Intervista a Fabio Ragaini

Le interviste del nostro blog:  Fabio Ragaini

Se nelle Marche (mi sbilancio: in Italia) ti occupi di sanità non puoi non conoscere il Gruppo Solidarietà che si occupa soprattutto di servizi sociosanitari.  Ma occuparsi di servizi sociosanitari vuol dire di occuparsi nel senso più ampio della salute delle nostre comunità. Ancor di più al tempo del coronavirus. Ci è sembrato opportuno allora far conoscere la storia di questo gruppo e le valutazioni che il gruppo fa di “quello che sta succedendo. A parlarcene è Fabio Ragaini, mio carissimo amico, fisioterapista infaticabile animatore delle attività del Gruppo (definizione non concordata).

A proposito la foto che accompagna l’intervista è quella del camino della vecchia fornace Moie di Maiolati Spontini, mirabile recupero di un pezzo di archeologia industriale, dove ha sede il Gruppo e dove si trova la bellissima biblioteca che spesso ospita gli eventi del gruppo.

 

  1. Per i nostri lettori: puoi fare un minimo di presentazione del Gruppo Solidarietà?

L’esperienza prende avvio nell’estate del 1979 su iniziativa -  mi piace ricordarlo ancora di più in questi giorni -  di Carlo Urbani, il medico morto nel 2003 dopo aver identificato il primo focolaio della Sars. Siamo nati come la gran parte dei gruppi di volontariato. Voler fare, voler aiutare. Abbiamo incontrato persone con disabilità che vivevano  in un Istituto. C’è stato l’incontro con le persone con i loro bisogni, le loro esigenze, i loro problemi. I loro diritti. Subito dopo c’è stato l’incontro come le Istituzioni. Sono stati passaggi cruciali; la richiesta da parte delle famiglie - la stragrande maggioranza con figli con grave disabilità intellettiva - di aiutarle perché il tempo libero dei loro figli era molto e molto poco occupato. Per molti finiva la scuola dell’obbligo; l’ipotesi scuole superiori non era presa in considerazione e si poneva il problema di una giornata che si trovava improvvisamente vuota per i figli e pienissima per i genitori. Lì abbiamo cominciato ad incontrare le istituzioni, lì abbiamo preso coscienza, forse istintivamente, che la risposta non poteva essere il moltiplicare - sulle ali di tanto entusiasmo - gli interventi ma lavorare perché fossero garantite esigenze e diritti. Ma per  meglio capire il nostro percorso rimando al nostro intervento in occasione della ricorrenza del trentennale del Gruppo Volontariato e politiche sociali nell’esperienza del Gruppo Solidarietà, insieme a questo contributo Fare advocacy nel welfare in Italia. L’esperienza del Gruppo Solidarietà.

 

  1. Mi dici in che modo l’emergenza coronavirus ha impattato sui servizi socio-sanitari della nostra Regione?

L’impatto, ovviamente,  è stato pesantissimo. Operando una schemastizzazione  tra servizi domiciliari, diurni e residenziali, si può presentare questo quadro.

- Domiciliare:  seppur i servizi non siano stati sospesi da alcuna norma, nei fatti per la stragrande maggioranza dei casi, dal 10 marzo sono stati chiusi pressoché in tutta la Regione. Le motivazioni sono diverse: mancanza di dispositivi, sospensione da parte degli utenti,  disposizione da parte dei Comuni (e in alcuni casi se a titolarità sanitaria da parte dell’ASL). Ma vediamo quante persone (e nuclei familiari) sono stati coinvolti. Disabilità: Educativa domiciliare e assistenza alle persona: circa 2500. Tirocini inclusione disabili: circa 2000;  circa 500 (malati di SLA,  Vita indipendente, Minori con malattia rara), sono le persone beneficiarie di contributo economico per acquisto servizi (con o senza obbligo assunzione assistente). Assistenza comunale anziani: circa 2400. Si aggiunga il numero degli alunni con disabilità: circa 7.000, la metà con educativa scolastica e le persone con disabilità che stavano svolgendo un tirocinio di inclusione: circa 2000. Un numero imponente di persone.

- Servizi diurni: si può stimare (anziani, disabili, salute mentale), circa 2300 persone. Sono servizi chiusi per disposizione di legge dall’11 marzo. Per le  persone si sarebbero dovuto riprogettare forme di  sostegno domiciliare.

- Servizi residenziali. Nei tre ambiti: anziani, disabilità, salute mentale i servizi residenziali, sociali e sociosanitari (comprendenti anche i servizi sanitari extraospedalieri) coinvolgono circa 13.000 persone. Servizi, evidentemente, non sospesi, ma che hanno dovuto fare i conti con interventi di prevenzione del contagio e laddove presenti persone contagiate con la gestione dell’infezione.

 

Ad oggi, 10 maggio, la situazione nei vari territori è molto differenziata e non è possibile fornire un quadro esaustivo. Si può sinteticamente dire che in alcuni territori si stanno riattivando i sostegni di persone che fruivano di interventi domiciliari; per quanto riguarda i Centri diurni, per i quali sostanzialmente i sostegni domiciliari, non sono stati mai attivati, dopo il DPCM del 26 aprile le Regioni devono riprogrammarne l’apertura. Una riprogrammazione che, per più motivi, non si presenta facile.  La necessaria sinteticità delle risposte non consente di dettagliare le diverse problematiche. Per un approfondimento rimandiamo ad alcuni nostri contributi che si possono consultare nel sito del Gruppo Solidarietà (www.grusol.it), nella sezione dell’ Osservatorio sulle politiche sociali nelle Marche.

 

  1. Quali sono le iniziative che solleciti da parte delle istituzioni per minimizzare anche in futuro l’impatto di emergenze epidemiche di questa natura sui soggetti più fragili?

Seppur siamo in una fase di significativo rallentamento del contagio, ci troviamo di fronte ad una situazione inedita che, temo, ci accompagnerà per un tempo lungo. Abbiamo vissuto una situazione inedita che ci ha visti, tutti, impreparati. L’auspicio è che questo non debba più accadere. Non affronto il tema dell’accesso alle cure dei soggetti più fragili  che mai come in questo periodo è stato così attuale (vedi in proposito il Parere del Comitato Nazionale di Bioetica). Una situazione, in cui le fasce più deboli hanno pagato pesantemente l’impreparazione del nostro sistema sanitario. La mia riflessione riguarda il sistema dei servizi territoriali regionale che vive da molti anni una situazione di forte sofferenza, non solo per la progressiva diminuzione del personale ma anche per una cronica carenza programmatoria e di governo. Penso al rafforzamento complessivo dei servizi distrettuali che passa soprattutto attraverso la scelta di dirigenze di qualità. Sistemi e servizi inadeguati in tempo ordinario possono solo assistere in maniera impotente e agire in maniera improvvisata a situazioni come quelle che stiamo vivendo.

I nostri sistemi di accompagnamento, valutazione, presa in carico, hanno sperimentato un progressivo disinvestimento. Non concepiti strategicamente come servizi di comunità impegnati a dare forte sostegno alle persone che vivono nei territori. Servizi che assumono in sé, una funzione di risposta e contemporaneamente  di prevenzione e di  promozione della comunità. Nello stesso tempo, anche per le pressioni di un privato sempre più forte, è cresciuto in questi anni l’approccio prestazionale, che risponde ad un bisogno specifico ma non si cura della persona e della sua qualità di vita. Un approccio centrato sul trattamento e non sul servizio.

Cosa bisogna fare? A don Milani posero questa domanda rispetto alla scuola “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma di come bisogna essere per poter far scuola. Vedete che non è questione di metodi, ma solo di modo di essere e pensare …. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati. Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero ad un livello superiore. Non dico a un livello pari dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più di tutto”. Anche per noi credo valga la stessa risposta. E’ questione di modo di essere e di pensare. Avere a cuore le persone, i loro diritti e dunque la loro qualità di vita. Le risposte adeguate verranno conseguentemente.

 

Grazie Fabio!

 

P.S. Per l’approfondimento dei temi trattati Fabio ci rimanda agli ultimi due libri (Le politiche necessarie, 2019 e Le politiche perdute, 2017) pubblicati dal Gruppo.


Tech4Care, assieme a Tombolini & Associati e Chino.io, per rivoluzionare la Medicina Generale in Italia

 

Tech4Care srl contribuisce al progetto App SM3.0 curando lo sviluppo della nuova App (e relativo portale di gestione) per i Medici di Medicina Generale italiani. Il progetto è coordinato da Tombolini & Associati per conto di Nusa Servizi, società operativa della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale). Chino.io partecipa come consulente di elevato profilo su tutte le tematiche relative alla privacy dei dati.

Estratto del comunicato completo sul sito di StudioMedico 3.0.

Dunque è ufficiale: l’attesa App SM3.0 consentirà a tutti i Medici di Famiglia non solo di gestire con maggiore razionalità l’agenda delle visite coi pazienti, attraverso un avanzato meccanismo di prenotazione, ma anche di effettuare vere e proprie visite a distanza, attraverso una stanza di video-call a prova di Privacy, con protocollo di comunicazione e storage dei dati criptato.

Ma non è tutto: l’App, che sarà disponibile sia per Android (Google Play Store) che per iOS (iPhone e iPad via App Store) a partire dalla fine di maggio, sarà rilasciata in forma totalmente gratuita, grazie alla recente decisione presa da NUSA e FIMMG, che intendono così dare un forte impulso alla sua adozione da parte di tutti i Medici di Famiglia.

Tra le varie caratteristiche dell’App, che sarà presentata in anteprima con un video in fase di realizzazione che verrà pubblicato in questo sito, c’è anche la possibilità per il cittadino assistito di scambiare via App ogni tipo di documento, da un referto a una foto o video, da una ricetta a un audio ecc…, costruendo e mantenendo automaticamente e con tutte le più avanzate tecnologie di cybersicurezza e tutela della privacy, tutta la storia del rapporto Medico-Assistito: visite effettuate, in ambulatorio o in video-call, documentazione clinica, dialoghi effettuati in chat, e in prospettiva (in un rilascio successivo previsto entro ottobre 2020) la raccolta di dati diagnostici a distanza, attraverso il dialogo telematico tra l’App installata nel telefonino dell’assistito e i più innovativi dispositivi digitali di diagnostica di primo livello (saturimetro, spirometro, ECG, pressione, ecc…).

 

https://sm3puntozero.com/prenotazione-app/


Chronic Care Model e gestione territoriale della emergenza COVID-19

Prima di questa emergenza da COVID-19 il principale problema di salute nella pratica totalità dei paesi sviluppati era la crescente diffusione delle malattie croniche, quali lo scompenso cardiaco, la broncopneumopatia cronica ostruttiva, il diabete, le demenze, ecc. Si tratta di malattie caratterizzate dalla  “non guaribilità” e dalla tendenza a colpire di più con l’avanzare della età. Poi è arrivato il coronavirus che ha trovato nella popolazione affetta da una o più di queste condizioni il bersaglio esposto ad un decorso più grave, al punto che la quasi totalità dei decessi si è verificata in questa popolazione a rischio. Vedremo in questo post come la migliore risposta alla cronicità assomiglia tanto alla migliore risposta al COVID-19.

 

Per la migliore risposta alla cronicità non si può prescindere dal cosiddetto “Chronic Care Model” (letteralmente “modello di risposta assistenziale alla cronicità”, ma ormai tutti fanno riferimento alla dicitura originale in inglese e alla sigla CCM ), un modello sviluppato dal professor Wagner e dai suoi colleghi del McColl Institute for Healthcare Innovation, in California (1).  Il CCM “base” ha trovato una ulteriore evoluzione nel modello ICCC (Innovative Care and Chronic Conditions) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2). Qui è riportata la rappresentazione grafica di questo modello i cui elementi chiave sono una cornice di politiche dedicate, l’organizzazione del sistema sanitario, il coinvolgimento della comunità, il ruolo della famiglia, i team socio-assistenziali e gli “agenti comunitari”.

 

 

Più in generale si può sintetizzare in 10 punti l’approccio secondo il Chronic Care Model così come è evoluto con tutti i suoi adattamenti (3):

  1. è necessario il passaggio da un’assistenza “reattiva” che risponde ad una domanda a un’assistenza “proattiva” che anticipa la domanda;
  2. va promossa un’assistenza basata sulla popolazione e non sul singolo individuo;
  3. va riconosciuta la centralità delle cure primarie nei processi assistenziali con forti collegamenti con il resto del sistema;
  4. va erogata un’assistenza focalizzata sui bisogni individuali della persona considerata all’interno del suo specifico contesto sociale;
  5. va garantito il supporto di sistemi informativi evoluti;
  6. occorre promuovere la partecipazione comunitaria;
  7. occorre investire sull’auto-gestione dei pazienti e dei caregivers;
  8. è necessario disporre di linee guida costruite non per singola patologia/condizione, ma in grado di tenere conto della co-morbilità;
  9. occorre puntare su team multiprofessionali orientati al miglioramento continuo;
  10. bisogna ricordarsi che della cronicità oltre alla presa in carico è possibile anche la prevenzione.

Il Chronic Care Model per diventare operativo ha bisogno di modelli organizzativi nuovi e di nuove figure professionali come gli infermieri di famiglia e di comunità. Se uno ci pensa bene sono proprio quei modelli cui in sostanza ci si riferisce quando si dice “la battaglia contro il COVID-19 si vince sul territorio”. Espressione che noi potremmo trasformare in “la battaglia per la salute si vince sul territorio”.

 

BIBLIOGRAFIA

  1. WAGNER EH. Chronic disease management: What will it take to improve care for chronic illness? Effective Clinical Practice 1998; 1: 2–4.
  2. WORLD HEALTH ORGANIZATION. Innovative care for Chronic Conditions. Disponibile in https://www.who.int/chp/knowledge/publications/icccglobalreport.pdf?ua=1
  3. MACIOCCO G. Assistere le persone con condizioni croniche. Salute Internazionale.info, 23.01.2011. Scaricabile da: https://www.saluteinternazionale.info/2011/06/assistere-le-persone-con-condizioni-croniche/

Pianificazione degli interventi

Due importanti contributi alla pianificazione degli interventi per la cosiddetta Fase 2 della emergenza COVID-19

Sono stati riportate ieri su Quotidiano Sanità (preziosa fonte di informazioni per chi opera a qualunque titolo in sanità)  le proposte di due autorevoli gruppi di esperti per la gestione della cosiddetta fase 2 dell’emergenza da COVID-19, quella in cui si esce dalla attuale situazione di lockdown. Ma a proposito cos’è il lockdown? Tutti i grandi eventi con elevato impatto mediatico si trascinano dietro la nascita di un glossario dedicato. Nel glossario del coronavirus quel termine, locdown, è entrato imperiosamente. Il suo significato? Scarichiamolo da qui: genericamente con la parola lockdown si definisce un protocollo di emergenza che impedisce alle persone o alle informazioni di muoversi da una determinata area per salvaguardarne. Insomma è la fase che tutti stiamo vivendo.

 

Nella fase successiva non ci sarà un “tana libera tutti”, meraviglioso ricordo della nostra infanzia. Grido che magari cacceremo quando avremo il vaccino. E quindi dovremo governare con gradualità il passaggio ad una fase in cui alcune regole verranno allentate, ma con la capacità di riattivarle in caso di necessità.

 

Cominciamo dal primo contributo degli esperti  messo a punto dal notissimo virologo Roberto Burioni (mio cugino secondo, ma questa è un’altra storia) insieme a diversi esperti e con la sottoscrizione tra l’altro della Federazione Nazionale degli Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), dell’ Ente Nazionale Previdenza e Assistenza dei Medici (ENPAM), della Federazione Italiana dei Medici di Medicina generale (FIMMG) nonchè della Società Italiana di Virologia (SIV) e la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT). Tra gli esperti di grande prestigio c’è anche Guido Silvestri,  Professore Ordinario e Direttore del Dipartimento di Patologia Emory University, di Atlanta ed Editor del The Journal of Virology. Da sottolineare la  imponente rappresentanza marchigiana tra i 12 firmatari: tre DOC come Roberto Burioni, Alberto Oliveti (presidente dell’ENPAM) e Guido Silvestri e uno “adottato”,  Marcello Tavio,  infettivologo all’Azienda Ospedaliera di Ancona e Presidente della SIMIT. A noi di Tech4Care piace questa marchigianità  che si è affermata sia a livello nazionale che internazionale.

 

La proposta di questo gruppo prevede la creazione di una struttura di monitoraggio e risposta flessibile, MRF, dell’infezione da SARS-CoV-2 e della malattia che ne consegue (COVID-19) e, possibilmente, in futuro, di altre epidemie. Questa nuova struttura, con chiare articolazioni regionali, dovrebbe operare sotto il coordinamento di Protezione Civile e Ministero della Salute e il supporto tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità ed  avere le seguenti caratteristiche generali:

1) una capacità che la metta in condizione di  eseguire un altissimo numero di test (almeno nell’ordine di molte migliaia alla settimana) sia virologici che sierologici nella popolazione generale asintomatica, da utilizzare in caso di segnale di attivazione di nuovi focolai epidemici;

2) una funzione organizzata di sorveglianza centrale potenziata presso l’ISS;

3) un rafforzamento della capacità regionale di sorveglianza epidemiologica;

4) un mandato a proporre in modo tempestivo e possibilmente vincolante provvedimenti flessibili in risposta a segnali di ritorno del virus;

5) una condivisione della strategia comunicativa con l’Ordine dei Giornalisti e i maggiori quotidiani a tiratura nazionale, nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private.

 

Per quanto riguarda il secondo gruppo di esperti, essi si sono espressi in quanto rappresentanti della Associazione Italiana di Epidemiologia. Nella loro lettera  alle autorità che centralmente coordinano la risposta all’emergenza propongono di costruire indicatori - per ogni area del Paese - della capacità di risposta a controllare la catena dei contagi sul territorio e così valutare l’idoneità ad allentare le misure generalizzate. Gli epidemiologi raccomandano in particolare nella loro lettera di:

  1. focalizzare l’analisi dei dati di sorveglianza sui casi recenti;
  2. descrivere i focolai di infezioni;
  3. rafforzare le capacità operative sul territorio su tre aspetti prioritari:

 

  • il cosiddetto “contact tracing” (la ricerca dei contatti in pratica) dei nuovi casi confermati e l’ampliamento degli accertamenti virali agli asintomatici;
  • l’identificazione tempestiva e analisi dei focolai epidemici;
  • l’adattamento della strategia di accertamento dei casi positivi nelle comunità ristrette, ad esempio anche mediante indagini PCR multiplex su pool di campioni biologici in gruppi a basso rischio.

 

In comune le proposte dei due gruppi hanno un elemento essenziale:  la scelta di fondare gli interventi di controllo della epidemia e delle sue eventuali “riaccensioni” sulla base dei dati epidemiologici con particolare riferimento a quelli generati dalle indagini di laboratorio sia virologiche (ricerca del virus) che sierologiche (dosaggio degli anticorpi).

 

Nei prossimi giorni cercheremo di approfondire questi contributi che abbiamo intanto voluto condividere.


Guida alla navigazione

Piccola nostra guida alla navigazione per ragionare sul COVID-19 in termini di sanità pubblica

Tutti parlano e tutti scrivono di COVID-19. Davvero il rischio di annegare nel mare magnum di ciò che quotidianamente esce nella rete è alto. E allora può valere la pena di avere qualche punto di riferimento. Quelli che diamo noi riguardano soprattutto quei siti, tra gli innumerevoli (una volta tanto questo aggettivo è effettivamente quello giusto), che ci possono aiutare a capire come il modo di fare assistenza (care) viene cambiato da quello che sta succedendo.

 

Penso che tra gli aforismi più in voga da sempre (e come tale uno tra i più irritanti) è che “Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità. Essendo poi attribuita a John Fitzgerald Kennedy non c’è da stupirsi se questa frase tutti se la sono ritrovata davanti in tante slide, magari da tutte e due le parti della “cattedra” (e quindi sia come discente che come docente). In realtà, sembra che questo della crisi/opportunità in salsa cinese sia un mito e come tale da sfatare, tanto da essere presa come primo esempio nella rubrica miti da sfatare nel sito Studiare (da) Giapponese. Sì perché pare non si tratti di caratteri cinesi, ma giapponesi. Non mi spingo più avanti e torno al COVID-19. Per dire che, miti a parte, effettivamente questa drammatica crisi in corso (di natura sanitaria, sociale, culturale, politica e di altra natura ancora) fornisce infinite occasioni di riflessione e quindi di cambiamento e innovazione al nostro sistema sanitario e sociale. Ed è a questo aspetto che noi di Tech4Care guardiamo ed è a questo aspetto che si riferiranno i siti che oggi vi consiglieremo.

 

Diciamo subito che quello che emerge dalla lettura dei contributi di questi siti è che l’impatto terribile della epidemia è dipeso anche dalla convinzione che sul sistema sanitario e sociale si potesse “risparmiare” (con l’assegnazione di fondi inadeguati ai bisogni) e dalla insufficiente risposta ai bisogni delle persone più fragili, sia per motivi di salute che sociali.

 

Partiamo da Salute Internazionale, che in questo periodo si occupa molto di Coronavirus. In questo sito troviamo, ad esempio, un recente contributo dal titolo “Il convitato di pietra”. Nell’articolo si analizza il fenomeno dell’eccesso di mortalità tra gli anziani, che non sarebbe dovuto alla maggiore longevità della popolazione, ma alla pessima gestione dell’epidemia che ha abbandonato a se stesse le persone più fragili e vulnerabili. Un argomento, come si dice con una espressione un po’ scontata, di tragica attualità, visto che nella Repubblica online di oggi compare un articolo dal titolo Coronvirus, focolai nelle case di riposo. Il picco in Lombardia “Ucciso un ospite su dieci”. Altri recenti articoli riguardano ad esempio l’epidemia in Spagna e l’impatto della epidemia nella gestione dei problemi di salute mentale.

 

Ci piace molto anche il sito Scienza in Rete. Come nel caso di Salute Internazionale anche qui fare una selezione di articoli significativi è difficile. E allora tanto vale prendere tre degli ultimi. Uno è dedicato alla ancora insufficiente validità dei test sierologici, uno al rapporto tra coronavirus e inquinamento atmosferico e uno dedicato ad una cronaca sull’impatto del Covid su un ospedale di Milano.

 

Terzo e ultimo sito (sennò a forza di leggere non rimane il tempo per pensare e, tocca fare anche quello, per lavorare). E’ il blog dell’Institute for Health Care Improvement dove troviamo come ultimo post quello dal titolo (già affascinante) Innovation during a public health crisis, che sembra scritto per noi di Teh4Care. Qui riportiamo alcune delle strategie da adottare secondo Kedar Mate, MD, IHI’s Chief Innovation and Education Officer (le lasciamo in inglese, tanto le capisco pure io):

  • Leveraging connectivity.Mate pointed to the use of social media and other connected networks as a means of sharing vital information. As an example, he cited a the COVID-19 Facebook Group for physicians and advanced practice providers, which began with 57,000 members and nearly doubled in just five days. These clinicians are sharing information about what works and what doesn't work to help treat patients with the novel coronavirus.

According to Mate, in normal times, clinical discussions over Facebook might be frowned upon, because it is not an official mode of transferring and vetting information. Yet in the midst of the crisis, some are clearly finding the platform useful in helping to aggressively identify and disseminate new solutions at unprecedented speed.

  • Accelerating technological innovation.Simultaneous to the unorthodox sharing of information is the fact that clinicians and researchers are accelerating the speed at which investigations into new methods of diagnosing and treating COVID-19 have gotten under way. “Overnight, essentially, we have a clinical trials group that's investigating new diagnostics and therapeutics,” Mate said. “It's just a remarkable, unprecedented technological advancement in very, very short order.”
  • Scaling up telehealth.To prepare for patients with COVID-19, health care organizations cancelled elective surgeries and cleared appointment schedules of non-urgent visits. Out of necessity, many have pivoted to televisits, not only to respond to patients who call with early symptoms of COVID-19, but also to help manage those with chronic illness. Scaling up telehealth has required rapid innovation, Mate said.

Bene, per ragionare sulla epidemia da COVID-19 in termini di sanità pubblica abbiamo già un buon punto di partenza.


Public health

Public health, un nuovo spazio dentro la nostra area COVID19

La nostra vocazione come Tech4care è quella, come si legge nel sito, di portare avanti progetti e servizi di ricerca e sviluppo (R&S), consulenza e formazione per innovare l'assistenza a persone fragili, non autosufficienti e con malattie croniche. Adesso l’emergenza epidemica dentro cui tutti ci troviamo coinvolti può far pensare a una perdita di centralità dell’assistenza a queste condizioni tipicamente “croniche” vista la natura per sua natura acutissima della infezione da COVID-19. In realtà non è così, anzi -se possibile – l’emergenza coronavirus rilancia come non mai la centralità dell’assistenza territoriale, più tipicamente vicina alle nostre attività di ricerca e sviluppo. In questa affermazione c’è la ragion d’essere di questa sezione “public health”.

Del resto viene proprio dalle aree più colpite del nostro Paese un richiamo forte a potenziare la risposta territoriale all’attuale emergenza infettiva. È stato dato di recente ampio risalto all’appello di un gruppo di medici di Bergamo (impegnati in prima linea dentro l’ospedale) pubblicato sul New England Journal of Medicine Catalyst (e diffuso in Italia anche tramite Il Foglio). In questo appello si dice tra l’altro (riprendiamo il contenuto del giornale) che:

 

“Detto in altre parole e molto chiaramente: questa non è come è stata spesso descritta una crisi della terapia intensiva, ma “una crisi di salute pubblica e umanitaria. E per questo bisogna muoversi esattamente nella direzione opposta di quella intrapresa finora. Primo: al contrario di concentrare i pazienti negli ospedali, bisogna puntare su tutti gli strumenti e le tecnologie che permettono di aumentare le cure domiciliari, dalla nutrizione all'ossigenoterapia, e rendere più flessibile l'assistenza per esempio con il ricorso alle cliniche mobili e la telemedicina”. I  medici di Bergamo chiedono anche di dare la priorità alla protezione del personale sanitario con luoghi e personale dedicato solo alla lotta al virus e di istituire “un ampio sistema di sorveglianza con adeguato isolamento”. Ma i dottori di Bergamo vanno anche oltre, e qui veniamo al secondo punto che emerge dall'appello: bisogna assistere l'intera popolazione perché questa è una crisi che investe la collettività. “I sistemi sanitari occidentali sono stati costruiti attorno al concetto di assistenza centrata sul paziente, ma un'epidemia richiede un cambiamento verso un concetto di assistenza centrata sulla comunità”, spiegano e denunciano chiaramente che questa consapevolezza è completamente mancata. “Ciò che stiamo apprendendo dolorosamente è che abbiamo bisogno di esperti in sanità pubblica ed epidemie, competenze sulle quali non si è concentrata l'attenzione dei decisori a livello nazionale, regionale e ospedaliero. Ci manca la competenza sulle condizioni epidemiche, che ci guidi ad adottare misure speciali per ridurre i comportamenti epidemiologicamente negativi”. Questo significa anche che servono altri tipi specialisti e, per chi volesse ascoltarli, li elencano,  “scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e assistenti sociali”, chiedendo pure l'intervento dell'assistenza umanitaria internazionale.”

 

Questa centralità del territorio è stata ribadita di recente anche nella lettera pubblicata il 1 marzo sul  British Medical Journal (diffusa poi in Italia tra l’altro anche da Quotidiano Sanità) con primo firmatario il dott. Filippo Anelli Presidente della FNOMCEO. Dal Quotidiano Sanità riportiamo questo stralcio.

 

“Un recente articolo sul New England Medical Journal ha dimostrato che, oltre ai rischi personali che gli operatori sanitari si trovano ad affrontare, gli ospedali e il personale medico possono diventare un possibile veicolo di diffusione per l’infezione. L’articolo ha anche affrontato il problema dell'enorme percentuale di soggetti infettati che rimangono asintomatici e del loro ruolo nella diffusione dell’epidemia.


È da queste considerazioni che siamo partiti per lanciare il nostro appello e le nostre richieste dalle pagine del British Medical Journal affinché possano farne esperienza e trarne le dovute indicazioni anche tutti i colleghi delle diverse parti del mondo dove ancora ci sono margini di tempo per prepararsi”,

spiega Anelli.

In particolare abbiamo voluto sottolineare l'inadeguatezza del modello ospedalo-centrico per far fronte ad epidemie di questa portata, com’è diventato evidente dopo la chiusura di interi ospedali in Italia per la diffusione dell'infezione tra medici, infermieri e pazienti. Errore fatale è stato e in taluni casi rischia di continuare ad essere l’assenza di percorsi dedicati esclusivamente al Coronavirus quanto ad accesso, diagnostica, posti letto e operatori sanitari. Inoltre, va chiarito che nessuna epidemia si controlla con gli ospedali, come si è forse erroneamente immaginato: è sul territorio che va espletata l’identificazione dei casi con test affidabili ma anche con rapidi kit di screening e la sorveglianza con la tracciabilità dei contatti, il monitoraggio e l’isolamento”, aggiunge il presidente della Fnomceo.”

 

Insomma, per vincere la battaglia contro il COVID-19 bisogna spostare attenzione e risorse sul territorio. Ma c’è un altro ordine di considerazioni ancora. Il principale bersaglio della epidemia è rappresentato proprio da quei soggetti nei cui confronti con il suo “armamentario” Tech4care vuole aumentare la qualità dell’assistenza. Soggetti che vanno particolarmente supportati in questa fase per evitare di ritrovarsi a epidemia finita con un costo sociale molto più alto per i problemi non-Covid rispetto al pure enorme e doloroso impatto di quello COVID. Per cui, a prescindere (come diceva il grande Totò) dalla epidemia e, anzi, a maggior ragione in ragion di questa l’innovazione culturale, organizzativa e tecnologica cui lavoriamo avrà in questo periodo una ulteriore accelerazione.

 

In questo spazio affronteremo attraverso analisi, esempi e proposte il tema di come la battaglia contro il coronavirus finisca con il sovrapporsi alla battaglia per una migliore assistenza alle persone fragili, non autosufficienti e con malattie croniche. Come vuole la nostra storia.