Qualche riflessione sulla rete ospedaliera della Regione Marche: partiamo dalla questione Marche Nord

di Lucio Luchetta, 30 novembre 2020

Da diversi giorni, in seguito ai nuovi indirizzi programmatori della nuova amministrazione regionale da poco insediata, si è aperto un vivace dibattito sulla stampa e sui social sul tema della riorganizzazione ospedaliera, tra favorevoli o contrari ad ospedali unici o nuovi ospedali.

Questa ripresa del dibattito ci fornisce l’occasione per riproporre alcune riflessioni su questo tema. Per ragioni di semplicità e di praticità contestualizzerò il mio contributo su uno specifico territorio, che non poteva non coincidere con quello in cui vivo: la Provincia di Pesaro e Urbino.

La Provincia di Pesaro e Urbino ha una popolazione complessiva di 357.137 abitanti distribuiti in 61 Comuni, su una superficie con estensione di 2.604 km2. I Comuni con maggior popolazione sono Pesaro, con poco meno di 100.000 abitanti e Fano, con circa 60.000 abitanti. Tutti gli altri comuni sono di piccole dimensioni. Ne elenchiamo alcuni a titolo esemplificativo: medi comuni come Vallefoglia e Urbino (circa 15.000 abitanti), medio-piccoli come Cagli (8.366 abitanti), piccoli o piccolissimi come Peglio (659 abitanti) e Frontino (288 abitanti).[1] Geograficamente, il territorio della Provincia è caratterizzato da una conformazione “a pettine” con tre valli disegnate dai fiumi principali che dagli Appennini scendono al mare. Dal punto di vista demografico si assiste ad un progressivo invecchiamento della popolazione, con un indice di vecchiaia di 191,6 (178,4 in Italia)[2] e con il 24,4% di popolazione con età superiore a 65 anni (23,2% in Italia).[3]

La precedente amministrazione regionale aveva proposto una scelta di razionalizzazione della rete ospedaliera, programmando la concentrazione dell’attività per acuti in strutture di nuova

costruzione. Mentre questa è stata solo una scelta programmatoria, i piccoli ospedali, cioè gli ex poli ospedalieri, sono stati immediatamente trasformati in ospedali di comunità, senza contestualmente riuscire ad assicurare i servizi essenziali con risposte organizzative alternative e, soprattutto, senza condividere le scelte con i territori.

La motivazione principale di queste scelte è conseguente alle evidenze che la concentrazione delle casistiche, la maggiore disponibilità di strutture diagnostiche e la migliore organizzazione dei professionisti producono una più elevata qualità e sicurezza delle cure per le patologie acute.  Inoltre, il rispetto dei vincoli economici, la “spending review”, ha spinto a pensare che la realizzazione dei guadagni di efficienza si sarebbe conseguita anche con la concentrazione dei servizi sanitari, con conseguenti economie di scala. Poi la spinta definitiva è arrivata dalla emanazione del Decreto Ministeriale n.70/2015 che ha stabilito gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera. Questo D.M. “…non va utilizzato come precetto (regola di governo autorevole e tassativa), ma come utile riferimento programmatorio per garantire il massimo di razionalità alla rete ospedaliera liberando risorse per il territorio…”.[4]

L’organizzazione attuale è la seguente:

  • ospedali di Pesaro e Fano, riuniti nell’Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti Marche Nord (AORMN)
  • presidio ospedaliero unificato dell’Area Vasta 1, con le due strutture di Urbino e Pergola
  • ospedali di comunità di Cagli, Fossombrone e Sassocorvaro: la struttura di Cagli è in parte utilizzata da privato convenzionato per attività di riabilitazione e lungodegenza e quella di Sassocorvaro è quasi totalmente gestita da una casa di cura privata con attività prevalente di tipo chirurgico.

Dal punto di vista strutturale, abbiamo a disposizione ospedali di vetusta costruzione, che hanno richiesto, e continuano a richiedere, grandi investimenti economici per manutenerli e adeguarli, alle nuove norme di sicurezza. Vi è quindi una sicura necessità di avere strutture rispondenti ai canoni moderni di edilizia ospedaliera. Basti vedere come la recente emergenza sanitaria ha messo in evidenza la difficoltà delle strutture sanitarie attuali ad essere flessibili e ad adattarsi alle esigenze temporanee, seppur critiche e importanti. La qualità e l’efficienza di un ospedale dipendono sicuramente, e prioritariamente, dal livello di qualità degli operatori sanitari. Ma dipendono anche dalla qualità e dalla funzionalità della struttura ospedaliera; inoltre lavorare in una struttura moderna e funzionale può essere anche motivo di attrazione per i professionisti.

L’ospedale costituisce un elemento fondamentale nella definizione del tessuto di un territorio ed è spesso l’impresa più grande nella comunità nella quale è inserito; inoltre è, per definizione, il luogo della tecnologia avanzata. Anche per questi motivi suscita tanta attenzione. Si è passati dal costruire ospedali con struttura a padiglioni (che cominciarono a diffondersi nel ‘700), al monoblocco, poi al poliblocco ed alla piastra-torre[5]. Inoltre, in questi ultimi anni sono cambiati sostanzialmente anche i criteri organizzativi ospedalieri. Basta pensare solo all’assistenza per intensità di cura: un'organizzazione non più articolata, come da tradizione, in Reparti o Unità operative in base alla

patologia e alla disciplina medica, ma in aree omogenee, che ospitano i pazienti in base alla gravità del caso clinico e del livello di complessità assistenziale.

Ora che la nuova amministrazione regionale sta rivedendo le scelte precedenti, si è aperto un largo dibattito che ha riportato di nuovo tutta l’attenzione sugli ospedali.

Nonostante che da tempo e da varie parti politiche si dica che verrà modificato, il D.M. 70 tuttora resta valido e dunque dobbiamo partire da quanto vi è previsto per la classificazione delle strutture ospedaliere:

“…2.2  I presidi ospedalieri di base, con bacino di utenza compreso tra 80.000 e 150.000 abitanti…

2.3       I presidi ospedalieri di I livello, con bacino di utenza compreso tra 150.000 e 300.000 abitanti….

2.4       I presidi ospedalieri di II livello, con bacino di utenza compreso tra 600.000 e 1200.000 abitanti….

Da questa classificazione devono discendere le indicazioni generali per la definizione di numero e tipologia delle strutture ospedaliere di questa Provincia ed per la qualificazione dell’AORM. Decidere se può essere un presidio di II livello in quanto “…I presidi ospedalieri di II livello sono istituzionalmente riferibili alle Aziende ospedaliere…”[6], anche se non ha il requisito del bacino di utenza (…compreso tra 600.000 e 1.200.000 abitanti…). Inoltre, il vincolo del bacino di utenza viene ripetuto in varie specialità previste nel presidio ospedaliero di II livello, come ad esempio la chirurgia toracica (bacino di utenza compreso tra 800.000 e 1.500.000 abitanti) o la chirurgia maxillo-facciale (1.000.000-2.000.000).

La proposta precedente consisteva nella costruzione di un ospedale per acuti che accorpasse le due strutture di Pesaro e Fano: l’ospedale unico Marche Nord. La denominazione “unico” ha fatto subito nascere resistenze dal momento che si poteva pensare che le risorse necessarie dovevano essere recuperate anche dal ridimensionamento degli ospedali periferici. Risolto il problema: è bastato cambiare nome da “unico” a “nuovo”.

Ma come dovrebbe essere questo nuovo ospedale, chiamiamolo “principale”? Dovrebbe rappresentare il riferimento, l’hub, per le patologie acute tradizionali e per quelle delle specialità a più alta incidenza epidemiologica del territorio. Ma, contemporaneamente, dovrebbe essere il riferimento di una rete di strutture, ognuna con un proprio ruolo definito, diffuse nel territorio: cioè l’organizzazione su più livelli di complessità. Senza questa rete, l’ospedale principale non assumerà mai completamente il ruolo per cui viene progettato, perché verrebbe troppo impegnato in attività di basso livello assistenziale. Ma nello stesso tempo, le strutture periferiche, senza un ospedale principale, non potranno mai raggiungere una loro specifica efficacia tale da assicurare la propria funzione nel tempo.

Inoltre, la necessità di questa rete diffusa discende anche dall’andamento demografico della popolazione. Questo andamento ha prodotto l’esigenza di una risposta assistenziale che non può

venire dalla precedente visione organizzativa delle strutture ospedaliere e della gestione generale del sistema sanitario. L’aumento della popolazione anziana e delle malattie croniche ha determinato la necessità di assistenza continuativa, altrettanto importante anche se di minore intensità assistenziale, di assistenza il più prossimale possibile alla residenza dei pazienti. Quindi, ha determinato la necessità di maggiori cure sul territorio ed a domicilio. Siamo proprio sicuri che costruire l’ospedale principale debba per forza comportare la desertificazione dei servizi sanitari nelle periferie? E siamo altrettanto sicuri che per ridare nelle aree interne i servizi sanitari essenziali è necessario bloccare la costruzione di un nuovo ospedale principale? Non vorrei che ancora una volta questo dibattito venga trasformato in una contrapposizione tra costa ed entroterra: se fosse ancora così, già sappiamo chi saranno i “vincitori”.

Ma è proprio impossibile pensare che non si possa progettare un percorso che raggiunga ambedue gli obiettivi? L’ospedale principale della Provincia potrà nascere dall’accorpamento effettivo delle funzioni delle due strutture di Pesaro e Fano, data la minima distanza chilometrica esistente tra le due città, e così si riuscirà ad ulteriormente qualificare la risposta ospedaliera della nostra Provincia. Dovrà servire anche ad arginare i grandi volumi di mobilità passiva che caratterizzano i territori di confine, come il nostro. Parlare della sede dove collocare il nuovo ospedale ci porterebbe troppo lontano. Certo, non è irragionevole pensare che dovrebbe essere collocato nella posizione più baricentrica e più accessibile per tutto il territorio. Oppu.re, non è irragionevole considerare che il luogo migliore per costruire un nuovo ospedale di medie dimensioni, ma di grandi dimensioni per la nostra realtà, non possa essere all’interno di una città o su una collina. Ancora più lontano ci porterebbe affrontare il discorso di possibili analisi costi-benefici, tecnica che in sanità richiede maggiore attenzione soprattutto sul versante della valutazione dei benefici. Questa metodica quando è applicata su processi poco complessi, tipo scelta di un esame diagnostico o di un trattamento terapeutico (farmacoeconomia), risulta di più semplice applicazione. Quando la vogliamo utilizzare per processi più complessi, come per rispondere alla domanda se un ospedale unico sia più performante o meno rispetto a due ospedali separati, comporta inevitabilmente un certo grado di incertezza e soggettività. Potremmo parlare delle modalità di finanziamento: fondi disponibili, mutuo o project financing. Ma lascio queste valutazioni ad esperti, purché liberi da preconcetti ideologici. Infine, non dimentichiamoci del problema della grave carenza di operatori sanitari: facciamo una valutazione preventiva della quantità e della disponibilità delle figure professionali che servono per il funzionamento della rete e del tipo di ospedale/struttura che si intende mantenere o sviluppare. Non rischiamo di vedere la nostra programmazione fallire per mancanza di personale.

Nonostante le innumerevoli dichiarazioni sull’intenzione, finalmente, di valorizzare l’assistenza territoriale, ancora più enfatizzate dalle conseguenze di questa grave pandemia, alla fine siamo sempre a continuare a parlare di ospedale come unica priorità qualificante di un sistema sanitario.

Mi pento di quanto scritto e mi chiedo: quando ricominciamo, o meglio cominciamo, a parlare e riorganizzare l’assistenza territoriale, le cure prossimali, l’approccio alla cronicità e l’assistenza residenziale per gli anziani?

 

[1] Dati ISTAT, aggiornati al 31 dicembre 2019.

[2] L’indice di vecchiaia è il rapporto tra la popolazione anziana (65 anni e oltre) e la popolazione più giovane (0-14 anni); valori superiori a 100 indicano una maggiore presenza di soggetti anziani rispetto ai giovanissimi.

[3] Dati ISTAT, anno 2020

[4] Da “Il DM 70/2015 (confidenzialmente Decreto Balduzzi) come opportunità e non come precetto...”, C.M.Maffei, 4 maggio 2029, Blog Marche Sanità)

[5] Cioè strutture dove la zona delle degenze viene collocata nella parte della struttura a forte sviluppo verticale, mentre gli spazi destinati a servizi occupano la parte basamentale (piastra) dell’intera struttura ospedaliera.

[6] D.M. 70: “..2.4  I presidi ospedalieri di II livello, con bacino di utenza compreso tra 600.000 e 1.200.000 abitanti, sono strutture dotate di DEA di II livello. Tali presidi sono istituzionalmente riferibili alle Aziende ospedaliere, alle Aziende ospedaliero universitarie, a taluni Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) e a Presidi di grandi dimensioni della Azienda sanitaria locale (ASL)…


Il tempo sospeso delle malattie vascolari al tempo del Covid-19

di Gabriele Pagliariccio(*)

 

*Chirurgo vascolare presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona; referente per la Regione Marche della Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare; consigliere nazionale della Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare.

 

Di recente Quotidiano Sanità commentando l’ultimo Rapporto  di ALTEMS (Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari  dell’Università Cattolica)ha evidenziato il grave problema dell’aumento del rischio di complicanze e peggioramento della prognosi per le patologie non Covid. Specifici commenti hanno avuto ad esempio di recente i problemi legati alla riduzione degli screening oncologici e l’aumento della mortalità per infarto legata al ritardo nel trattamento ed alla paura di andare in ospedale.

 

Vorrei portare oggi un contributo di riflessione in tema di patologia vascolare. Stiamo vivendo ormai da molti mesi nel mezzo della pandemia da Covid-19 nella quale ci viene impedita ogni progettualità a breve e lungo termine. È una sorta di “tempo sospeso” che coinvolge la sfera personale e sociale, ma incide in modo straordinario anche in quella professionale. In particolare per chi si occupa di malattie cardiovascolari, ormai da molti mesi il quadro è assolutamente drammatico. Come ben sappiamo queste malattie hanno una diffusione amplissima nella popolazione e rappresentano la prima causa di morte (oltre il 30% secondo OECD Health Statistics 2020), con percentuali più alte anche di quelle delle malattie oncologiche. Questi dati sono ancora più drammatici nella loro semplicità se li interpretiamo alla (scarsa) luce del periodo in cui viviamo: il Covid ci ha costretto in tutta Italia, e probabilmente non solo in Italia, a ridurre – e per un certo periodo a bloccare - tutte le prestazioni da erogare sia nell’ambito della valutazione clinica della popolazione a rischio che in quello del trattamento terapeutico e del follow up. In ambito diagnostico il nostro lavoro prevede l’effettuazione di visite ed esami di diagnostica non invasiva mediante EcoDoppler per individuare, all’interno della popolazione a rischio, i pazienti affetti da malattie vascolari. Tutto questo è stato praticamente soppresso per molti mesi con un danno sanitario enorme che verrà pagato nei prossimi anni in termini di eventi vascolari: non aver individuato e trattato una stenosi carotidea significa che potremmo aspettarci che quel paziente arrivi prossimamente alla nostra attenzione con un evento ischemico cerebrale (TIA od ictus). Sul versante terapeutico i trattamenti chirurgici ed endovascolari nel trattamento delle patologie vascolari sono stati ovunque fortemente ridotti - quando non addirittura cancellati - durante il lockdown in cui è stato possibile soddisfare solo le urgenze.

 

Ma le malattie vascolari non aspettano e progrediscono spesso in modo drammatico: un aneurisma dell’aorta non trattato può portare a rottura dell’aorta ed alla morte del paziente in percentuali sino al 50% dei casi secondo le linee guida 2019 della Società Europea di Chirurgia Vascolare.

La drammaticità del periodo in cui stiamo vivendo è che il carico di morbilità̀ e mortalità̀ delle patologie non trattate in questo frangente storico rischia di lasciare sul campo più danni e vittime della stessa pandemia.

 

In questi giorni stiamo apprendendo con grande preoccupazione le notizie di una possibile prossima sospensione dell’attività clinica non urgente negli ospedali italiani. Eppure il lockdown primaverile ci dovrebbe avere insegnato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che le malattie vascolari non sono seconde a nessuno per gravità, neppure al Covid-19. Nella primavera scorsa la pandemia ci ha colto di sorpresa spingendoci ad una chiusura generalizzata, ma ora conosciamo meglio il Covid 19 ed abbiamo armi per fronteggiarlo per cui un nuovo blocco dell’attività sarebbe ingiustificato per i nostri pazienti. Limitare di nuovo l’accesso agli ospedali ai soggetti con patologie vascolari (sia per la valutazione diagnostica che per il trattamento ed il follow up) sarebbe un errore imperdonabile, direi moralmente inaccettabile.

Le conseguenze sull’attività ospedaliera del primo lockdown le stanno pagando sulla loro pelle i pazienti con arteriopatia periferica (circa 200 milioni nel mondo secondo le recenti linee guida sulla malattia arteriosa periferica della Società Europea di Medicina Vascolare del 2019). Questi pazienti, non recatisi in ospedale durante il lockdown, hanno affollato i reparti della nostra disciplina con arti in gangrena da amputare unicamente perché non trattati in precedenza con una semplice angioplastica od un bypass. È inoltre indispensabile, aggiungo, che i pazienti siano consapevoli del fatto che l’accesso agli ospedali è sicuro con sanitari periodicamente sottoposti a screening con tamponi e test sierologici e con percorsi differenziati e che è estremamente più rischioso rimanere a casa che recarsi in ospedale per prendersi cura di una malattia vascolare.

 

Infine vorrei segnalare come in questo contesto pesino negativamente sulla qualità dell’assistenza i ritardi nella costruzione di una rete clinica che si occupi su base regionale di patologia vascolare. Purtroppo il Covid-19 allontana ancora di più la possibilità di portare ad operatività questa rete che permetterebbe un accesso alle cure più omogeneo sul territorio, un migliore utilizzo delle risorse umane e tecnologiche e di conseguenza un forte guadagno per la salute dei pazienti. I “nostri” malati hanno già un carico di malattia pesante e permanente: non si meritano proprio che questa pandemia glielo aumenti più ancora di quanto non ha già fatto.

 

*Chirurgo vascolare presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona; referente per la Regione Marche della Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare; consigliere nazionale della Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare.


Il bacio francese e il coronavirus, ovvero la tempesta mediatica perfetta

di Claudio M. Maffei, 11 Novembre 2020

 

La vicenda ormai da un paio di giorni è notissima vista l’enorme copertura mediatica che ne è stata fatta: in un video di alcuni mesi fa il nuovo Commissario della sanità calabrese dott. Giuseppe Zuccatelli si è lasciato andare a dichiarazioni colorite sulle modalità di contagio del coronavirus. Non le riporto tanto sono note, ma c’è comunque di mezzo un bacio “alla francese”. Mai l’espressione “circolazione virale” ha trovato come in questo caso piena giustificazione. In modo equilibrato l’altro ieri anche Quotidiano Sanità ha riportato video e notizia pubblicando anche le dichiarazioni dell’interessato dott. Zuccatelli e del Ministro Speranza che è stato chiamato in causa per averlo nominato. Dichiarazioni, concludeva il quotidiano,  che non sono però sufficienti a placare le polemiche. Fra l’altro questa nomina aveva appena fatto seguito ad un’altra vicenda sempre con un video in mezzo che aveva portato all’allontanamento dell’ex Commissario Generale Saverio Cotticelli.

 

Mi sembra che l’ultima polemica, quella sul nuovo Commissario, meriti un tentativo di commento “tecnico” nella consapevolezza che la tempesta perfetta lo spazzerà via, ammesso che qualcuno se ne accorga. Ma voglio provare avendo premesso che sono amico fraterno di Giuseppe Zuccatelli, il che non credo offuschi la mia capacità di riflettere su alcuni aspetti della vicenda.

 

Sulle motivazioni delle dichiarazioni e sul contesto in cui sono state fatte ha già ieri riferito QS, io invece mi vorrei soffermare sulla natura delle reazioni che quelle dichiarazioni hanno scatenato. Il numero di commentatori severi e scandalizzati che sono intervenuti sulla questione è elevatissimo e di “alto grado”. Stiamo parlando delle edizioni serali dei principali telegiornali,  delle trasmissioni di maggior seguito che coprono ormai da mesi tutti gli aspetti della pandemia, dei conduttori più prestigiosi e degli ospiti più “influenti” e popolari. Vorrei portare per un momento l’attenzione su quello che ha reso tale la “notizia”: il fatto che a pronunciarla sia stato il nuovo “Commissario ad acta  per l’attuazione del piano di rientro” della Regione Calabria. Fermiamoci per un attimo su questo ruolo e chiediamoci quanti dei severi commentatori scandalizzati sanno attribuirgli un significato. Quanti sanno che cosa è un Piano di rientro e sono andati a navigare nel sito dedicato del  Ministero della Salute per verificare di cosa si tratti, di cosa comporti e di quali sono le Regioni che lo stanno attuando e quali sono quelle che lo hanno attuate e dal Piano di Rientro (PdR) sono uscite. Si tratta di processi di enormi complessità ed anche molto discussi. C’è chi ne ha fatto una valutazione positiva, come l’Osservatorio Conti Pubblici Italiani della Università Cattolica del Sacro Cuore, che nell’agosto 2019 affermava: “La nostra analisi dunque suggerisce che la storia dei PdR in sanità sia una storia di successo, forse una delle poche in cui la revisione della spesa in Italia abbia funzionato davvero”. Altri invece ne danno una valutazione fortemente critica perché la loro attuazione andrebbe a scapito della erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) anche se una analisi di un paio di anni fa esattamente due anni fa conforterebbe sulla possibilità di “sanare” i conti e migliorare contestualmente i LEA. Quel che è certo è che si tratta di processi ad altissima complessità di cui il dott. Zuccatelli è già stato protagonista per alcuni anni in due realtà italiane, la Campania   e l’Abruzzo.

 

Contestare una nomina a Commissario in base ad una analisi critica delle precedenti esperienze di Commissariamento lo capisco, farlo senza sapere nemmeno di cosa sia un Commissariamento no. Non ho alcun dubbio che in una multidecennale esperienza dirigenziale e manageriale si possano avere fatto errori e accumulato risentimenti. Tutti segnali, specie questi ultimi,  che la rete dei social raccoglie in misura rapida e copiosa. Magari questo stesso post ne offrirà l’opportunità. Ma non si dovrebbe perdere di vista la rilevanza delle questioni serissime che stanno dentro un Piano di Rientro. Considerare in modo scandalizzato un video di quel tipo  significativo “di per sé” della inadeguatezza di un dirigente rispetto al ruolo di Commissario per la sua attuazione a dispetto della sua esperienza e competenza (che non si conoscono, come non si conosce cos’è un Piano di Rientro) mi sembra un altro segno dei tempi. Sono, a parere mio,  in troppi ad essersi inventati covidologi e già che ci sono a diventare censori delle scelte che si fanno sulle Regioni con problemi di sanità pubblica così rilevanti da essere poste “sotto tutela”.

 

Inutile dire che questa non è una difesa d’ufficio di un dirigente cui sono molto legato da molta stima ed ancor più grande affetto, ma vuole essere un richiamo appena sussurrato ad un approccio alla crisi della nostra sanità rispettoso della complessità dei problemi e della storia delle persone che se ne occupano. Da valutare sempre e rigorosamente, ma non così come si è fatto questi giorni. Quella di questi giorni (e che magari continuerà nei prossimi) non è stata una valutazione, ma un facile e compiaciuto utilizzo delle tribune che il mondo dei media e dei social offre a iosa.


Un appello: aumentare subito (da ieri) il numero di posti al Corso di Laurea per infermieri della Università Politecnica delle Marche!

di Claudio M. Maffei, 5 novembre 2020

Il Covid-19 ha evidenziato le enormi carenze nella disponibilità di infermieri per far fronte ai vecchi e nuovi urgenti bisogni della assistenza sanitaria ai cittadini della nostra Regione. Proprio questi giorni  un comunicato stampa della Regione Marche riportava la dichiarazione dell’Assessore alla Sanità sulla assunzione di 3000 infermieri.  Peccato che quei 3000 infermieri siano già quasi tutti in servizio con incarichi   temporanei nelle strutture pubbliche e private delle Marche. Sono quelli che stanno partecipando ad un concorso e che in tempi rapidissimi verrebbero assunti a tempo prima determinato per essere poi passati ad incarichi a tempo indeterminato. Tempi tecnici a parte per queste operazioni rimane il fatto che la iniezione di risorse nel sistema attraverso questa manovra sarà molto ma molto meno di quei 3000 infermieri che ieri i titoli dei giornali riportavano.

 

Niente in confronto agli infermieri di cui si deve disporre anche solo per dare un infermiere di famiglia/comunità ogni 60.000 abitanti e per coprire almeno in parte i posti letto aggiuntivi di terapia intensiva (105) e di semintensiva, e cioè le nuove misure previste per la risposta al Covid-19. Occorre poi ricordare che vanno adeguati gli organici delle strutture residenziali e di molti ospedali pubblici e pure privati. Questo problema drammatico a livello nazionale (vedi il ricco contributo informativo del mio amico Marcello Bozzi riportato qui) è altrettanto drammatico nelle Marche dove a fronte di questi nuovi bisogni che si aggiungono ai vecchi ogni anno si iscrivono ai Corsi di Laurea per infermieri solo 390 persone divisi su cinque sedi. Un numero assolutamente insufficiente che deve far fronte anche al turn-over legato ai pensionamenti.

 

Ci sarà tempo (poco) per calcoli più preciso ma un incremento del numero dei posti nei Corsi di Laurea per infermieri è vitale ed essenziale. In assenza di personale in più quello disponibile viene per far fronte al Covid-19 spostato da una struttura/Azienda all’altra con un inevitabile riflesso sulle attività che aumentate da una parte diminuiscono dall’altra.

 

Adesso servono processi di riorganizzazione intelligenti per usare al meglio le risorse oggi disponibili, ma è urgentissimo mettersi in grado di avere in futuro più risorse stabili per l’assistenza. E questi lo ottieni aumentando il personale a disposizione che viene formato dall’Università.

 

Ovviamente lo stesso discorso vale per le altre figure professionali, ma quello degli infermieri per le sue dimensioni è un problema/vincolo che merita priorità assoluta. Ogni giorno perso è una colpa.

 

La definizione del fabbisogno formativo per le diverse figure alla luce di queste considerazioni va fatto con il coordinamento della Regione e la partecipazione della Università, dei rappresentanti degli Ordini Professionali e degli altri interlocutori istituzionali. Subito. È già tardi.

 

È inutile dire che la struttura formativa dell’Università va ovviamente contestualmente potenziata e qualificata sennò la quantità andrà a scapito della qualità. Formare  più professionisti non è una manovra “produttiva”, ma una iniziativa progettuale da promuovere, coordinare e monitorare ai massimi livelli.