Per una sanità incrementale dei piccoli passi centrata sulla qualità

Premessa

Oggi è certamente una data molto importante per il nostro paese, il giorno in cui si allentano le misure di lockdown. Trovate qui testo e commento del Decreto “di sblocco”.

 

Adesso che la morsa della pressione della emergenza sembra allentarsi bisogna fare tesoro della esperienza accumulata in queste settimane. Molto giustamente in molti hanno fatto notare che l’uso di termini come “guerra” e “battaglia” a proposito del COVID-19 sono fuorvianti e sbagliati. Da una parte però sono utili come metafora e ad esempio ci ricordano che “se vuoi la pace, prepara la guerra”. E che, quindi ammesso che adesso ci aspetti un tempo di pace, questo è il  momento buono per prepararsi ad  impedire o contrastare sin dall’inizio al meglio una riemergenza epidemica.

 

Prepararsi richiede una serie di azioni a livello “macro” di politica sanitaria e poi una serie di azioni a livello della singola realtà organizzativa e operativa. A me pare che tutte queste azioni partano da una scelta di fondo: quella di privilegiare un approccio “incrementale” e non “eroico” e di mettere al centro i processi di miglioramento della qualità.

 

La medicina (e la sanità) che ti salva anche dal coronavirus: quella incrementale dei tanti piccoli passi

Lo spunto ci viene da un ormai vecchio numero di Internazionale, del novembre 2017, dove il titolo di copertina era “Il medico che ti salva la vita”. Sottottolo:” la medicina d’emergenza e quella specialistica sono fondamentali, ma è il rapporto prolungato tra medici di base e pazienti che fa davvero la differenza, scrive Atul Gawande”. Atul è un chirurgo statunitense professore alla Harvard Medical School di Boston. Scrive bellissimi libri e articoli per il New Yorker. Tra cui quello cui si riferisce la copertina di Internazionale.

L’articolo in modo molto efficace descrive l’importanza della cosiddetta medicina incrementale in cui sono i piccoli successi progressivi a fare la differenza rispetto alla medicina eroica (quella dei chirurghi che lavorano nell’emergenza, ad esempio). L’articolo descrive e commenta con grande entusiasmo l’esperienza di un centro di cure primarie di Boston con tre medici (di medicina generale secondo il nostro glossario) a tempo pieno, diversi altri part-time, tre infermieri specializzati, tre assistenti sociali, un’infermiera, un farmacista e un nutrizionista.

A me sembra che questa distinzione fatta a scopo per così dire didattico da Gawande ci possa servire anche nella pianificazione degli interventi nei confronti del COVID-19. Non basta (e non è una priorità) investire sulla sanità eroica,  quella delle risposte tecnologicamente più avanzate (come il potenziamento delle terapie intensive), ma occorre metter in campo una serie di azioni che tengano conto dei molti livelli in sui si articola la piramide epidemiologica del COVID-19, da noi descritta in un precedente post.

 

Le scelte di una politica sanitaria incrementale

Abbiamo già avuto modo di commentare  in un post il Decreto Rilancio che contiene indicazioni e prevede risorse finalizzate a migliorare la risposta del sistema socio-sanitario alla possibile riemergenza coronavirus. Questo Decreto è ispirato, né poteva essere altrimenti, ad una logica incrementale in cui sono chiamati a dare il loro contributo  tanti interventi a più livelli e con più obiettivi. Sono previste misure sia a livello territoriale (finalizzate alla prevenzione dei contagi e alla presa in carico precoce della malattia) che ospedaliero. E a ciascuno di questi due livelli sono molte le azioni da mettere coerentemente in campo.

 

Cosa vuol dire adottare una logica incrementale a livello operativo: mettere al centro la qualità

A livello operativo fare propria una logica incrementale vuol dire pianificare secondo le logiche della qualità tutti gli interventi necessari al contenimento del rischio e al miglioramento dei percorsi di cura con una attenzione “maniacale” ai particolari. In questo andrebbe fatto tesoro della esperienza e degli errori fatti in questi mesi per trasformare tutto quello che si fa in nuove procedure condivise, seguite e, soprattutto, verificate. Perché una possibile riemergenza epidemica venga prima possibile sospettata e gestita occorre che tutti in tutti i punti del sistema sappiano cosa fare e come farlo. Dall’utilizzo dei dispositivi di protezione, alla indagine epidemiologica, alla gestione dei tamponi, all’isolamento dei casi e dei contatti, al monitoraggio dei casi sospetti ed accertati, ai percorsi interni alle strutture e così via.

Questo è il momento giusto per introdurre tutti quei cambiamenti e quelle regole anche piccoli/e che tutti assieme fanno la differenza. In una situazione di emergenza c’è meno tempo per pensare e ogni possibile errore amplifica i suoi effetti. Le vicende di questi mesi lo documentano molto bene e sarebbe sbagliato non ripartire anche dagli errori fatti. Pensiamo all’impatto dei soggetti contagiosi non adeguatamente isolati, agli operatori non adeguatamente formati all’uso dei dispositivi di protezione, ai percorsi creati con ritardo nei servizi di Pronto Soccorso e nelle aree di degenza, ai medici di medicina generale impreparati, agli approcci terapeutici sbagliati, ecc. Che grande irripetibile occasione per rilanciare le politiche per la qualità dentro le strutture sanitarie.

 

E allora da oggi?

Allora da oggi (ma andava fatto da mo’ come dicono al sud) va rilanciato un diverso rapporto tra management e responsabili organizzativi da una parte e professionisti ed operatori dall’altra “schiacciando” l’organizzazione (qualunque organizzazione) e riducendo le distanze tra “vertici” e linee operative in modo da consentire una rapida circolazione dei dati, delle idee e delle proposte. Perché si sono imparate più cose in questi pochi mesi di quante non se ne sono imparate in tanti anni.

Ma tutto questo si fa se si recupera umiltà e capacità d’ascolto “sopra” e voglia di partecipazione “sotto”. E si fa se si recupera il concetto che sono i particolari a fare la differenza. La attenzione “maniacale” a fare tutti sempre la cosa giusta. E’ sempre ad Atul Gawande che dobbiamo la  dimostrazione che una semplice checklist per il lavaggio delle mani può salvare tante vite. Una cosa apparentemente semplice, ma pure così importante.

Lo ripeto: ripartiamo dalla qualità. E anche il COVID-19 ci farà meno paura.