Claudio M. Maffei, 17 luglio 2020

Esiste un grande problema di “competenza” sui temi della sanità pubblica, sia a livello politico che a livello dei tecnici e della “società civile”. Il fatto che tutti i principi ispiratori di una possibile “nuova” sanità siano vecchi di decenni e non abbiano avuto applicazione concreta ne sono una testimonianza. Prendiamo il tormentone dell’ospedalocentrismo. Quanti sono consapevoli di cosa sia e cosa voglia dire adottare in pratica il “Chronic care model”? Quanti hanno capito “veramente” cosa voglia dire potenziare il territorio in alternativa ad una rete ospedaliera dispersa e frammentata? Ma lo stesso vale per acronimi come LEA e PDTA o per sostantivi come engagement o empowerment. Lo stesso linguaggio base della qualità (che in fondo è una sorta di grammatica della sanità pubblica) e quindi termini come esiti, equità, appropriatezza e così via sono sconosciuti e poco familiari ai più. Ma tra questi “più” ci sono i decisori politici ed i rappresentanti delle forze sociali che possono o meno favorire l’evoluzione della sanità nella direzione che in fondo tutti descrivono più o meno allo stesso (centralità del cittadino, garanzia dei LEA, innovazione digitale, lavoro per processi, organizzazioni a rete, ecc.) senza però avere idea di cosa voglia dire in pratica.

 

Se non cresce in modo diffuso questa competenza di sanità pubblica le risorse in più che stanno per arrivare rischieranno un utilizzo non appropriato e non di sistema. E a questo proposito ci viene in aiuto la public health literacy di cui ha parlato qualche anno fa Grandolfo qui. Il termine di public health literacy viene mutuato da quello più noto (almeno tra gli addetti) di health literacy la cui definizione troviamo qui: “La health literacy (in italiano, alfabetizzazione sanitaria), riguarda la capacità degli individui di leggere e comprendere materiale scritto di tipo sanitario. La public health literacy è la condizione attraverso la quale individui e gruppi possono ottenere, processare, comprendere, valutare e mettere in pratica le informazioni necessarie per rendere le decisioni di sanità pubblica utili per la comunità”. Di recente si è parlato di health literacy in rapporto al Covid-19, un articolo che comincia così riprendendo un comment di Leena Paakkari e Orkan Okan pubblicato su Lancet Public Health il 14 aprile, dal titolo “COVID-19: health literacy is an understimated problem”: “Il rapido sviluppo del Covid-19 in una pandemia ha costretto le persone ad acquisire e applicare informazioni sulla salute e ad adattare il loro comportamento a un ritmo rapido. La comunicazione sulla salute volta a educare le persone sulla Covid-19 e su come evitare di contrarre o diffondere l’infezione è diventata ampiamente disponibile. Le informazioni più valide sono quelle che rendono di facile comprensione le soluzioni semplici e pratiche, come lavarsi le mani, mantenere la distanza fisica e dove trovare informazioni sulle ultime raccomandazioni e consigli. Sfortunatamente, ci sono anche informazioni troppo complesse, contraddittorie e false. Allo stesso modo, si ritiene che gli individui siano in grado di acquisire, comprendere e utilizzare queste informazioni in modo sano ed etico, vale a dire essere “health literate”, alfabetizzati in salute.”

 

Mi sembra normale che se i cittadini debbono essere “alfabetizzati” per gestire meglio la propria salute altrettanto alfabetizzati debbano essere i politici che prendono decisioni importanti sulla salute dei cittadini della loro comunità che li hanno chiamati a rappresentarli. Così come dovrebbero essere alfabetizzati tutti coloro che vogliono rapportarsi alle istituzioni sui temi della salute: Comitati di tutela, sindacati, Associazioni della più diversa natura, cittadini e professionisti che vogliono partecipare consapevolmente. Evitiamo equivoci: qui per alfabetizzazione intendiamo acquisire (e trasmettere) un livello di conoscenze che va al di là di una infarinatura come vedremo meglio tra poco. 

 

Stranamente questo tema della public health literacy non ha “preso” e al progressivo abbassamento della cultura di sanità pubblica ai livelli decisionali e dirigenziali più alti sembra difficile rimedio. Invece ritengo che un possibile rimedio ci sia e sia proprio la public health literacy da tradursi in un insieme coerente di azioni comunicative e formative sui temi della sanità pubblica. Dai corsi FAD (a distanza) a seminari, documenti e tutto quello che può essere utile alla causa. Persino dei post in un blog o in un profilo Facebook. Come dire: “basta che funzioni”.

 

I possibili temi? I soliti (a solo titolo esemplificativo), ma attenzione ciò che conta non è il cosa tratti, ma il come lo tratti:

  • i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA);
  • il Chronic Care Model nella risposta alla cronicità;
  • le reti cliniche;
  • i percorsi assistenziali;
  • la telemedicina;
  • gli ospedali di comunità;
  • i nuovi ruoli professionali;
  • l’integrazione multiprofessionale;
  • l’accreditamento e l’autorizzazione;
  • la continuità ospedale/territorio;
  • la sorveglianza epidemiologica;
  • una nuova medicina generale;
  • ……

 

Se si crede nell’idea di una maggiore competenza di sanità pubblica diffusa come pre-requisito del cambiamento in sanità allora torniamo davvero tutti a scuola a partire da chi sceglie di impegnarsi in politica per tutelare meglio la salute dei propri cittadini. Non vogliamo tra loro studenti con le orecchie d’asino di una volta. E invece se ne vedono di questi tempi tante (troppe) in giro.

 

PS Questo post è dedicato a mia mamma Ilde, maestra per una vita, che domani avrebbe compiuto 96 anni. Mamma lo sai sì cos’è un blog?