di questo Ospedale è l’abitazione, però non come è adesso, perché spesso così com’è non “funziona”.

 

Qui come primo elemento fondamentale ci sarà il termometro, come secondo ci sarà il misuratore di saturazione di ossigeno, importantissimo perché da lì si capisce che capacità respiratoria si ha, e poi di seguito un mini palmare ECG. In questa mini stazione sanitaria domiciliare saranno racchiuse le potenzialità di diagnostica delle funzioni vitali di base del cittadino allorché si sospetti che diventi paziente. La prima cosa da aggiungere all’ambiente di casa è quindi  la possibilità di avere postazioni tecnologiche, anche relativamente “semplici” (linea telefonica fissa con modem, smartphone con internet, stampante, collegamento Bluetooth)  in modo che il cittadino possa comunicare ed eventualmente fare il telelavoro, la scuola online e tutto quello cheoggi si può fare a casa. Necessariamente occorre il supporto della telemedicina con un professionista che a distanza monitori quello che succede.

 

Questa organizzazione comporta il superamento della fase del tradizionale accesso all’ambulatorio della Medicina Generale come è considerato attualmente, semplificando, ma soprattutto alleggerendo la fase ambulatoriale, ora utilizzata in modo non sempre appropriata. Soprattutto l'obiettivo sarà quello di non andare a sovraffollare prima gli ambulatori di Medicina Generale, poi il Pronto soccorso e gli Ospedali, che sono diventati luoghi della massima concentrazione dell’infezione, come in occasione dell'emergenza COVID19.

 

Il secondo livello di questo Ospedale è un presidio di quartiere o di aggregato sociale.

 

Si deve pensare di attuare un modulo, un’assistenza, un presidio che sia “di  prossimità” . Qui si deve realizzare un passaggio intermedio tra la abitazione, come declinato sopra, e la fase ospedaliera. Bisogna organizzare uno spazio ben definito e protetto, tipo situazione “a modulo” realizzabile in sede di quartiere o di raggruppamento abitativo maggiore.

 

Il terzo livello di questo Ospedale  è quello che abbiamo immaginato in continuità fisica con l'Ospedale di riferimento.

 

In questo livello di articolazione della nostra proposta si ipotizza di realizzare l’utilizzo di moduli aggregabili, da destinare al triage, prima visita e degenza tipo OBI, all'esterno dell'Ospedale di riferimento, in un luogo da reperire immediatamente vicino e quindi in contiguità. Nel caso in cui l’epidemia diventi importante, come è avvenuto nelle Marche, potrebbero essere fatto ricorso a delle istallazioni modulari collocabili nelle vicinanze immediate di un grosso complesso ospedaliero, dove istituire uno scambio “intelligente e dinamico” per il trattamento dei pazienti tra sospetti, accertati, bisognosi di diagnostica, di ricovero in sub-intensiva, intensiva e infine riavviati prima della ridomiciliazione ad una convalescenza controllata. In pratica una espansione COVID dell’Ospedale.

 

Il fine di questa riorganizzazione è quello di riuscire a mettere in protezione costante tutti. In primo luogo  i pazienti ritenuti potenziali malati, che poi, se confermati malati, vengono avviati  alla cura in modo veloce con un ben definito percorso di ospedalizzazione. In secondo luogo viene messo in protezione il personale di assistenza, dai Medici del territorio e delle strutture di ricovero, agli Infermieri, Tecnici e tutto gli operatori coinvolti sia fuori che dentro l'Ospedale. In questo modo si consente il trattamento in urgenza in ambienti dedicati dei nuovi malati, mantenendo in assoluta sicurezza i già ricoverati all'interno dell'Ospedale ed evitando quelle situazioni di “promiscuità” dei percorsi  che in questi giorni sono verosimilmente entrate in gioco nella diffusione del contagio e nella riduzione drammatica della disponibilità ospedaliera per i malati già presenti e di quelli bisognosi di assistenza “normale” di elezione.

 

Ci piace chiamare questo modello Ospedale in Continuità Intelligente.


L'esperienza sul campo del Covid Hospital di Senigallia

L’esperienza sul campo del Covid Hospital: la sfida di oggi

Presentazione della esperienza

Questa esperienza mi è stata raccontata da due cari amici: Tamara Campanelli e Gabriele Pagliariccio. Coordinatrice infermieristica lei e chirurgo vascolare lui. Fine della presentazione. Adesso vi raccontano loro.

 

Il racconto del Covid Hospital di Senigallia

La sfida al Covid - 19 passa anche attraverso i Covid Hotel.

A Senigallia ha aperto il primo e per ora unico Hotel della regione Marche che accoglie le persone clinicamente guarite che non possono fare un isolamento fiduciario al proprio domicilio.

È stato messa in campo in pochissimo tempo una struttura utile per il territorio ma anche per tutta la regione grazie alla collaborazione dei medici volontari dell’ambulatorio solidale Paolo Simone Maundodè, della Fondazione Caritas, del comitato “Un aiuto per l’ospedale di Senigallia” che hanno realizzato un protocollo d’intesa con il Comune di Senigallia l’ASUR Marche per la gestione delle persone che possono essere dimesse dall’ospedale perché senza sintomi (guarigione clinica) ma che non possono tornare al loro domicilio, oltre che per coloro che devono effettuare la quarantena ma non ne hanno la possibilità.

Passati i momenti più gravi della pandemia oggi quello che serve è la corretta gestione dei numerosi casi di pazienti in isolamento domiciliare perché non tutti hanno una stanza dedicata in cui fare l’isolamento, un bagno dedicato o semplicemente qualcuno che ti porta la spesa a casa.

Il Covid Hotel, situato presso il lungomare di Senigallia, vuole rispondere a questi bisogni sociali. Qui l’ospite deve solo avere la pazienza di stare in camera… (tra l’altro quasi tutte le stanze hanno un terrazzo fronte-mare); la struttura e gli operatori si occupano di fornire il cibo, del cambio di biancheria, del sostegno psicologico e per chi lo desidera anche del sostegno spirituale. La capacità ricettiva è di 40 stanze, ciascuna con bagno interno, wifi, televisione, telefono e balcone con vista mare. Chi entra nella camera non può uscirne almeno per due settimane, questo il tempo minimo di positività. Viene fornita la biancheria, i pasti vengono lasciati fuori dalla porta perché gli ospiti non possono entrare in contatto con il personale che opera nella struttura. I rifiuti vengono messi in un sacco, senza differenziare. Tutti i percorsi sono stati sottoposti a revisione critica ed impostati come procedure ben differenziate in modo da poter permettere a tutti (operatori ed ospiti) di convivere ed operare reciprocamente senza rischi.

Chi ci lavora? Le persone che hanno realizzato il progetto sono prevalentemente dei volontari che hanno messo a disposizione le loro diverse competenze. I volontari della Caritas si sono occupati di identificare la struttura, di selezionare quella “più idonea”, il Comitato “Un aiuto per l’ospedale di Senigallia” ha raccolto i fondi necessari per i bisogni del territorio e di conseguenza ha in parte sostenuto la parte economica insieme alla Fondazione Caritas di Senigallia (ricordiamo che il soggiorno nella struttura è completamente gratuito).

Poi i ci sono i “tecnici” cioè i volontari che hanno contribuito con il loro specifico professionale: la parte igienico-sanitaria è stata seguita dalla Prof.ssa Emilia Prospero (Istituto d’Igiene Università Politecnica delle Marche), la parte comportamentale ed organizzativa dalla Dr.ssa Tamara Campanelli (Coordinatrice infermieristica  Azienda Ospedali Riuniti Marche Nord) e per la parte clinica (criteri di accesso all’hotel) dal Dott. Gabriele Pagliariccio (Chirurgo Vascolare Azienda Ospedali Riuniti Ancona), questi ultimi volontari presso l’Ambulatorio solidale Paolo Simone Maundodè di Senigallia.

Per quanto riguarda gli operatori che quotidianamente sono presenti in hotel, sono stati assunti dalla fondazione Caritas e si occupano di rispondere a tutte le eventuali necessità degli ospiti mantenendo un costante contatto telefonico con gli ospiti.

 

Prima dell’apertura grazie alla collaborazione con Medici Senza Frontiere (in Area Vasta 2 è presente un gruppo di loro operatori che presta il proprio servizio in questo territorio) è stata effettuato un momento formativo in cui sono stati approfonditi temi relativi alle caratteristiche di trasmissione del Covid-19, aspetti comportamentali ed è stato effettuato un addestramento all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.


Idea per la bacheca: saturimetro amico

Presentazione del progetto (a cura di Claudio Maria Maffei)

Questa idea nasce nel contesto della rilanciata  collaborazione in occasione della attuale emergenza epidemica del mio amico Giorgio Ascoli (già Direttore della Struttura Complessa di Medicina Nucleare fino al 2017 e del Dipartimento di Scienze Radiologiche)  con la sua vecchia Azienda e cioè l’Azienda Ospedaliero Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona.

Giorgio dal 2018 è entrato come socio e poi dal 2020 come consigliere nel CDA della Fondazione Ospedali Riuniti di Ancona onlus, attualmente con delega organizzativa, insieme con la Presidente Dott.ssa Marisa Carnevali, all’Emergenza COVID-19. E’ in questo ruolo che in queste settimane intensissime ha elaborato questo progetto con altri Colleghi sia dell’ospedale che del territorio: Marcello Tavio, Direttore Malattie Infettive e Presidente Nazionale della Società di Malattie Infettive, Massimo Magi della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale e Marco Fabretti, Medico di Medicina Generale.

 

L’indirizzo mail di Giorgio è il seguente: giascoli@tiscali.it

 

Introduzione

Nell’azione di monitoraggio delle condizioni cliniche dei pazienti affetti da COVID-19, l’intensità e la qualità dell’interazione fra gli Operatori sanitari che agiscono rispettivamente sul versante ospedaliero e territoriale, giocano un ruolo fondamentale.

 

È all’interfaccia fra questi due ambiti infatti che si svolge la transizione dei pazienti con COVID-19 in vario stadio di evoluzione e gravità, in entrambe le direzioni; in questo progetto, in particolare, si prendono in esame le condizioni in base alle quali dovrebbe avvenire la transizione dal territorio all’ospedale del paziente COVID-19 che fino a quel momento è stato seguito in ambito territoriale a causa di condizioni cliniche a carattere non evolutivo.

 

A quali condizioni deve essere riconsiderata l’ospedalizzazione?

 

Fra tutte, la più importante è sicuramente rappresentata dal peggioramento della funzione respiratoria, la quale può essere valutata dal paziente stesso o dai familiari, in base ad alcuni semplici parametri:

 

  • frequenza degli atti respiratori, che deve mantenersi al di sotto dei 22 atti/minuto;
  • saturazione di ossigeno, che deve restare superiore al 94% in aria ambiente per il paziente privo di patologia respiratorie croniche pre-esistenti (tipo BPCO, asma, fibrosi polmonare etc., nel qual caso dovrebbe restare al di sopra del 92% sempre in AA);
  • comparsa o persistenza di febbre, se accompagnata a uno stato di prostrazione generale.

 

In caso di comparsa di uno o più di questi segni clinici, il paziente deve essere riferito prontamente al P.S. o all’Unità COVID-19 di competenza per la valutazione specialistica e l’esecuzione di una TC torace ad alta risoluzione.

 

Obiettivo

Obiettivo del presente progetto è il monitoraggio a domicilio della saturazione di ossigeno dei pazienti con COVID-19 a rischio di complicanze polmonari.

 

Metodo

Il metodo utilizzato si basa sull’impiego presso il domicilio di pazienti specificamente selezionati dai Colleghi MMG, di saturimetri opportunamente collegati via Wi-Fi ad una app dedicata in grado di trasmettere i dati sia al MMG che allo specialista ospedaliero. In base ad un algoritmo clinico condiviso, il paziente potrà essere accolto e valutato nell’ambito di una corsia preferenziale con evidenti vantaggi sia per il singolo che per l’organizzazione.

 

Con questo nome molto coinvolgente abbiamo voluto proporre una idea che è venuta dalla condivisione di tanti incontri suscitati dall'emergenza COVID, con la SOD di Malattie Infettive diretta dal Dott. Marcello Tavio e la Fondazione Ospedali Riuniti di Ancona onlus. Il presupposto su cui si basa è la necessità, per una situazione clinica mai incontrata dalla Medicina negli anni di riuscire ad avere strumenti, conoscenza, diagnostica precoce, controllo del territorio e risparmio delle risorse degli Ospedali in genere.

 

Fase 1 - La riduzione della saturazione abbiamo imparato a considerarla insieme con alcuni sintomi abbastanza frequenti e assidui nel paziente domiciliare, un indicatore costante del controllo della funzione polmonare. Il paziente riferisce, ormai per telefono, al medico di famiglia i sintomi che ha (rialzo febbrile, tosse, starnutazione, irritazione congiuntivale, senso di malessere generalizzato, difficoltà respiratorie e più raramente disturbi gastrointestinali e diarrea). Il medico può trovarsi con questa descrizione di fronte ad una semplice sindrome influenzale e anche la visita, se mai fosse intenzionato ad eseguirla al domicilio del paziente, non potrebbe dare nessuna sicurezza diagnostica se si è di fronte all'una o ad una infezione da Coronavirus. Si può adottare un atteggiamento wait and see, ma la misurazione immediata dei valori della saturazione dell’emoglobina nel sangue è importante se non mandatoria. Questo valore è molto importante per conoscere la situazione clinica dei polmoni. Esso è uno strumento di facile utilizzo, anche per chi non ha conoscenze mediche, che permette di sapere direttamente da casa lo stato di salute dei tuoi polmoni. Questo può diventare particolarmente utile nei casi di infezione da coronavirus (COVID-19), quando il paziente si trova in isolamento a casa, con il consiglio di consultare il medico telefonicamente.

 

RAZIONALE : dotando di un saturimetro il maggior numero di famiglie si potenzierebbe tale possibilità diagnostica in questa fase di mancata diminuzione delle infezioni nel nostro territorio e si metterebbe il medico di famiglia nella condizione di avere elementi in più, SpO2, frequenza cardiaca, PI e curva pletismografica,  molto importanti, per la decisione di come comportarsi e un controllo seriato nelle prime giornate di attenzione su quel paziente, prima di decidere se far intervenire, come ormai attuato nella nostra Città,  la speciale task force (USCA) che va al domicilio, esegue un tampone, una saturimetria e nel caso decide il ricovero. Questa possibilità di screening domiciliare eviterebbe anche in parte il ricorso al triage quando non sostenuto da dati certi, liberando le corsie di entrata dei pazienti ed evitando eventuali contagi nel ricorso, se non necessario, all'Ospedale.

 

Inoltre questa tipologia di saturimetri, dotati di tecnologia Bluetooth, consentono l'invio dei dati al medico di famiglia tramite messaggio whatsapp e anche ad una centralina in ospedale dove poter raccogliere tutte le informazioni in un database con un software dedicato presente come applicazione gratuita.

 

FASE 2 – La fase successiva ci troverà preparati a gestire in modo razionale questi pazienti e quanti altri si aggiungeranno con la distribuzione di altri saturimetri che hanno anche numerose funzioni vitali (SpO2, Frequenza cardiaca, PI e curva pletismografica) che in questa seconda fase serviranno a controllare da remoto i pazienti da parte dei loro medici di famiglia, situazione che dovrà divenire nel tempo quasi una procedura da seguire nella normalità, riducendo l'uscita di casa dei pazienti più anziani, con ridotta mobilità o altre problematiche e soprattutto il ricorso improprio all'Ospedale.

La cultura sanitaria futura, ma ormai attuale dopo quanto accaduto, dovrà cambiare necessariamente alla luce di quanto accaduto, che comunque ha mutato di molto le nostre abitudini di rapporto con i pazienti e gestione dei medesimi soprattutto nei riguardi della Sanità Pubblica, da preservare da inutili e dannose abitudini.

Nella Fase 2 e di lì in avanti si dovrà ragionare con quanto l'emergenza COVID19 ci ha insegnato e questo piccolo progetto potrebbe essere l'inizio di una nuova considerazione della abitudine sanitaria degli anni a seguire.


Bacheca delle idee

Ci è venuto in mente di aprire uno spazio a tutte le idee che chi lavora sul campo ogni giorno matura su come affrontare al meglio questa e future crisi epidemiche. Uno spazio informale in cui ognuno potrà esprimersi a ruota libera, magari sconfinando in campi che non sono suoi ma con l’unico obiettivo di buttare là un “Che dite potrebbe funzionare?”. L’idea potrebbe riguardare la gestione domiciliare dei casi lievi o il modo migliore di contenere la diffusione del virus in una comunità a rischio o come formare gli operatori o come fare una delle tantissime cose che ingegnosamente sono state immaginate o iniziate e che magari altri potrebbero riprendere e sviluppare. Ogni professione può partecipare come pure ogni cittadino consapevole che ha pensato a come una specifica cosa potrebbe essere fatta o essere fatta meglio. Cose piccole e cose grandi.

 

Le idee vanno mandate a: claudiomaria.maffei@gmail.com.

 

Magari non ne verrà fuori niente, ma parafrasando una famosissima citazione “ideas are real only when shared”. Questo sarà il nostro motto!

Le buone idee non tenetevele per voi! In ogni idea ci sarà un riferimento agli “autori” comprensivo di un indirizzo mail.