di Gabriele Pagliariccio(*)

 

*Chirurgo vascolare presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona; referente per la Regione Marche della Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare; consigliere nazionale della Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare.

 

Di recente Quotidiano Sanità commentando l’ultimo Rapporto  di ALTEMS (Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari  dell’Università Cattolica)ha evidenziato il grave problema dell’aumento del rischio di complicanze e peggioramento della prognosi per le patologie non Covid. Specifici commenti hanno avuto ad esempio di recente i problemi legati alla riduzione degli screening oncologici e l’aumento della mortalità per infarto legata al ritardo nel trattamento ed alla paura di andare in ospedale.

 

Vorrei portare oggi un contributo di riflessione in tema di patologia vascolare. Stiamo vivendo ormai da molti mesi nel mezzo della pandemia da Covid-19 nella quale ci viene impedita ogni progettualità a breve e lungo termine. È una sorta di “tempo sospeso” che coinvolge la sfera personale e sociale, ma incide in modo straordinario anche in quella professionale. In particolare per chi si occupa di malattie cardiovascolari, ormai da molti mesi il quadro è assolutamente drammatico. Come ben sappiamo queste malattie hanno una diffusione amplissima nella popolazione e rappresentano la prima causa di morte (oltre il 30% secondo OECD Health Statistics 2020), con percentuali più alte anche di quelle delle malattie oncologiche. Questi dati sono ancora più drammatici nella loro semplicità se li interpretiamo alla (scarsa) luce del periodo in cui viviamo: il Covid ci ha costretto in tutta Italia, e probabilmente non solo in Italia, a ridurre – e per un certo periodo a bloccare – tutte le prestazioni da erogare sia nell’ambito della valutazione clinica della popolazione a rischio che in quello del trattamento terapeutico e del follow up. In ambito diagnostico il nostro lavoro prevede l’effettuazione di visite ed esami di diagnostica non invasiva mediante EcoDoppler per individuare, all’interno della popolazione a rischio, i pazienti affetti da malattie vascolari. Tutto questo è stato praticamente soppresso per molti mesi con un danno sanitario enorme che verrà pagato nei prossimi anni in termini di eventi vascolari: non aver individuato e trattato una stenosi carotidea significa che potremmo aspettarci che quel paziente arrivi prossimamente alla nostra attenzione con un evento ischemico cerebrale (TIA od ictus). Sul versante terapeutico i trattamenti chirurgici ed endovascolari nel trattamento delle patologie vascolari sono stati ovunque fortemente ridotti – quando non addirittura cancellati – durante il lockdown in cui è stato possibile soddisfare solo le urgenze.

 

Ma le malattie vascolari non aspettano e progrediscono spesso in modo drammatico: un aneurisma dell’aorta non trattato può portare a rottura dell’aorta ed alla morte del paziente in percentuali sino al 50% dei casi secondo le linee guida 2019 della Società Europea di Chirurgia Vascolare.

La drammaticità del periodo in cui stiamo vivendo è che il carico di morbilità̀ e mortalità̀ delle patologie non trattate in questo frangente storico rischia di lasciare sul campo più danni e vittime della stessa pandemia.

 

In questi giorni stiamo apprendendo con grande preoccupazione le notizie di una possibile prossima sospensione dell’attività clinica non urgente negli ospedali italiani. Eppure il lockdown primaverile ci dovrebbe avere insegnato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che le malattie vascolari non sono seconde a nessuno per gravità, neppure al Covid-19. Nella primavera scorsa la pandemia ci ha colto di sorpresa spingendoci ad una chiusura generalizzata, ma ora conosciamo meglio il Covid 19 ed abbiamo armi per fronteggiarlo per cui un nuovo blocco dell’attività sarebbe ingiustificato per i nostri pazienti. Limitare di nuovo l’accesso agli ospedali ai soggetti con patologie vascolari (sia per la valutazione diagnostica che per il trattamento ed il follow up) sarebbe un errore imperdonabile, direi moralmente inaccettabile.

Le conseguenze sull’attività ospedaliera del primo lockdown le stanno pagando sulla loro pelle i pazienti con arteriopatia periferica (circa 200 milioni nel mondo secondo le recenti linee guida sulla malattia arteriosa periferica della Società Europea di Medicina Vascolare del 2019). Questi pazienti, non recatisi in ospedale durante il lockdown, hanno affollato i reparti della nostra disciplina con arti in gangrena da amputare unicamente perché non trattati in precedenza con una semplice angioplastica od un bypass. È inoltre indispensabile, aggiungo, che i pazienti siano consapevoli del fatto che l’accesso agli ospedali è sicuro con sanitari periodicamente sottoposti a screening con tamponi e test sierologici e con percorsi differenziati e che è estremamente più rischioso rimanere a casa che recarsi in ospedale per prendersi cura di una malattia vascolare.

 

Infine vorrei segnalare come in questo contesto pesino negativamente sulla qualità dell’assistenza i ritardi nella costruzione di una rete clinica che si occupi su base regionale di patologia vascolare. Purtroppo il Covid-19 allontana ancora di più la possibilità di portare ad operatività questa rete che permetterebbe un accesso alle cure più omogeneo sul territorio, un migliore utilizzo delle risorse umane e tecnologiche e di conseguenza un forte guadagno per la salute dei pazienti. I “nostri” malati hanno già un carico di malattia pesante e permanente: non si meritano proprio che questa pandemia glielo aumenti più ancora di quanto non ha già fatto.

 

*Chirurgo vascolare presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona; referente per la Regione Marche della Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare; consigliere nazionale della Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare.