Lo smaltimento e riduzione delle liste di attesa in chirurgia nelle strutture pubbliche: una buona occasione per il nuovo governo della sanità marchigiana

Claudio Maria Maffei - Coordinatore Scientifico di Chronic-on

Marcello Bozzi – Segretario ANDPROSAN – Associata COSMED

 

Premessa

 

Quello dell’accumulo di pazienti in lista di attesa per un intervento chirurgico è un problema già segnalato nel numero del 27 maggio di Quotidiano Sanità (QS) scorso a commento di una indagine Nomisma. La pandemia ha, infatti, creato un “buco” nella produzione chirurgica delle strutture pubbliche come denunciato da più parti e come discusso nella prima puntata autunnale di Health Serie sempre per iniziativa di QS. E’ anche stato previsto allo scopo nel Decreto di agosto un incremento dedicato di  risorse come ricordato di recente dal Ministro in occasione del Congresso della Società Italiana di Chirurgia. Il tema ci sembra meritevole di alcune riflessioni/proposte che adattiamo alla realtà marchigiana partendo da una  nostra recente lettera a QS.

 

La nostra ipotesi è che non basti una pur importante e iniezione di risorse nel sistema per dare una risposta adeguata sia in termini quantitativi che qualitativi al deficit di produzione chirurgica da parte delle strutture pubbliche, ma che serva anche un progetto complessivo regionale che valorizzi quella maggiore disponibilità di risorse.

 

Un possibile piano di riordino della rete delle chirurgie

 

La prima riflessione riguarda l’opportunità di una riprogrammazione e riorganizzazione complessiva dell’offerta di area chirurgica delle strutture pubbliche. Un possibile percorso metodologico (che qui viene solo abbozzato) potrebbe partire da una analisi della situazione esistente e quindi da:

 

  • una analisi della attuale rete degli ospedali delle Marche con riferimento alle indicazioni in termini di volumi e bacini di utenza del DM 70/2015 e quindi con una valutazione degli scostamenti rispetto alle indicazioni del DM (discipline in eccesso e ospedali con interventi “in difetto” per via dei volumi bassi);
  • una analisi delle variazioni introdotte a livello aziendale negli ultimi anni e dei provvedimenti conseguenti interessanti le aree chirurgiche ad esempio con l’unificazione di strutture complesse e la conseguente definizione delle linee operative da privilegiare nei vari punti del sistema all’interno delle diverse reti cliniche ove presenti;
  • una analisi delle caratterizzazioni e delle specificità presenti in ogni ambito/contesto operativo, comprensiva di una analisi degli orari di attività settimanale e delle risorse umane e professionali a disposizione;
  • una analisi dei flussi di mobilità passiva (molto rilevanti per la Regione Marche) per identificare le linee di produzioni carenti;
  • una analisi delle linee di produzione prevalenti nelle Case di Cura Private in modo da verificarne il grado di integrazione/concorrenza con le strutture pubbliche.

 

Su questa base si potrebbe:

 

  • identificare le strutture prevalentemente dedicate all’urgenza e quelle destinate all’attività ordinaria programmata e di Day Surgery;
  • caratterizzare in termini di linee operative prevalenti e caratterizzanti ciascun ospedale e all’interno di ognuno di questi ciascuna equipe;
  • prevedere èquipe “itineranti” al fine di favorire da una parte per le casistiche meno complesse una  risposta chirurgica “di prossimità” e dall’altra l’ottimale funzionamento degli Ospedali di riferimento a partire dalle Aziende Ospedaliere in cui va data priorità alle urgenze e all’alta complessità;
  • programmare il progressivo spostamento degli interventi di chirurgia minore verso strutture dedicate, in modo da garantire a tutta la rete chirurgica un utilizzo razionale delle risorse sia umane che tecnologiche e strutturali;
  • orientare i processi di gestione delle risorse umane delle Aziende a uno sviluppo e ad una manutenzione delle competenze chirurgiche previste per ciascun ospedale e ciascuna equipe;
  • programmare le concrete modalità di integrazione con le strutture private evitando forme di concorrenza negative per il sistema.

 

Una operatività più agile delle strutture pubbliche

 

La seconda riflessione riguarda l’opportunità di mettere dove e quando possibile in discussione quell’insieme di regole e di pratiche che rendono l’attività chirurgica delle strutture pubbliche “ingessata” nell’ambito di una serie di rigidità organizzative, a fronte della flessibilità organizzativa delle strutture private. A volte si tratta di vere e proprie ritualità normative e contrattuali che, se non modificate, favoriranno sempre più il transito al privato contrattualizzato dei professionisti pubblici. In particolare occorre procedere alla revisione di alcune rigidità organizzative previste nel DM 70. A differenza di quello che è previsto per le strutture private, il sistema pubblico, in una applicazione letterale del DM 70 (che poi magari in altri punti non si applica), fa gran parte della attività chirurgica in ospedali che debbono garantire anche le urgenze e che per questo dispongono di un insieme di discipline chirurgiche. Le “penalizzazioni” per le strutture pubbliche che ne conseguono riguardano sia il numero di chirurghi indispensabile per garantire la continuità clinico-assistenziale (guardie, reperibilità, ecc.) delle singole discipline, sia la gestione della loro efficienza operativa, spesso interessata da continui “salti seduta” per garantire le urgenze ed emergenze. L’organizzazione delle strutture private, sicuramente più “leggera”, spesso senza “guardie attive disciplinari”, con la garanzia della continuità clinico-assistenziale garantita da altre risorse interne trasversali, consente pur con equipe specialistiche di ridotte dimensioni una numerosità della casistica trattata superiore al sistema pubblico (senza entrare nel dettaglio della “pesatura” della complessità della casistica trattata nelle due tipologie di strutture, che comunque risente del fatto che quelle private non hanno quasi mai una attività rianimatoria a supporto). L’eventuale piano di riordino della rete chirurgica può essere l’occasione per trasferire alle strutture pubbliche un po’ della agilità delle strutture private.

 

Una grande attenzione delle Aziende ai professionisti

 

La terza riflessione riguarda la necessità di rendere “appetibile” la permanenza della componente clinica nelle strutture pubbliche applicando il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dell’area della dirigenza che prevede incarichi organizzativi ed incarichi professionali, con riconoscimenti di status e di ruolo e di valorizzazione economica.

 

Per concludere

 

Senza la rimessa in discussione delle ritualità e dei vincoli sopra richiamati e un serio impegno nella riorganizzazione nell’area chirurgica delle strutture pubbliche rischia di allungarsi non solo la lista di attesa per gli interventi ma anche quella dei professionisti pubblici in cerca di un lavoro più gratificante nel privato (che non va “demonizzato”, ma va considerato come fisiologico competitor da integrare e monitorare).

 

Procedere alle riorganizzazioni proposte, tenuto conto anche degli importanti stakeholder in gioco (orti professionali e campanili cittadini), non è facile come non è stato facile fino ad oggi. Ma un percorso come quello qui abbozzato può mettere in movimento quel percorso di analisi-proposta-decisione-verifica che dovrebbe caratterizzare tutte le azioni di politica sanitaria. Un percorso che ridà centralità all’utilizzo e all’analisi dei dati, centralità che si è andata negli ultimi anni progressivamente perdendo nella Regione Marche, e dovrebbe ridare una centralità anche al confronto costante con professionisti e cittadini. Un approccio di questo tipo potrebbe trovare una sua possibile sperimentazione in un approccio organico di sistema alla riduzione dei tempi di attesa per gli interventi chirurgici.


Un nostro regalo al nuovo Assessore alla Sanità: tutto quello che dovrebbe sapere sul DM 70 (che purtroppo non è poco)

di Claudio M. Maffei, 13 ottobre 2020

Premessa

Sta per essere nominato il nuovo Assessore alla Sanità della Regione Marche. Chiunque sarà è presumibile che orienterà la sanità regionale a mantenere quanto più possibile diffusa la rete  ospedaliera il che ne farebbe “oggettivamente” un potenziale nemico del territorio. Tanto bisogna averlo chiaro in testa: più ospedale uguale meno territorio e quindi più ospedale meno prevenzione e meno assistenza domiciliare. A meno di non fare miracoli, ma qua sono difficili le cose normali, figuriamoci i miracoli.

Può valere la pena di prepararsi alla nuova stagione della sanità regionale avendo chiaro lo stato della nostra rete ospedaliera che sarà il primo vero terreno di confronto tra la nuova Giunta e la rete dei servizi della Regione. Per prepararci tocca studiare perché la sanità è complessa e le prime dichiarazioni di Saltamartini (che rimettono  in discussione gli ospedali unici) vanno bene per la campagna elettorale, ma per il governo della sanità regionale non solo non bastano, ma rischiano di portare subito nella strada sbagliata.

E allora studiamo cosa dice il DM 70 del 2015 che mette(va) le basi delle reti ospedaliere regionali e studiamo lo stato della applicazione del DM 70 nella Regione Marche.  Poi facciamo qualche considerazione. Il tutto lo regaliamo al nuovo Assessore.

 

DM 70/2015: lo spirito

Il DM 70/2015 è frutto del lavoro avviato nel 2012 dall’allora ministro Renato Balduzzi assieme all’AGENAS e al suo direttore, pure di allora, Fulvio Moirano. Le paternità degli atti sono spesso importanti: il ministro era (ed è) persona molto competente in amministrazione sanitaria (è stato ai suoi tempi uno dei consulenti della ministra Bindi) e Moirano era (è) tecnico con grande esperienza Aziendale,  regionale e nazionale. Nella mia interpretazione il DM 70 va letto e andrebbe applicato con questo quadro concettuale di riferimento:

  1. le reti ospedaliere sono ipertrofiche e spesso anche disperse con un duplice effetto: sottrazione di risorse al territorio e bassa qualità per la diluizione delle casistiche (in quegli stessi anni in cui nasce l’idea del DM comincia a consolidarsi la consapevolezza dell’importanza del rapporto volumi di attività/esiti);
  2. per forzare le Regioni ad adottare politiche per la razionalizzazione della rete ospedaliera si introducono nel DM vincoli di diversa natura: numero di posti letto ogni 1000 abitanti, bacini di utenza predefiniti per le diverse discipline (con un range), definizione di tre tipologie di ospedali pubblici (di base, di primo livello e di secondo livello), definizione di un numero di posti letto minimi per le strutture, volumi minimi di attività per una serie di condizioni/interventi;
  3. la riduzione nel numero di posti letto per acuti e nel numero di strutture ospedaliere deve essere sostenuta da una parte da una efficiente rete dell’emergenza-urgenza (che rassicuri le realtà locali private dei loro piccoli ospedali storici e degli  annessi punti di primo intervento) e dall’altra da un potenziamento di tutti i servizi territoriali a partire dalle strutture a tipo ospedali di  comunità ( dotati di posti letto delle cosiddette cure intermedie) fino ai servizi residenziali e a quelli domiciliari;
  4. la assistenza ospedaliera va erogata con una attenzione organizzata ai problemi di sicurezza e qualità delle cure e alla continuità ospedale/territorio;
  5. gli ospedali devono funzionare  a rete e le reti da attivare prioritariamente sono quelle tempo-dipendenti delle emergenze cardiologiche, del trauma grave  e dell’ictus;
  6. la rete dell’emergenza-urgenza deve essere programmata facendo riferimento ad una serie di criteri per il suo dimensionamento sia come centrali operative che come mezzi di soccorso avanzato.

In sostanza, il DM 70 va visto come un insieme organico di interventi strutturali, organizzativi e culturali che vanno in tre direzioni: razionalizzazione della  rete ospedaliera e dell’emergenza, potenziamento dei servizi territoriali e miglioramento della qualità e sicurezza delle cure. Ogni Regione dovrebbe perseguire in modo organico questi tre obiettivi mettendoli in fase tra loro attraverso, certo, una serie di atti, ma anche con azioni verificate attraverso un sistema informativo che consenta il monitoraggio del loro impatto.

L’Allegato 1 al DM 70/2015 declina nel dettaglio gli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi delle strutture dedicate all'assistenza ospedaliera da utilizzare da parte delle Regioni per il percorso di trasferimento sul campo del percorso sopraindicato.

 

DM 70/2015: la lettera

Detto dunque che lo spirito del DM 70/2015 è quello di spingere davvero le Regioni a investire sui servizi territoriali attraverso una razionalizzazione anche forzata delle reti ospedaliere e dell’emergenza, vediamo anche la lettera delle sue disposizioni e cioè quello che le Regioni debbono fare per la sua applicazione. Quello che segue è un estratto  a tipo Selezione dal Reader's Digest dei riferimenti dati dal Decreto Balduzzi.

Per i posti letto viene dato come riferimento alle Regioni un limite di 3 posti letto per acuti ogni mille abitanti e di 0,7 per la post-acuzie (e quindi la lungodegenza e la riabilitazione più quelle attività che pur non essendo classificate come ospedaliere hanno una tariffa superiore ad un certo valore per giornata di degenza).

Per gli ospedali  vengono definiti bacini di utenza diversi a seconda del tipo di ospedale (saltiamo qui il discorso degli ospedali specializzati e di quelli delle aree disagiate che meritano una trattazione a parte):

  1. da 600.000 a 1.200.000 abitanti per gli ospedali di secondo livello (tra cui le Aziende Ospedaliere);
  2. da 150.000 a 300.000 per gli ospedali di primo livello;
  3. da 80.000 a 150.000 per gli ospedali di base.

Per le discipline c’è un doppio riferimento:

  • il tipo di ospedale: ogni ospedale (di base, di primo o di secondo livello) ha un repertorio “minimo” di discipline:
  • il bacino di utenza: varia con un minimo e massimo di abitanti diverso per ciascuna disciplina (a titolo di esempio per la cardiologia va da 150.000 a 300.000 abitanti).

Per i volumi di attività ci sono dei valori soglia per una serie di attività al di sotto dei quali quella attività non può essere effettuata. Il più noto di questi limiti è rappresentato dal numero dei parti per i quali si rimanda ad un Accordo Stato Regioni del 16 dicembre 2010. Secondo il DM 70 la riorganizzazione della rete ospedaliera dovrebbe poi garantire l’adeguato funzionamento di alcune reti specifiche per disciplina o attività. In particolare il Decreto fornisce riferimenti per le tre reti tempo-dipendenti del trauma grave, dell’ictus e delle emergenze cardiologiche.

 

La applicazione del Decreto Balduzzi alla rete ospedaliera della regione Marche: la DGR 1554/2018

La DGR 1554/2018 è stata il frutto di un lavoro meritorio di declinazione delle modalità con cui la Regione ha applicato il DM 70/2015 e riproduce (ovviamente a mio personale parere) pregi e limiti dell’allora modalità di governo (tecnico, ma inevitabilmente anche politico) della sanità regionale.

Cominciamo dai pregi:

  1. su ogni punto della parte dispositiva del DM 70/2015 sono stati prodotti con abbondanza e completezza  delibere regionali e la ricostruzione degli atti viene fatta nella DGR in modo completo e sistematico;
  2. viene sviluppato in alcuni passaggi lo stato dell’arte su problematiche specifiche importanti come ad esempio il nuovo Salesi e il nuovo INRCA.

E adesso i limiti:

  1. mancano i dati necessari ad una valutazione di merito prima e di impatto poi sulle misure già adottate (permane la forte carenza del supporto informativo alle attività di programmazione);
  2. vi sono alcune  sviste(valutazione ancora una volta personale) in alcuni passaggi programmatori importanti come quelli riguardanti i posti letto e la classificazione delle strutture ospedaliere;
  3. si documenta un eccesso di ospedali e di unità operative e si rimanda per gli ulteriori adeguamenti al DM 70/2015 ad un nuovo Piano, quello approvato ad inizio dell’anno che poi nella realtà non se ne è occupato.

Valutazione generale complessiva della delibera:

  1. si conferma un orientamento della Regione a una sorta di programmazione sotto dettatura(del livello centrale) basata su singoli atti il cui complessivo impatto sul sistema dei servizi e sulla salute non viene valutato. Difetto che si traduce in atti che evocano cambiamenti importanti di tipo culturale ed organizzativo che spesso si fermano a livello di dichiarazione di principio (si dovrebbe fare così, faremo così). Reti cliniche e PDTA  sono il campo è maggiore il rischio di  una sorta di sanità di carta;
  2. manca una visione d’assieme che tenga integrati i due percorsi della razionalizzazione delle reti ospedaliere e dell’emergenza e dello sviluppo della sanità territoriale.

 

Ma il DM 70 non andrebbe rivisto?

Che il DM 70 non piaccia alla politica lo si sa da tempo. Basti pensare alla sua scarsa applicazione che ha portato anche alla costituzione di  una apposito Tavolo ministeriale di Monitoraggio ai sensi di una Intesa Stato-Regioni del 24 luglio 2015.

Poi è arrivato il Covid-19 che ha fatto in molte realtà “resuscitare” la ipotesi di una riapertura dei piccoli ospedali(laddove la chiusura o riconversione sia avvenuta) vista la ridotta capacità della rete ospedaliera di molte Regioni a far fronte al picco epidemico. La  stessa circolare ministeriale sulla riorganizzazione della rete  ospedaliera  in applicazione del Decreto Rilancio di maggio non nomina mai il DM 70. Il che non è segnale, per quanto indiretto, da poco.

Ma cos’ha che non piace alla politica del DM 70? Per quel che si riesce a capire è che “taglierebbe ” troppo, troppi ospedali e troppi posti letto. Quel che la politica non dice (perché forse non lo sa) è che il DM 70 applicato per intero aumenta la razionalità, la efficienza e la presumibile efficacia e sicurezza della assistenza ospedaliera e consente un più razionale utilizzo delle risorse specie umane da reinvestire nel potenziamento dei servizi territoriali. Se invece, come è avvenuto in molte Regioni, alla trasformazione dei piccoli ospedali non si accompagna una crescita dei servizi territoriali  la logica conseguenza sarà la spinta a richiedere di restituire “ciò che è stato tolto”.

Purtroppo se abbastanza spesso i piccoli ospedali sono stati trasformati, a non essere toccati sono stati gli ospedali di piccole-medie dimensioni generatori di sicure diseconomie che nelle Marche si traducono ad esempio in almeno due-tre ospedali di primo livello di troppo. E quindi di due-tre cardiologie, terapie intensive e medicine d’urgenza di troppo, per rimanere ad alcune delle discipline più “critiche”. Quindi del DM 70 andrebbe prima verificata criticamente l’applicazione e poi fatto un ragionamento sulle modifiche da apportare. A meno che alcune Regioni non vogliano un “tana libera tutti” che farebbe riarretrare ancora di più la qualità dell’assistenza  territoriale che tutti dicono di voler potenziare.

Il DM 70 è vecchio come impostazione di quasi 10 anni e quindi va certamente rivisto, ma in modo selettivo salvandone l’impostazione generale che ancora regge e soprattutto usandolo come strumento  di riorientamento delle risorse verso il territorio e non come lama con cui tagliare servizi poi non sostituiti.

Il DM 70 va innanzitutto rivisto  per togliere privilegi non più giustificati al privato. Infatti, da una parte tutte le strutture pubbliche o sono ospedali di base, oppure ospedali di primo o di secondo livello oppure vengono riconvertiti, a meno di non diventare in pochi casi limitati ospedali di area particolarmente disagiata. In tutti i casi gli ospedali pubblici debbono svolgere una attività in urgenza con una funzione di Pronto Soccorso.

Dall’altra parte alle Case di Cura per sopravvivere basta e bastava  poco, pochissimo: alle Case di Cura per essere accreditate basta avere almeno  40 posti letto per acuti e far parte di una Rete d’Impresa che le riunisca fino a raggiungere il numero di almeno 80 posti letto. Poi di fatto non sono quasi coinvolte nell’emergenza-urgenza, ma sono col linguaggio del DM 70 “strutture con compiti complementari e di integrazione all’interno della rete ospedaliera”. Il che consente loro di scegliersi la fetta di mercato più conveniente di fatto facendo concorrenza alle strutture pubbliche nelle stesse discipline .

Vogliamo parlare dell’ortopedia? Non è il caso di rivedere questi assurdi privilegi, tanto più assurdi alla luce dell’esperienza Covid? Per rivederli bisogna da una parte lasciare anche  al pubblico in situazioni definite la possibilità di avere ospedali coinvolti nella sola attività programmata e dall’altra porre vincoli molto più severi all’accreditamento delle Case di Cura Private innalzando il numero minimo di posti letto per struttura e prevedendo un loro maggior coinvolgimento sia nell’area dell’urgenza che della acuzie internistica e geriatrica.

Altro punto rivedibile nel DM 70 è la struttura troppo rigida come elenco di discipline previste per ciascuna tipologia  di ospedale. Ne risulta, ad esempio, qualche ortopedia ed urologia di troppo specie se si continua a lasciare la briglia sciolta al privato.

Ed è indispensabile immettere nel “nuovo” DM 70 la logica della organizzazione dipartimentale,  per intensità di cure, e quella delle reti cliniche, da non limitare a quelle tempo-dipendenti. Fissare alcuni riferimenti cogenti su questi due punti (intensità di cure e reti cliniche) è sicuramente necessario per evitare che si continuino, ad esempio, a chiamare reti aggregazioni generiche di reparti della stessa disciplina.

Conclusione finale

Il DM 70 con le opportune correzioni deve cambiare la politica e non viceversa, com’è invece nelle intenzioni di vari Presidenti delle Regioni. Forse anche il suo Assessore?


Chi può fare i tamponi rinofaringei? Un’altra occasione per parlare di professioni e professionisti

Marcello Bozzi, Infermiere Dirigente

 

Presentazione del post

 

Di recente abbiamo pubblicato un post del mio amico Marcello Bozzi, infermiere dirigente dal curriculum importante ed in continuo aggiornamento. I suoi contributi spaziano e spazieranno su temi diversi, ma con una costante attenzione al tema del riconoscimento del ruolo dei vari professionisti della sanità, a partire da quello dell’infermiere per la cui valorizzazione Marcello ha speso una intera vita professionale e sindacale. Oggi ospitiamo un suo contributo sulla pericolosa conflittualità che alcuni medici alimentano sulle attività che a loro parere in modo inappropriato altri professionisti farebbero al loro posto. La parola ancora una volta a Marcello.

 

Il post di Marcello

 

Nei social si trovano spesso post interessanti che ci forniscono l’opportunità di riflettere sul ruolo dei diversi professionisti della sanità. E’ questo il caso di un post di un medico che ha

Invitato a segnalare al NAS – Comando di Roma – eventuali professionisti non medici impegnati nell’esecuzione di tamponi rinoferingei. L’autore non è nuovo a note o commenti “folcloristici” che compaiono anche su riviste di settore come l’ottimo Quotidiano Sanità. Ma ogni posizione, ancorchè sbagliata nei toni e nei contenuti, può essere una occasione di riflessione perché forse espressione di un pensiero più diffuso di quello che uno è portato ad immaginare.

 

Nel caso specifico il “nostro” medico, sicuramente stimatissimo professionista, evidenza una ignoranza (nel senso nobile del termine, intendendo con ciò “la mancanza di conoscenza”) relativamente alle norme che regolamentano e disciplinano le professioni sanitarie, ai cambiamenti pesantissimi che hanno interessato i percorsi formativi delle stesse professioni e alle normative che regolamentano e disciplinano sia il Sistema, sia le Professioni Sanitarie.

 

Può essere comprensibile che un Dirigente Medico, molto concentrato sulle azioni quotidiane, sempre di alto valore, complessità  e responsabilità, riservi poca attenzione a quello che gli ruota intorno … ma fa male!!  Perché il sistema è multi-professionale e multi-disciplinare e il lavoro di ognuno è interdipendente dal lavoro di altri, tutti con autonomia e responsabilità propria, con l’assoluta necessità di definire le azioni ed i professionisti di riferimento, tenuto conto sia delle caratterizzazioni e specificità professionali, sia delle competenze (certificate) dei singoli.  Anche i  principi fissati dalla l. 24/2017 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonche' in materia di responsabilita' professionale degli esercenti le professioni sanitarie) mirano proprio a favorire lo sviluppo di nuovi modelli organizzativi ed operativi che si traducono nella definizione e condivisione di progetti, percorsi e processi, tenuto conto delle evidenze scientifiche, metodologiche e clinico-assistenziali, e nella loro tracciabilità, a tutela e garanzia degli utenti e degli stessi professionisti.

 

Di contro, non è comprensibile l’atteggiamento di tutti coloro che (voglio sperare involontariamente) calpestano la dignità e la professionalità di altri professionisti, senza conoscere i ruoli e le responsabilità, con l’unica certezza (sbagliata) dell’organizzazione verticistica, mentre il management moderno privilegia l’organizzazione “a matrice” (orizzontale).

 

Ancora meno comprensibile il comportamento dei singoli che ignorano il contenuto di passi fondamentale del proprio Codice Deontologico.  In particolare i riferimenti sono l’Art. 66 del C.D. del Medico che recita “Il medico si adopera per favorire la collaborazione, la condivisione e l'integrazione fra tutti i professionisti sanitari coinvolti nel processo di assistenza e di cura, nel rispetto delle reciproche competenze, autonomie e correlate responsabilita.   Il medico sostiene la formazione interprofessionale, il miglioramento delle organizzazioni sanitarie nel rispetto delle attività riservate e delle funzioni assegnate e svolte e l'osservanza delle regole deontologiche”, che fa “il paio” con l’Art. 12 del C.D. dell’infermiere, e l’Art. 55 – Informazione Sanitaria - che recita “Il medico promuove e attua un’informazione sanitaria accessibile, trasparente, rigorosa e prudente, fondata sulle conoscenze scientifiche acquisite e non divulga notizie che alimentino aspettative o timori infondati o, in ogni caso, idonee a determinare un pregiudizio dell’interesse generale. … omissis …”

 

Per una migliore conoscenza, e ad evitare informazioni distorte alla popolazione, il rapporto ISS n. 11/2020 - Raccomandazioni ad interim per il corretto prelievo, conservazione e analisi sul tampone rino/orofaringeo per la diagnosi di COVID-19, specifica “Il tampone rinofaringeo, richiede da parte di operatori sanitari una basilare conoscenza anatomica di questo distretto e della procedura per poter essere eseguito (video tutorial). Il prelievo viene eseguito in pochi secondi e ha un’invasività minima, originando al più un impercettibile fastidio nel punto di contatto. La semplicità del prelievo non significa però che possa essere eseguito da chiunque, ma da personale addestrato e specializzato che deve garantire la corretta esecuzione della procedura evitando sia la contaminazione del campione che la raccolta solo del tratto più esterno delle fosse nasali, procedura che inficerebbe il risultato del test molecolare”.

 

Richiamando ancora i Codici Deontologici, questi sono “strumenti regolatori” fondamentali per l’esercizio professionale, purtroppo non sempre valorizzati in maniera piena e corretta.

L’occasione è utile  per analizzare i parallelismi riscontrabili nei Codici Deontologici (CD) di Medici ed Infermieri, in particolare:

 

  • la cura e l’ assistenza - Artt. 3 e 4 di entrambi i Codici Deontologici;
  • la salute e l’ambiente – Art. 5 CD Medico e Art. 7 CD Infermiere;
  • la qualità professionale e gestionale – Art. 6 CD Medico e Artt. 10-30-31 CD Infermiere;
  • il governo clinico  e l’appropriatezza delle azioni ed interventi – Art. 13 CD Medico e Art. 32 CD Infermiere;
  • la sicurezza e la formazione – Art. 14 CD Medico e Art. 37 CD Infermiere;
  • la documentazione clinica – Art. 26 CD Medico e Art. 33 CD Infermiere;
  • le condivisioni – Art. 66 e indirizzi applicativi Art. 78 CD Medico e Art. 13 CD Infermiere.

 

In definitiva i Codici Deontologici di Medico e Infermiere auspicano o meglio obbligano interazioni, integrazioni e collaborazioni al più alto livello possibile, nel rispetto dei saperi, dei ruoli e delle responsabilità di ognuno, nonchè delle caratterizzazioni e specificità di ogni professione. La mancanza di rispetto ed i conflitti non servono a niente e a nessuno. Per fortuna ormai posizioni come quella dell’autore del post sono sempre più rare, ma i troppi like che quel tipo di post riceve ci fanno capire che la strada che porta al pieno riconoscimento del ruolo delle varie professioni che operano in sanità è ancora lunga e che più siamo a costruirla e meglio è.


I "piccoli" presidi ospedalieri delle aree interne: un appunto per riflettere e correggere il tiro

Di Lucio Luchetta, 14 settembre 2020

Presentazione dell’autore e del post (a cura di Claudio M. Maffei)

Lucio Luchetta è un collega medico in pensione come me. Da sempre appassionato di sanità pubblica, al cui interno ha lavorato con incarichi dirigenziali importanti,  segue con particolare attenzione la problematica delle cosiddette aree interne da lui vissute “da dentro” da cittadino oltre che come professionista. Mi è sembrato utile dare circolazione ad un suo appunto sul tema dei presidi ospedalieri che dovrebbero dare una risposta a chi vive in aree, quelle interne, tanto belle da visitare quanto difficili da vivere per la carenza di servizi, specie quelli sanitari. E adesso la parola a lui.

 

I "piccoli" presidi ospedalieri nella normativa: inquadramento generale

Il DECRETO DEL MINISTERO DELLA SALUTE n. 70 del 2 aprile 2015, che ha come oggetto “Regolamento recante definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera”, ha sicuramente introdotto indirizzi aggiornati ed appropriati che hanno guidato la programmazione regionale nella riorganizzazione delle proprie reti ospedaliere per acuti. Ma in questi anni di applicazione è emerso, in maniera diffusa, come questi criteri abbiano creato ulteriori carenze assistenziali proprio in quei territori che storicamente risultavano penalizzati nei confronti dei servizi essenziali, generando un livello di assistenza sanitaria non uniforme in tutto il territorio nazionale. Per queste motivazioni si ritiene di poter proporre alcune modifiche di questo decreto per superare questa criticità.

Parliamo dei territori delle aree interne e montane. Come è noto le aree interne e quelle montane sono due realtà che non coincidono geograficamente e che sono definiti da due concetti diversi. Per le aree interne il riferimento geografico è prevalentemente secondario perché, più che la posizione fisica, conta la situazione di svantaggio, di parziale privazione di diritti essenziali e di limitate possibilità di sviluppo. In particolare, queste aree sono distanti di centri di offerta dei servizi essenziali: sanità, istruzione e mobilità.

Per aree montane si definiscono gli ambienti in cui le caratteristiche demografiche e socioeconomiche sono strettamente legate ad una forte dimensione altitudinale, tali da determinare gravi carenze nella presenza dei servizi sanitari essenziali. Negli anni si sono susseguenti innumerevoli provvedimenti legislativi indirizzati al recupero di tali problematiche senza però mai cambiare in maniera significativa la realtà sociale di tali territori.

In particolare, in questi ultimi anni, si sono attivati progetti di sviluppo per le aree interne, con l’accordo di partenariato 2014-2020 per la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI).

Inoltre, l’anno in corso ha registrato due eventi importanti riguardo il recupero di queste aree marginalizzate:

  • in data 28 gennaio 2020, la Camera dei deputati ha votato all’unanimità, con 524 voti, una mozione per la salvaguardia, la valorizzazione e lo sviluppo delle aree montane interne e rurali, segno del nuovo interesse della politica per le aree marginali italiane
  • nel marzo 2020 l’Unione Nazionale Comuni Comunità Enti montani (UNCEM) ha trasmesso a tutti i Sindaci e Consiglieri comunali d’Italia una “Piattaforma per la costruzione di politiche nazionali integrate per la montagna, le aree rurali e interne dell’Italia”. Un articolato documento che UNCEM ha chiesto ai Sindaci di varare in Giunta o in Consiglio comunale, oltre nelle Unioni di Comuni e Comunità montane. Uno strumento di lavoro che l’Associazione propone anche a imprese, terzo settore, datoriali, associazioni, mondo accademico, ai sindacati, a tutte le istituzioni. Una piattaforma implementabile che riprende e rilancia i contenuti degli Stati generali della Montagna anche a seguito dell’importante dibattito sul tema montagna che si è tenuto alla Camera dei deputati il 27 gennaio 2020, con l’approvazione all’unanimità di una serie di mozioni. Si apre uno scenario nuovo, positivo, dove le politiche per la montagna sono centrali. Occorre dare seguito e concretezza agli impegni.

Tutto ciò premesso, si ritiene che sia importante anche apportare modifiche al D.M. 70 per dare una risposta più appropriata per quanto riguarda i servizi sanitari in questi territori.

 

Le indicazioni specifiche del D.M. 70 sulle piccole strutture ospedaliere

Il D.M. 70 , nel classificare le strutture ospedaliere, nel comma 2.2 riporta: “I presidi ospedalieri di base, con bacino di utenza compreso tra 80.000 e 150.000 abitanti, salvo quanto previsto dal successivo punto 9.2.2, sono strutture dotate di sede di Pronto Soccorso con la presenza di un numero limitato di specialità ad ampia diffusione territoriale: Medicina interna, Chirurgia generale, Ortopedia, Anestesia e servizi di supporto in rete di guardia attiva e/o in regime di pronta disponibilità sulle 24 ore (h.24) di Radiologia, Laboratorio, Emoteca. Devono essere dotati, inoltre, di letti di “Osservazione Breve Intensiva”. Questo comma definisce che sotto un bacino di utenza di 80.000 abitanti non sono previste strutture ospedaliere per acuti. È ovvio che le aree interne/montane per la loro bassa densità abitativa sono quelle che risultano essere più sprovviste di tali strutture.

Nei territori dove non insistono ospedali per acuti, il D.M. 70 nel comma 10.1 prevede l’eventuale attivazione di ospedali di comunità: “E’ una struttura con un numero limitato di posti letto (15-20) gestito da personale infermieristico, in cui l’assistenza medica è assicurata dai medici di medicina generale o dai pediatri di libera scelta o da altri medici dipendenti o convenzionati con il SSN; la responsabilità igienico-organizzativa e gestionale fa capo al distretto che assicura anche le necessarie consulenze specialistiche. Prende in carico pazienti che necessitano: -di interventi sanitari potenzialmente erogabili a domicilio ma che necessitano di ricovero in queste strutture in mancanza di idoneità del domicilio (strutturale e familiare) -di sorveglianza infermieristica continuativa. La degenza media prevedibile è di 15/20 giorni. L'accesso potrà avvenire dal domicilio o dalle strutture residenziali su proposta del medico di famiglia titolare della scelta, dai reparti ospedalieri o direttamente dal pronto soccorso. L’assistenza sarà garantita sulle 24 ore dal personale infermieristico ed addetto all'assistenza, dai medici di medicina generale, dai pediatri di libera scelta e dai medici di continuità assistenziale. La sede fisica dell’ospedale di comunità potrà essere opportunamente allocata presso presidi ospedalieri riconvertiti e/o presso strutture residenziali”. Risulta ovvio che l’assetto organizzativo di questa struttura, anche se importante come risposta per l’assistenza territoriale, non copre, o perlomeno copre molto parzialmente, le risposte sanitarie date da un ospedale per acuti.

Per salvaguardare alcuni territori, il D.M. 70 stesso prevede deroghe a queste indicazioni con il comma 9.2.2.: “Presidi ospedalieri in zone particolarmente disagiate - Le regioni e le provincie autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere presidi ospedalieri di base per zone particolarmente disagiate, distanti più di 90 minuti dai centri hub o spoke di riferimento (o 60 minuti dai presidi di pronto soccorso), superando i tempi previsti per un servizio di emergenza efficace. I tempi devono essere definiti sulla base di oggettive tecniche di misurazione o di formale documentazione tecnica disponibile. Per centri hub and spoke si intendono anche quelli di regioni confinanti sulla base di accordi interregionali da sottoscriversi secondo le indicazioni contenute nel nuovo patto per la salute 2014-2016.Tali situazioni esistono in molte regioni italiane per presidi situati in aree considerate geograficamente e meteorologicamente ostili o disagiate, tipicamente in ambiente montano o premontano con collegamenti  di rete viaria complessi e conseguente dilatazione dei tempi, oppure in ambiente insulare. Nella definizione di tali aree deve essere tenuto conto della presenza o meno di elisoccorso e di elisuperfici dedicate. In tali presidi ospedalieri occorre garantire una attività di pronto soccorso con la conseguente disponibilità dei necessari servizi di supporto, attività di medicina interna e di chirurgia generale ridotta. Essi sono strutture a basso volume di attività, con funzioni chirurgiche non prettamente di emergenza e con un numero di casi insufficiente per garantire la sicurezza delle prestazioni, il mantenimento delle competenze professionali e gli investimenti richiesti da una sanità moderna.

Tali strutture devono essere integrate nella rete ospedaliera di area disagiata e devono essere dotate indicativamente di:

  • un reparto di 20 posti letto di medicina generale con un proprio organico di medici e infermieri;
  • una chirurgia elettiva ridotta che effettua interventi in Day surgery o eventualmente in Week Surgery con la possibilità di appoggio nei letti di medicina (obiettivo massimo di 70% di occupazione dei posti letto per avere disponibilità dei casi imprevisti) per i casi che non possono essere dimessi in giornata; la copertura in pronta disponibilità, per il restante orario, da parte dell’equipe  chirurgica garantisce un supporto specifico in casi risolvibili in loco;
  • un pronto soccorso presidiato da un organico medico dedicato all’Emergenza-Urgenza, inquadrato nella disciplina specifica così come prevista dal D.M. 30.01.98 (Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza) e, da un punto di vista organizzativo, integrata alla struttura complessa del DEA di riferimento che garantisce il servizio e l’aggiornamento relativo.

È organizzata in particolare la possibilità di eseguire indagini radiologiche con trasmissione di immagine collegata in rete al centro hub o spoke più vicino, indagini laboratoristiche in pronto soccorso. È predisposto un protocollo che disciplini i trasporti secondari dall’Ospedale di zona particolarmente disagiata al centro spoke o hub. È prevista la presenza di una emoteca. Il personale deve essere assicurato a rotazione dall’ospedale hub o spoke più vicino”.

 

Le possibili modifiche al D.M. 70, comma 9.2.2

Si propone di apportare alcune modifiche a questo comma, oppure introdurre un comma aggiuntivo.

  1. Modifica del comma 9.2.2. del D.M. 70: Presidi ospedalieri in zone particolarmente disagiate

I parametri previsti per la deroga (distanti più di 90 minuti dai centri hub o spoke di riferimento o 60 minuti dai presidi di pronto soccorso) ci sembrano troppo restrittivi, soprattutto considerando che in questi territori i tempi di percorrenza sono molto più lunghi rispetto alle aree metropolitane, per l’assetto orografico e per la mancanza di vie di comunicazione efficienti. La conseguenza di tutto ciò è che alcuni territori vedono allontanarsi sempre di più anche i servizi ospedalieri minimi. Per questo una proposta di modifica potrebbe essere quella di abbassare i tempi di percorrenza previsti per raggiungere strutture ospedaliere idonee, onde far rientrare in deroga più strutture. Si ritiene inoltre che, come previsto in questo comma, il riconoscimento di un pronto soccorso autonomo per queste strutture sia una risposta eccessiva in quanto un pronto soccorso vero è efficiente solo se supportato da numerosi servizi specialistici ospedalieri disponibili h24. Inoltre risulta anche difficilmente organizzabile, vista la carenza di medici specialisti in Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza. Forse la previsione della permanenza di una organizzazione a tipo  Punto di Primo Intervento (PPI) risulta essere più che sufficiente.

 

  1. Aggiunta di un nuovo comma di deroga nel D.M. 70: Presidi ospedalieri che insistono nelle aree interne

Si propone la previsione di una struttura ospedaliera con servizi sanitari minimi in alcuni territori che hanno concluso l’Accordo di Programma Quadro (APQ) nei progetti SNAI (fino a maggio 2020 risultano 34 aree pilota con  APQ sottoscritti e 16 con APQ in elaborazione, fonte – Agenzia per la Coesione Territoriale del Governo Italiano).

A questo proposito si fa presente che nel documento SNAI di Accordo di Partenariato 2014-2020 “Strategia nazionale per le Aree Interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance”, a pagina 26, si classificano i comuni in base ai tempi di percorrenza per raggiungere i centri offerta servizi (in particolare per la sanità centri dove insiste un Dipartimento di Emergenza Urgenza di I° livello): aree intermedie con tempi di percorrenza tra 20 e 40 minuti, aree periferiche con tempi di percorrenza tra 40 e 75 minuti, aree ultra-periferiche con tempi di percorrenza superiori a 75 minuti. Come si può vedere i tempi di percorrenza previsti sono in generale inferiori a quelli previsti dal D.M. 70.

 

Considerazioni finali

Nel documento appena citato (documento SNAI di Accordo di Partenariato 2014-2020 “Strategia nazionale per le Aree Interne: definizione, obiettivi, strumenti e governance), che prevede la riorganizzazione della rete ospedaliera con chiusura/trasformazione delle piccole strutture, a pagina 36 si prevede altresì che è necessario accompagnare questo processo con:

  • “Il monitoraggio – a livello nazionale e regionale – delle conseguenze che il perseguimento di un maggior grado di efficienza dei servizi alla salute ha provocato sull’equità in termini di accessibilità al servizio, e di esiti sulla salute ai cittadini. Il monitoraggio andrebbe effettuato considerando;
  • la valutazione delle conseguenze dell’allontanamento del servizio sanitario su strati specifici della popolazione quali gli anziani, donne anziane, donne che hanno bisogno di diagnostica prenatale ed i disabili
  • l’importanza di distinguere differenti tipologie di servizi. La gestione delle emergenze richiede risposte differenti dalla gestione dei servizi diagnostici: il problema è, nel primo caso, come garantire la risposta in tempi rapidi anche a chi si trova in un piccolo comune di montagna o su un’isola; nel secondo caso come garantire un sistema di avvicinamento del servizio al paziente o del paziente al servizio…”

In fondo questo è quello che si chiede di valutare rispetto a quanto è avvenuto con l’applicazione del D.M. 70 nelle aree interne/montane: se si facesse a posteriori questa valutazione non vi è dubbio che verrebbero rilevati numerosi disservizi.

In sintesi, quali servizi essenziali sono da garantire in questi territori, caratterizzati da una popolazione prevalentemente anziana, quindi affetti da pluripatologie croniche:

  • posti letto di lungodegenza post-acuzie;
  • posti letto di cure intermedie;
  • chirurgia ambulatoriale;
  • potenziamento della rete di emergenza-urgenza;
  • permanenza di attività a tipo Punto di Primo Intervento (PPI) per rispondere in maniera prossimale alle urgenze di media e bassa complessità, anche per non intasare ulteriormente il pronto soccorso dei grandi ospedali;
  • potenziamento delle attività ambulatoriali clinico-diagnostiche;
  • potenziamento dell’offerta residenziale per anziani;
  • potenziamento delle attività di assistenza territoriale.

Questa campagna elettorale assomiglia tanto al famoso balletto sul Titanic… Amici, siamo messi male, tanto male. Chi può faccia o almeno testimoni.

di Claudio M. Maffei, 7 settembre 2020

(anche su Facebook)

La campagna elettorale dei principali contendenti (sottolineo quindi: non di tutti) al ruolo di Presidente lascia davvero inquieti. Più o meno vengono promessi: massicci inserimenti di nuove figure professionali (gli infermieri di comunità), la riapertura dei Punti di Primo Intervento e di qualche piccolo ospedale riconvertito, il potenziamento dei Dipartimenti di Salute Mentale,  la valorizzazione di tutte le figure professionali, la non chiusura degli ospedali che dovrebbero confluire in un ospedale unico, il rafforzamento dei distretti… tutto e, se possibile, di più.

Ma ovviamente tutto questo non è possibile e, soprattutto, è molto spesso sbagliato. Riprendo un commento al mio post di ieri di Susy Cola:

 

“Mi pare che a tutti sfugga un punto nodale (o forse fanno finta? Lo spero, almeno ne sarebbero consapevoli...). E cioè la drammatica MANCANZA di medici specie in settori fondamentali come l'emergenza-urgenza e patologie tempo-dipendenti, come: anestesisti, medicina d'urgenza e pronto soccorso, emodinamisti, radiologi interventisti, medici 118.

Ma anche gli specialisti che operano sulla cronicità e sull'anziano, in una regione con un indice di vecchiaia tra i più alti d'Italia, come pneumologi, geriatri e palliativisti.

Numero chiuso, imbuto formativo alla specialità, scarsa attrattività per specialità rischiose, faticose e poco remunerative. E i concorsi vanno DESERTI.

Soluzioni:

  1. togliere l'ipocrisia del numero chiuso, ci pensano i 6 duri anni di studio a fare una eventuale selezione
  2. aumentare l'offerta Formativa per le specialità "orfane"
  3. ripensare la rete della emergenza - hanno ancora senso le guardie mediche fuori dai PS?
  4. aumentare e potenziare i reparti e le strutture che operano con l'anziano e il cronico e le cure palliative precoci e simultanee non solo per la rete oncologica e la terapia del dolore
  5. riqualificare e dare maggiore dignità a chi lavora in "periferia"
  6. evitare la moltiplicazione dei pani senza quella dei pesci”

 

Non entro nel dettaglio delle osservazioni e delle proposte di Susy, perché quello che qui mi interessa (credo si possa dire “ci” interessa) è la drammatica discrepanza tra dimensioni e gravità dei problemi e la percezione che degli stessi sembra avere la politica. Proviamo a dire con semplicità un po’ di cose da fare (solo alcune perché in realtà sarebbero molte di più) che i programmi elettorali dei principali candidati non prendono in considerazione:

  1. riduzione nel numero degli ospedali;
  2. revisione dei modelli organizzativi in modo che ad ogni professione corrisponda davvero il riconoscimento della propria autonomia e della propria capacità di prendersi delle responsabilità (il che vuol dire spesso trasferimento di competenze e ruoli dirigenziali dai dirigenti sanitari ad altre figure professionali, ma anche dagli infermieri agli OSS);
  3. mettere mano alla inaccettabile capacità di filtro delle cure primarie rispetto al livello specialistico;
  4. rivedere drasticamente la organizzazione delle cure primarie;
  5. non consentire ai privati di fare una sfacciata concorrenza alle strutture pubbliche;
  6. ridurre in molte discipline le Unità Operative di area Chirurgica aumentandone però l’efficienza complessiva;
  7. prendere atto che a livello residenziale c’è oggi una complessità clinica che richiede una organizzazione e standard di personale molto diversi;
  8. coinvolgere in modo esplicito l’Università nella programmazione delle diverse figure professionali e nelle diverse specializzazioni;
  9. dare una risposta organizzata alle urgenze che non sia solo in termini di Pronto Soccorso.

 

Di tutto questo non c’è quasi traccia nei programmi e nei discorsi dei principali candidati. O meglio trovi quello che si ipotizza di dare in più, ma mai quello che dovrai ridimensionare o trasformare. Io penso che questa carenza non sia solo una tattica elettorale, ma il frutto di una non consapevolezza di cui a questo punto portano la responsabilità tutti quelli che ai candidati presentano solo un pezzo del problema. Quello che interessa loro. E nei programmi tracce di questi pezzi si trovano.

 

Ammiro chi entra in politica (o ci rimane) per farsi carico della complessità e dei conflitti che genera. Questo però, come dice un mio amico, vuol dire ad esempio mettere in discussione la logica degli orti professionali e dei campanili territoriali. Purtroppo cercando di soddisfare tutti non si va da nessuna parte. O meglio si resta fermi trasferendo su operatori e cittadini la responsabilità di cavarsela.

 

Immagino che tutto questo sia un sentire comune. Se fosse così esprimetelo ogni volta che potete. A partire dal voto.


10(+ 1) AZIONI PER LA PREVENZIONE COLLETTIVA: la proposta di un gruppo di operatori per le Marche

Massimo Agostini – medico igienista

Elisabetta Benedetti – psicologo – funzionario ARS Regione Marche

Miria De Santis – assistente sanitaria – Presidente sezione Marche AsNAS

Tiziano Ficcadenti – tecnico della prevenzione DP - ASUR AV4

Francesca Fratello – assistente sanitaria – DP ASUR AV4

Anna Rita Pelliccioni – medico del lavoro e igienista

Catia Pieroni – TdP – Direttore ADP corso Tecniche della Prevenzione Univpm

Renato Rossini – tecnico della prevenzione DP - ASUR AV2

Giuliano Tagliavento – medico del lavoro e igienista

Adelchi Vaccaro – medico veterinario

 

 

L’attuale pandemia ha evidenziato ancora una volta, ed in misura maggiore del passato, come il Servizio Sanitario Regionale (SSR) sia in grado di fornire risposte adeguate ai cittadini solo se “godono di buona salute” tutte le tre macroaree organizzative che corrispondono alle aree di intervento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nato dalla riforma del 1978:

  • Area dell’Assistenza ospedaliera
  • Area dell’Assistenza territoriale
  • Area della Prevenzione collettiva

Purtroppo, a oggi, tutte queste aree non godono di “buona salute”, nelle Marche come nel resto di Italia.

Tra le tante concause hanno certamente avuto un peso determinante le leggi sbagliate che, in particolare dal 2008 al 2018, in modo parziale o totale, hanno bloccato il turn over di personale  del SSN riducendolo quantitativamente - in più casi - oltre limiti accettabili di efficientamento, ed impedendo il fisiologico processo di “apprendimento per affiancamento”, tra giovani ed anziani, che nella sanità ha un valore inestimabile per mantenere costante la qualità dei servizi erogati.

A fianco vanno ricordati i gravi errori di programmazione relativi al fabbisogno di laureati nelle discipline necessarie per il buon funzionamento del SSN. Errori di ieri che comportano oggi difficoltà enormi per reperire nuovi laureati e specializzati.

La Prevenzione Collettiva è fatta principalmente di uomini e donne, medici, veterinari, assistenti sanitari, infermieri, tecnici della prevenzione, dietisti, psicologi, sociologi, chimici, biologi, ingegneri, amministrativi, informatici, ovvero “Risorse Umane”, senza le quali è impossibile garantire quanto previsto nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA Marzo 2017) della Prevenzione Collettiva ed essere in grado di rispondere alle sempre più frequenti emergenze di Sanità Pubblica.

Nella nostra regione, le Marche, dove l’ossatura organizzativa del SSR pubblico è ancora valida, invertire il declino è possibile per tutte le aree e, per l’area della Prevenzione Collettiva, è possibile anche con impegni finanziari contenuti rispetto al totale delle spese del SSR, essendo storicamente la spesa per queste attività molto inferiore al riferimento nazionale del 5% del Fondo Sanitario Regionale (FSR) che dovrebbe e potrebbe essere utilizzato.

Si propongono 10 azioni (+1), concretamente fattibili, per una Prevenzione più forte e più tutelante per la popolazione e, come sta dimostrando inequivocabilmente l’esperienza COVID-19, anche per le altre aree di intervento del SSR.

 

PREVENZIONE 10 +

Una Prevenzione collettiva in buona salute per la buona salute di tutti i cittadini

 

  1. “La salute in tutte le politiche con il prossimo Piano Regionale della Prevenzione 2020 – 2025”

La scrittura del prossimo Piano Regionale della Prevenzione, in applicazione di quello nazionale recentemente approvato con Accordo Stato Regioni dell’8.8.2020, è l’occasione per costruire, in modo partecipato, lo strumento legislativo guida per integrare i principi della Prevenzione Collettiva trasversalmente a tutte le politiche regionali e rendere concreto l’approccio “salute in tutte le politiche”.

 

  1. Il 5% del Fondo Sanitario Regionale alla Prevenzione collettiva: “Finanziamento certo, certezza e trasparenza di utilizzo per la prevenzione”

Aggiornare e definire con precisione le funzioni riconducibili all’area della prevenzione collettiva e conseguentemente modificare gli attuali sistemi di controllo di gestione per consentire l’assegnazione di risorse finalizzate ed il monitoraggio dell’utilizzo corretto delle stesse, al fine di una più efficace e trasparente gestione della quota del Fondo Sanitario Regionale destinata alla Prevenzione.

 

  1. “1000 operatori per la prevenzione collettiva”

1000 operatori, ovvero il 5% del totale dei dipendenti del SSR: Gli operatori dei Dipartimenti di Prevenzione erano 900 unità nel 2007 ma questo numero è sceso fino a raggiungere le 760 unità alla data del 1 gennaio 2020. Ripristinare le risorse umane dei Dipartimenti di Prevenzione, tornando almeno alle 900 unità del 2007, è indispensabile per poter rispondere ai nuovi LEA, che hanno aumentato quali-quantitativamente l’area di azione della Prevenzione Collettiva, ed essere in grado di rispondere alle sempre più frequenti emergenze di Sanità Pubblica .

 

  1. “Sedi adeguate per un’accoglienza migliore e sicura”

Attuare un piano complessivo di razionalizzazione e adeguamento logistico delle sedi centrali e territoriali dei Dipartimenti di Prevenzione, volto al miglioramento della accoglienza dell’utenza ed all’adeguamento alle normative di salute e sicurezza degli operatori.

 

  1. “Monitorare i fenomeni prontamente per reagire rapidamente”

Attuare un piano regionale di adeguamento dei sistemi hardware e software per la gestione dei flussi informativi finalizzati alla prevenzione collettiva, compresi quelli per la gestione ed il monitoraggio delle maxi emergenze di sanità pubblica.

 

  1. “Ascoltare per comunicare meglio ed insegnare ad evitare le bufale”

Attuare un programma organico di comunicazione rivolto alla popolazione per il miglioramento della efficacia della informazione, il coinvolgimento dei cittadini (sin dall’età scolare e “lungo tutto l’arco della vita”) e il contrasto al fenomeno della disinformazione di carattere sanitario e delle fake news, in forte aumento sulle tematiche di sanità pubblica.

 

  1. “Protezione Civile e Sanità Pubblica insieme: rafforzare una bella storia marchigiana”

Consolidamento ed implementazione dei programmi di integrazione operativa con Protezione Civile per la gestione degli aspetti di Sanità Pubblica umana e veterinaria nelle Maxi emergenze, secondo un modello di intervento che ha già fornito prova di efficacia in molte occasioni.

 

  1. “ARPA – ASUR”: insieme per la prevenzione dei rischi ambientali”

Aggiornare la organizzazione integrata Dipartimenti di Prevenzione ASUR / ARPA per la gestione della valutazione preventiva e del controllo dei rischi per la salute di origine ambientale e attuazione di protocolli per la gestione delle emergenze ambientali con ricadute potenziali sulla salute della popolazione

 

  1. “Epidemiologia, Screening oncologici, Promozione della salute, Igiene industriale, Comunicazione del rischio: farle crescere perché la prevenzione cresca”

Revisionare la organizzazione a rete dei Dipartimenti di Prevenzione delle AA.VV. ASUR con rafforzamento di hub con valenza ASUR per lo sviluppo ed il coordinamento della gestione delle funzioni di Epidemiologia, Screening Oncologici, Promozione della Salute, Igiene Industriale, Comunicazione del rischio, oggi ancora sottodimensionate rispetto alle necessità attuali ed ancor di più di prospettiva.

 

  1. “Una Regione che crede nella prevenzione collettiva”

Ridisegnare integrandole e potenziare le funzioni di Sanità Pubblica ed Epidemiologia nell’ambito del complessivo assetto della Sanità della Regione Marche.

 

+1. Proteggere gli operatori della salute per proteggere la salute di tutti

 

L’attuale pandemia da Covid-19 ha dimostrato che salute, sicurezza e benessere dei lavoratori della sanità sono un bene comune per garantire la salute dei cittadini tutti. Analizzare, potenziare e creare un coordinamento dei Servizi di Prevenzione e Protezione delle aziende del SSR, così come facilitare la strutturazione di una rete degli RR.LL.SS della sanità, sono necessità urgenti.