Le interviste del nostro blog:  Fabio Ragaini

Se nelle Marche (mi sbilancio: in Italia) ti occupi di sanità non puoi non conoscere il Gruppo Solidarietà che si occupa soprattutto di servizi sociosanitari.  Ma occuparsi di servizi sociosanitari vuol dire di occuparsi nel senso più ampio della salute delle nostre comunità. Ancor di più al tempo del coronavirus. Ci è sembrato opportuno allora far conoscere la storia di questo gruppo e le valutazioni che il gruppo fa di “quello che sta succedendo. A parlarcene è Fabio Ragaini, mio carissimo amico, fisioterapista infaticabile animatore delle attività del Gruppo (definizione non concordata).

A proposito la foto che accompagna l’intervista è quella del camino della vecchia fornace Moie di Maiolati Spontini, mirabile recupero di un pezzo di archeologia industriale, dove ha sede il Gruppo e dove si trova la bellissima biblioteca che spesso ospita gli eventi del gruppo.

 

  1. Per i nostri lettori: puoi fare un minimo di presentazione del Gruppo Solidarietà?

L’esperienza prende avvio nell’estate del 1979 su iniziativa –  mi piace ricordarlo ancora di più in questi giorni –  di Carlo Urbani, il medico morto nel 2003 dopo aver identificato il primo focolaio della Sars. Siamo nati come la gran parte dei gruppi di volontariato. Voler fare, voler aiutare. Abbiamo incontrato persone con disabilità che vivevano  in un Istituto. C’è stato l’incontro con le persone con i loro bisogni, le loro esigenze, i loro problemi. I loro diritti. Subito dopo c’è stato l’incontro come le Istituzioni. Sono stati passaggi cruciali; la richiesta da parte delle famiglie – la stragrande maggioranza con figli con grave disabilità intellettiva – di aiutarle perché il tempo libero dei loro figli era molto e molto poco occupato. Per molti finiva la scuola dell’obbligo; l’ipotesi scuole superiori non era presa in considerazione e si poneva il problema di una giornata che si trovava improvvisamente vuota per i figli e pienissima per i genitori. Lì abbiamo cominciato ad incontrare le istituzioni, lì abbiamo preso coscienza, forse istintivamente, che la risposta non poteva essere il moltiplicare – sulle ali di tanto entusiasmo – gli interventi ma lavorare perché fossero garantite esigenze e diritti. Ma per  meglio capire il nostro percorso rimando al nostro intervento in occasione della ricorrenza del trentennale del Gruppo Volontariato e politiche sociali nell’esperienza del Gruppo Solidarietà, insieme a questo contributo Fare advocacy nel welfare in Italia. L’esperienza del Gruppo Solidarietà.

 

  1. Mi dici in che modo l’emergenza coronavirus ha impattato sui servizi socio-sanitari della nostra Regione?

L’impatto, ovviamente,  è stato pesantissimo. Operando una schemastizzazione  tra servizi domiciliari, diurni e residenziali, si può presentare questo quadro.

Domiciliare:  seppur i servizi non siano stati sospesi da alcuna norma, nei fatti per la stragrande maggioranza dei casi, dal 10 marzo sono stati chiusi pressoché in tutta la Regione. Le motivazioni sono diverse: mancanza di dispositivi, sospensione da parte degli utenti,  disposizione da parte dei Comuni (e in alcuni casi se a titolarità sanitaria da parte dell’ASL). Ma vediamo quante persone (e nuclei familiari) sono stati coinvolti. Disabilità: Educativa domiciliare e assistenza alle persona: circa 2500. Tirocini inclusione disabili: circa 2000;  circa 500 (malati di SLA,  Vita indipendente, Minori con malattia rara), sono le persone beneficiarie di contributo economico per acquisto servizi (con o senza obbligo assunzione assistente). Assistenza comunale anziani: circa 2400. Si aggiunga il numero degli alunni con disabilità: circa 7.000, la metà con educativa scolastica e le persone con disabilità che stavano svolgendo un tirocinio di inclusione: circa 2000. Un numero imponente di persone.

– Servizi diurni: si può stimare (anziani, disabili, salute mentale), circa 2300 persone. Sono servizi chiusi per disposizione di legge dall’11 marzo. Per le  persone si sarebbero dovuto riprogettare forme di  sostegno domiciliare.

Servizi residenziali. Nei tre ambiti: anziani, disabilità, salute mentale i servizi residenziali, sociali e sociosanitari (comprendenti anche i servizi sanitari extraospedalieri) coinvolgono circa 13.000 persone. Servizi, evidentemente, non sospesi, ma che hanno dovuto fare i conti con interventi di prevenzione del contagio e laddove presenti persone contagiate con la gestione dell’infezione.

 

Ad oggi, 10 maggio, la situazione nei vari territori è molto differenziata e non è possibile fornire un quadro esaustivo. Si può sinteticamente dire che in alcuni territori si stanno riattivando i sostegni di persone che fruivano di interventi domiciliari; per quanto riguarda i Centri diurni, per i quali sostanzialmente i sostegni domiciliari, non sono stati mai attivati, dopo il DPCM del 26 aprile le Regioni devono riprogrammarne l’apertura. Una riprogrammazione che, per più motivi, non si presenta facile.  La necessaria sinteticità delle risposte non consente di dettagliare le diverse problematiche. Per un approfondimento rimandiamo ad alcuni nostri contributi che si possono consultare nel sito del Gruppo Solidarietà (www.grusol.it), nella sezione dell’ Osservatorio sulle politiche sociali nelle Marche.

 

  1. Quali sono le iniziative che solleciti da parte delle istituzioni per minimizzare anche in futuro l’impatto di emergenze epidemiche di questa natura sui soggetti più fragili?

Seppur siamo in una fase di significativo rallentamento del contagio, ci troviamo di fronte ad una situazione inedita che, temo, ci accompagnerà per un tempo lungo. Abbiamo vissuto una situazione inedita che ci ha visti, tutti, impreparati. L’auspicio è che questo non debba più accadere. Non affronto il tema dell’accesso alle cure dei soggetti più fragili  che mai come in questo periodo è stato così attuale (vedi in proposito il Parere del Comitato Nazionale di Bioetica). Una situazione, in cui le fasce più deboli hanno pagato pesantemente l’impreparazione del nostro sistema sanitario. La mia riflessione riguarda il sistema dei servizi territoriali regionale che vive da molti anni una situazione di forte sofferenza, non solo per la progressiva diminuzione del personale ma anche per una cronica carenza programmatoria e di governo. Penso al rafforzamento complessivo dei servizi distrettuali che passa soprattutto attraverso la scelta di dirigenze di qualità. Sistemi e servizi inadeguati in tempo ordinario possono solo assistere in maniera impotente e agire in maniera improvvisata a situazioni come quelle che stiamo vivendo.

I nostri sistemi di accompagnamento, valutazione, presa in carico, hanno sperimentato un progressivo disinvestimento. Non concepiti strategicamente come servizi di comunità impegnati a dare forte sostegno alle persone che vivono nei territori. Servizi che assumono in sé, una funzione di risposta e contemporaneamente  di prevenzione e di  promozione della comunità. Nello stesso tempo, anche per le pressioni di un privato sempre più forte, è cresciuto in questi anni l’approccio prestazionale, che risponde ad un bisogno specifico ma non si cura della persona e della sua qualità di vita. Un approccio centrato sul trattamento e non sul servizio.

Cosa bisogna fare? A don Milani posero questa domanda rispetto alla scuola “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma di come bisogna essere per poter far scuola. Vedete che non è questione di metodi, ma solo di modo di essere e pensare …. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati. Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero ad un livello superiore. Non dico a un livello pari dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più di tutto”. Anche per noi credo valga la stessa risposta. E’ questione di modo di essere e di pensare. Avere a cuore le persone, i loro diritti e dunque la loro qualità di vita. Le risposte adeguate verranno conseguentemente.

 

Grazie Fabio!

 

P.S. Per l’approfondimento dei temi trattati Fabio ci rimanda agli ultimi due libri (Le politiche necessarie, 2019 e Le politiche perdute, 2017) pubblicati dal Gruppo.