L'esperienza sul campo del Covid Hospital di Senigallia

L’esperienza sul campo del Covid Hospita: la sfida di oggi

Presentazione della esperienza

Questa esperienza mi è stata raccontata da due cari amici: Tamara Campanelli e Gabriele Pagliariccio. Coordinatrice infermieristica lei e chirurgo vascolare lui. Fine della presentazione. Adesso vi raccontano loro.

 

Il racconto del Covid Hospital di Senigallia

La sfida al Covid - 19 passa anche attraverso i Covid Hotel.

A Senigallia ha aperto il primo e per ora unico Hotel della regione Marche che accoglie le persone clinicamente guarite che non possono fare un isolamento fiduciario al proprio domicilio.

E’ stato messa in campo in pochissimo tempo una struttura utile per il territorio ma anche per tutta la regione grazie alla collaborazione dei medici volontari dell’ambulatorio solidale Paolo Simone Maundodè,   della Fondazione Caritas, del comitato “Un aiuto per l’ospedale di Senigallia” che hanno realizzato un protocollo d’intesa con il Comune di Senigallia l’ASUR Marche per la gestione delle persone che possono essere dimesse dall’ospedale perché senza sintomi (guarigione clinica) ma che non possono tornare al loro domicilio, oltre che per coloro che devono effettuare la quarantena ma non ne hanno la possibilità.

Passati i momenti più gravi della pandemia oggi quello che serve è la corretta gestione dei numerosi casi di pazienti in isolamento domiciliare perché non tutti hanno una stanza dedicata in cui fare l’isolamento, un bagno dedicato o semplicemente qualcuno che ti porta la spesa a casa.

Il Covid Hotel, situato presso il lungomare di Senigallia, vuole rispondere a questi bisogni sociali. Qui l’ospite deve solo avere la pazienza di stare in camera… (tra l’altro quasi tutte le stanze hanno un terrazzo fronte-mare); la struttura e gli operatori si occupano di fornire il cibo, del cambio di biancheria, del sostegno psicologico e per chi lo desidera anche del sostegno spirituale. La capacità ricettiva è di 40 stanze, ciascuna con bagno interno, wifi, televisione, telefono e balcone con vista mare. Chi entra nella camera non può uscirne almeno per due settimane, questo il tempo minimo di positività. Viene fornita la biancheria, i pasti vengono lasciati fuori dalla porta perché gli ospiti non possono entrare in contatto con il personale che opera nella struttura. I rifiuti vengono messi in un sacco, senza differenziare. Tutti i percorsi sono stati sottoposti a revisione critica ed impostati come procedure ben differenziate in modo da poter permettere a tutti (operatori ed ospiti) di convivere ed operare reciprocamente senza rischi.

Chi ci lavora? Le persone che hanno realizzato il progetto sono prevalentemente dei volontari che hanno messo a disposizione le loro diverse competenze. I volontari della Caritas si sono occupati di identificare la struttura, di selezionare quella “più idonea”, il Comitato “Un aiuto per l’ospedale di Senigallia” ha raccolto i fondi necessari per i bisogni del territorio e di conseguenza ha in parte sostenuto la parte economica insieme alla Fondazione Caritas di Senigallia (ricordiamo che il soggiorno nella struttura è completamente gratuito).

Poi i ci sono i “tecnici” cioè i volontari che hanno contribuito con il loro specifico professionale: la parte igienico-sanitaria è stata seguita dalla Prof.ssa Emilia Prospero (Istituto d’Igiene Università Politecnica delle Marche), la parte comportamentale ed organizzativa dalla Dr.ssa Tamara Campanelli (Coordinatrice infermieristica  Azienda Ospedali Riuniti Marche Nord) e per la parte clinica (criteri di accesso all’hotel) dal Dott. Gabriele Pagliariccio (Chirurgo Vascolare Azienda Ospedali Riuniti Ancona), questi ultimi volontari presso l’Ambulatorio solidale Paolo Simone Maundodè di Senigallia.

Per quanto riguarda gli operatori che quotidianamente sono presenti in hotel, sono stati assunti dalla fondazione Caritas e si occupano di rispondere a tutte le eventuali necessità degli ospiti mantenendo un costante contatto telefonico con gli ospiti.

 

Prima dell’apertura grazie alla collaborazione con Medici Senza Frontiere (in Area Vasta 2 è presente un gruppo di loro operatori che presta il proprio servizio in questo territorio) è stata effettuato un momento formativo in cui sono stati approfonditi temi relativi alle caratteristiche di trasmissione del Covid-19, aspetti comportamentali ed è stato effettuato un addestramento all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale.


L'esperienza sul campo di Reggio Emilia

Come si combatte l’epidemia da COVID-19 nel territorio: una esperienza da Reggio Emilia

Su Quotidiano Sanità è stata pubblicata lo scorso 5 aprile una lettera del Dott. Euro Grassi, Medico di Medicina Generale, Segretario Generale Provinciale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) di Reggio Emilia, in cui si descrive come si combatte sul territorio l’emergenza COVID-19.

La lettera descrive una particolare organizzazione delle cure primarie territoriali nella provincia di Reggio Emilia. Questa esperienza viene ben descritta nella lettera a partire dal gruppo di Progetto dalla FIMMG (la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale) di Reggio Emilia e dal  Dipartimento Cure Primarie dell’Ausl Reggio Emilia. Al loro lavoro si deve un accordo  che prevede una serie coordinata di azioni finalizzate soprattutto alla gestione anticipata a livello domiciliare dei casi di COVID-19:

 

a) i Medici di Medicina Generale (MMG) fanno triage telefonico sui loro assistiti e danno terapie sintomatiche ai casi lievi, secondo indicazioni clinico-terapeutiche concordate anche con gli infettivologi;

b) i MMG inviano ad Ambulatori Covid i casi non da Pronto Soccorso, ma con sintomi persistenti. Sono stati istituiti in 12 sedi AUSL sparse nella provincia per dare una risposta vicino ai MMG ed ai cittadini, ove lavorano a turno MMG e MCA (i Medici della Continuità Assistenziale, ovvero quelli della cosiddetta Guardia Medica) volontari, con una protezione come quella del personale dei reparti di Malattie Infettive, “coperti” per le chiamate urgenti e le visite ambulatoriali dei loro assistiti dagli altri MMG delle medicine di rete e di gruppo (le principali forme di associazionismo dei MMG);

c) negli Ambulatori Covid il MMG-MCA visita, controlla la saturazione di ossigeno, può fare eseguire il tampone diagnostico, dare il Plaquenil (che sembra funzionare  benissimo, specialmente se dato precocemente), fare  anche una eco fast polmonare salvo inviare a RX TAC con percorso diretto i casi da accertare meglio  oppure chiamare direttamente il 118 per i casi gravi da portare in Pronto Soccorso;

d) per i casi di famiglie completamente allettate, di pazienti non trasportabili negli ambulatori Covid o per il controllo di  pazienti dimessi dai PS o dai reparti ospedalieri, sono attivate le USCA, Unità Speciali di Continuità Assistenziale (previste a livello nazionale da un Decreto Ministeriale), composte non solo da Medici di Continuità assistenziale ma anche da Medici di Medicina Generale, ma troppo onerose in termini di impiego di medici e mezzi rispetto al numero di cittadini colpiti da assistere se utilizzate da sole. Anche in questo caso, il MMG-MCA, in massima protezione, visita, consegna Plaquenil e prescrive terapie ed accertamenti urgenti.

 

Il modello  che integra USCA e  questi ulteriori “gruppi” volontari  funziona benissimo. In questo modo, gli studi dei MMG sono liberati dalle patologie infettive ed i MMG possono riprendere a lavorare per appuntamento per le altre patologie, mentre i cittadini Covid 19 hanno una risposta sul territorio sia ambulatoriale che domiciliare, non intasano i PS ed essendo sottoposti a terapia precocemente, non virano verso la polmonite interstiziale e non solo vanno meno in terapia intensiva , ma hanno anche una precoce eradicazione del virus.

Questa organizzazione permette anche di concentrare i Dispositivi di Protezione Individuale  FFP2 e FFP3, davvero troppo scarsi per i MMG, laddove servono maggiormente.

A Reggio Emilia -si aggiunge nella lettera – si dispone  di un protocollo Clinico Terapeutico, a cui fare riferimento, per gli ospiti delle CRA (Casa Residenza per Anziani non autosufficenti)  comprese le strutture con solo posti privati e non convenzionati con sintomatologia sospetta COVID. Il protocollo è condiviso dai  Medici con incarico di Diagnosi e Cura o di Coordinamento delle CRA, e da tutti i MMG che hanno propri assistiti all’interno delle strutture per anziani.

Si stanno valutando – prosegue “il racconto” - ulteriori ipotesi di assistenza da parte di MMG e MCA presso una Lungodegenza decentrata per soggetti Covid positivi, struttura a bassa intensità assistenziale, e presso una struttura residenziale per pazienti Covid positivi paucisintomatici, che non possono rientrare al proprio domicilio per motivi legati alle caratteristiche della loro abitazione e o del nucleo familiare (l’ipotesi è quella di una sorta di Ospedale di Comunità  presso un Ospedale o un Albergo).

La lettera conclude ricordando che l’organizzazione delle cure primarie territoriali e la tutela dei MMG-MCA con DPI adatti per affrontare e vincere l’epidemia Covid 19, sono la cosa più importante e meno applicata in tutte le Regioni. Non ci saranno mai – considerazione finale - Ospedali e letti di terapie intensive sufficienti, se non si attiva il filtro delle cure primarie territoriali!


La sezione "ESPERIENZA SUL CAMPO" è ora online!

Abbiamo pubblicato la sezione Esperienza sul campo all'interno del sito.

Ecco l'argomento della prima buona pratica trattata nella sezione:

Su Quotidiano Sanità è stata pubblicata lo scorso 5 aprile una lettera del Dott. Euro Grassi, Medico di Medicina Generale, Segretario Generale Provinciale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) di Reggio Emilia, in cui si descrive come si combatte sul territorio l’emergenza COVID-19. La lettera descrive una particolare organizzazione delle cure primarie territoriali nella provincia di Reggio Emilia.

 

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