Public health

Public health, un nuovo spazio dentro la nostra area COVID19

La nostra vocazione come Tech4care è quella, come si legge nel sito, di portare avanti progetti e servizi di ricerca e sviluppo (R&S), consulenza e formazione per innovare l'assistenza a persone fragili, non autosufficienti e con malattie croniche. Adesso l’emergenza epidemica dentro cui tutti ci troviamo coinvolti può far pensare a una perdita di centralità dell’assistenza a queste condizioni tipicamente “croniche” vista la natura per sua natura acutissima della infezione da COVID-19. In realtà non è così, anzi -se possibile – l’emergenza coronavirus rilancia come non mai la centralità dell’assistenza territoriale, più tipicamente vicina alle nostre attività di ricerca e sviluppo. In questa affermazione c’è la ragion d’essere di questa sezione “public health”.

Del resto viene proprio dalle aree più colpite del nostro Paese un richiamo forte a potenziare la risposta territoriale all’attuale emergenza infettiva. È stato dato di recente ampio risalto all’appello di un gruppo di medici di Bergamo (impegnati in prima linea dentro l’ospedale) pubblicato sul New England Journal of Medicine Catalyst (e diffuso in Italia anche tramite Il Foglio). In questo appello si dice tra l’altro (riprendiamo il contenuto del giornale) che:

 

“Detto in altre parole e molto chiaramente: questa non è come è stata spesso descritta una crisi della terapia intensiva, ma “una crisi di salute pubblica e umanitaria. E per questo bisogna muoversi esattamente nella direzione opposta di quella intrapresa finora. Primo: al contrario di concentrare i pazienti negli ospedali, bisogna puntare su tutti gli strumenti e le tecnologie che permettono di aumentare le cure domiciliari, dalla nutrizione all'ossigenoterapia, e rendere più flessibile l'assistenza per esempio con il ricorso alle cliniche mobili e la telemedicina”. I  medici di Bergamo chiedono anche di dare la priorità alla protezione del personale sanitario con luoghi e personale dedicato solo alla lotta al virus e di istituire “un ampio sistema di sorveglianza con adeguato isolamento”. Ma i dottori di Bergamo vanno anche oltre, e qui veniamo al secondo punto che emerge dall'appello: bisogna assistere l'intera popolazione perché questa è una crisi che investe la collettività. “I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti attorno al concetto di assistenza centrata sul paziente, ma un'epidemia richiede un cambiamento verso un concetto di assistenza centrata sulla comunità”, spiegano e denunciano chiaramente che questa consapevolezza è completamente mancata. “Ciò che stiamo apprendendo dolorosamente è che abbiamo bisogno di esperti in sanità pubblica ed epidemie, competenze sulle quali non si è concentrata l'attenzione dei decisori a livello nazionale, regionale e ospedaliero. Ci manca la competenza sulle condizioni epidemiche, che ci guidi ad adottare misure speciali per ridurre i comportamenti epidemiologicamente negativi”. Questo significa anche che servono altri tipi specialisti e, per chi volesse ascoltarli, li elencano,  “scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali”, chiedendo pure l'intervento dell'assistenza umanitaria internazionale.”

 

Questa centralità del territorio è stata ribadita di recente anche nella lettera pubblicata il 1 marzo sul  British Medical Journal (diffusa poi in Italia tra l’altro anche da Quotidiano Sanità) con primo firmatario il dott. Filippo Anelli Presidente della FNOMCEO. Dal Quotidiano Sanità riportiamo questo stralcio.

 

“Un recente articolo sul New England Medical Journal ha dimostrato che, oltre ai rischi personali che gli operatori sanitari si trovano ad affrontare, gli ospedali e il personale medico possono diventare un possibile veicolo di diffusione per l’infezione. L’articolo ha anche affrontato il problema dell'enorme percentuale di soggetti infettati che rimangono asintomatici e del loro ruolo nella diffusione dell’epidemia.


È da queste considerazioni che siamo partiti per lanciare il nostro appello e le nostre richieste dalle pagine del British Medical Journal affinché possano farne esperienza e trarne le dovute indicazioni anche tutti i colleghi delle diverse parti del mondo dove ancora ci sono margini di tempo per prepararsi”,

spiega Anelli.

In particolare abbiamo voluto sottolineare l'inadeguatezza del modello ospedalo-centrico per far fronte ad epidemie di questa portata, com’è diventato evidente dopo la chiusura di interi ospedali in Italia per la diffusione dell'infezione tra medici, infermieri e pazienti. Errore fatale è stato e in taluni casi rischia di continuare ad essere l’assenza di percorsi dedicati esclusivamente al Coronavirus quanto ad accesso, diagnostica, posti letto e operatori sanitari. Inoltre, va chiarito che nessuna epidemia si controlla con gli ospedali, come si è forse erroneamente immaginato: è sul territorio che va espletata l’identificazione dei casi con test affidabili ma anche con rapidi kit di screening e la sorveglianza con la tracciabilità dei contatti, il monitoraggio e l’isolamento”, aggiunge il presidente della Fnomceo.”

 

Insomma, per vincere la battaglia contro il COVID-19 bisogna spostare attenzione e risorse sul territorio. Ma c’è un altro ordine di considerazioni ancora. Il principale bersaglio della epidemia è rappresentato proprio da quei soggetti nei cui confronti con il suo “armamentario” Tech4care vuole aumentare la qualità dell’assistenza. Soggetti che vanno particolarmente supportati in questa fase per evitare di ritrovarsi a epidemia finita con un costo sociale molto più alto per i problemi non-Covid rispetto al pure enorme e doloroso impatto di quello COVID. Per cui, a prescindere (come diceva il grande Totò) dalla epidemia e, anzi, a maggior ragione in ragion di questa l’innovazione culturale, organizzativa e tecnologica cui lavoriamo avrà in questo periodo una ulteriore accelerazione.

 

In questo spazio affronteremo attraverso analisi, esempi e proposte il tema di come la battaglia contro il coronavirus finisca con il sovrapporsi alla battaglia per una migliore assistenza alle persone fragili, non autosufficienti e con malattie croniche. Come vuole la nostra storia.