Lo screening di massa per il coronavirus della Regione Marche: 30 risposte da dare subito ai cittadini

Di Claudio M. Maffei, 11 dicembre 2020

 

La Regione Marche ha deciso di lanciare un programma di screening di massa per la ricerca con test antigenico rapido del coronavirus (SARS-CoV-2). I dettagli (non molti e comunque non sufficienti) sono riportati nella  Delibera Regionale  1557 del 3 dicembre 2020. Questa iniziativa è stata presa sulla falsariga di uno screening di massa avviato già da alcune settimane nella Provincia di Bolzano in Alto Adige. Molte sono le perplessità che una iniziativa di questo genere pone in una sua lettura di sanità pubblica. Per una sintesi su queste perplessità invito a leggere un mio commento al programma, peraltro molto ben impostato da molti punti di vista, della provincia di Bolzano.

 

Un aspetto curato molto bene a Bolzano è stato quello della comunicazione. E’ stato messo a disposizione dei cittadini e di tutti gli interessati un sito molto ben fatto in cui si trova “tutto”, dalle motivazioni dello screening, ai risultati ottenuti per arrivare  agli ulteriori programmi avviati e alle informazioni che servono ai cittadini per partecipare in modo consapevole al programma. Prendiamo spunto da questo sito per suggerire alla Regione Marche di procedere alla immediata predisposizione di un analogo sito con una risposta alle seguenti 30 domande. In alcuni casi c’è anche un suggerimento sulla possibile risposta.

 

 

  1. Quale tipo di test viene eseguito?

 

  1. Esistono diversi tipi test antigenici. Quale è stato scelto per lo screening che sta per partire?

 

  1. Quali sono i valori di sensibilità e specificità di questi test?
    Suggerimento: questo è il punto più importante e qui occorre spiegare bene qual è la probabilità “sul campo” che il test risulti negativo quando in realtà la persona è infetta e quella che il test risulti positivo anche quando la persona non è infetta.

 

  1. Dove si svolgono i test?

 

  1. Chi esaminerà i risultati di questi test?

 

  1. Il test deve essere svolto nel comune di residenza o può essere svolto anche in comuni differenti?

 

  1. Devo registrarmi per eseguire il test?

 

  1. Cosa devo portare quando mi presento per il test?

 

  1. Che senso ha fare il test?

 

  1. Come funziona con la privacy?

 

  1. Quanto dura il test?

 

  1. Il test è sicuro?

 

  1. Quanto costa fare il test?

 

  1. Quando e dove ottengo il risultato del test?

 

  1. Non ho un indirizzo e-mail e/o numero di cellulare. Cosa posso fare per avere il risultato del test?

 

  1. E se il test risultasse positivo?

 

  1. E se il test è negativo? Risposta suggerita: poiché ogni test è solo un’istantanea, è importante continuare a seguire le misure precauzionali: indossare la mascherina, mantenere le distanze, disinfettare e aerare. Se si verificano dei sintomi, si prega di contattare telefonicamente il proprio Medico di Medicina Generale.

 

  1. Se risulto positivo, i miei contatti più stretti dovranno andare in quarantena? Risposta suggerita: a causa del rischio di contagio, i contatti stretti devono essere messi in quarantena.

 

  1. Se il test è positivo, devo eseguire subito un tampone PCR?

 

  1. Qual è la procedura rispetto alle assenze per malattia se il test è positivo?

 

  1. Posso andare al lavoro subito dopo aver effettuato il test?

 

  1. Sono sicuro/a di non essere portatore/portatrice del coronavirus. Perché dovrei fare il test?
    Risposta suggerita: nessuno può essere sicuro di non essere positivo. Questa sicurezza dovrebbe rendere ancora più semplice la decisione di eseguire il test, senza il timore di un successivo isolamento. La partecipazione di soggetti non positivi al test è altrettanto importante per la statistica.

 

  1. La primavera scorsa ero già positivo, devo sottopormi ad un altro test?

 

  1. Che fine fanno i campioni prelevati durante lo screening?

 

  1. È possibile effettuare il test durante gli orari di lavoro? È previsto un attestato di partecipazione?

 

  1. Quali sono i costi di questo programma di screening? Suggerimento: specificare i criteri di calcolo.

 

  1. In quanti giorni si completerà lo screening di massa?

 

  1. Quali sviluppi ulteriori sono previsti di questo programma?

 

  1. Il programma ha un responsabile scientifico?

 

  1. Esiste un documento tecnico ufficiale che illustri nel dettaglio le motivazioni della iniziativa)?  

Il bacio francese e il coronavirus, ovvero la tempesta mediatica perfetta

di Claudio M. Maffei, 11 Novembre 2020

 

La vicenda ormai da un paio di giorni è notissima vista l’enorme copertura mediatica che ne è stata fatta: in un video di alcuni mesi fa il nuovo Commissario della sanità calabrese dott. Giuseppe Zuccatelli si è lasciato andare a dichiarazioni colorite sulle modalità di contagio del coronavirus. Non le riporto tanto sono note, ma c’è comunque di mezzo un bacio “alla francese”. Mai l’espressione “circolazione virale” ha trovato come in questo caso piena giustificazione. In modo equilibrato l’altro ieri anche Quotidiano Sanità ha riportato video e notizia pubblicando anche le dichiarazioni dell’interessato dott. Zuccatelli e del Ministro Speranza che è stato chiamato in causa per averlo nominato. Dichiarazioni, concludeva il quotidiano,  che non sono però sufficienti a placare le polemiche. Fra l’altro questa nomina aveva appena fatto seguito ad un’altra vicenda sempre con un video in mezzo che aveva portato all’allontanamento dell’ex Commissario Generale Saverio Cotticelli.

 

Mi sembra che l’ultima polemica, quella sul nuovo Commissario, meriti un tentativo di commento “tecnico” nella consapevolezza che la tempesta perfetta lo spazzerà via, ammesso che qualcuno se ne accorga. Ma voglio provare avendo premesso che sono amico fraterno di Giuseppe Zuccatelli, il che non credo offuschi la mia capacità di riflettere su alcuni aspetti della vicenda.

 

Sulle motivazioni delle dichiarazioni e sul contesto in cui sono state fatte ha già ieri riferito QS, io invece mi vorrei soffermare sulla natura delle reazioni che quelle dichiarazioni hanno scatenato. Il numero di commentatori severi e scandalizzati che sono intervenuti sulla questione è elevatissimo e di “alto grado”. Stiamo parlando delle edizioni serali dei principali telegiornali,  delle trasmissioni di maggior seguito che coprono ormai da mesi tutti gli aspetti della pandemia, dei conduttori più prestigiosi e degli ospiti più “influenti” e popolari. Vorrei portare per un momento l’attenzione su quello che ha reso tale la “notizia”: il fatto che a pronunciarla sia stato il nuovo “Commissario ad acta  per l’attuazione del piano di rientro” della Regione Calabria. Fermiamoci per un attimo su questo ruolo e chiediamoci quanti dei severi commentatori scandalizzati sanno attribuirgli un significato. Quanti sanno che cosa è un Piano di rientro e sono andati a navigare nel sito dedicato del  Ministero della Salute per verificare di cosa si tratti, di cosa comporti e di quali sono le Regioni che lo stanno attuando e quali sono quelle che lo hanno attuate e dal Piano di Rientro (PdR) sono uscite. Si tratta di processi di enormi complessità ed anche molto discussi. C’è chi ne ha fatto una valutazione positiva, come l’Osservatorio Conti Pubblici Italiani della Università Cattolica del Sacro Cuore, che nell’agosto 2019 affermava: “La nostra analisi dunque suggerisce che la storia dei PdR in sanità sia una storia di successo, forse una delle poche in cui la revisione della spesa in Italia abbia funzionato davvero”. Altri invece ne danno una valutazione fortemente critica perché la loro attuazione andrebbe a scapito della erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) anche se una analisi di un paio di anni fa esattamente due anni fa conforterebbe sulla possibilità di “sanare” i conti e migliorare contestualmente i LEA. Quel che è certo è che si tratta di processi ad altissima complessità di cui il dott. Zuccatelli è già stato protagonista per alcuni anni in due realtà italiane, la Campania   e l’Abruzzo.

 

Contestare una nomina a Commissario in base ad una analisi critica delle precedenti esperienze di Commissariamento lo capisco, farlo senza sapere nemmeno di cosa sia un Commissariamento no. Non ho alcun dubbio che in una multidecennale esperienza dirigenziale e manageriale si possano avere fatto errori e accumulato risentimenti. Tutti segnali, specie questi ultimi,  che la rete dei social raccoglie in misura rapida e copiosa. Magari questo stesso post ne offrirà l’opportunità. Ma non si dovrebbe perdere di vista la rilevanza delle questioni serissime che stanno dentro un Piano di Rientro. Considerare in modo scandalizzato un video di quel tipo  significativo “di per sé” della inadeguatezza di un dirigente rispetto al ruolo di Commissario per la sua attuazione a dispetto della sua esperienza e competenza (che non si conoscono, come non si conosce cos’è un Piano di Rientro) mi sembra un altro segno dei tempi. Sono, a parere mio,  in troppi ad essersi inventati covidologi e già che ci sono a diventare censori delle scelte che si fanno sulle Regioni con problemi di sanità pubblica così rilevanti da essere poste “sotto tutela”.

 

Inutile dire che questa non è una difesa d’ufficio di un dirigente cui sono molto legato da molta stima ed ancor più grande affetto, ma vuole essere un richiamo appena sussurrato ad un approccio alla crisi della nostra sanità rispettoso della complessità dei problemi e della storia delle persone che se ne occupano. Da valutare sempre e rigorosamente, ma non così come si è fatto questi giorni. Quella di questi giorni (e che magari continuerà nei prossimi) non è stata una valutazione, ma un facile e compiaciuto utilizzo delle tribune che il mondo dei media e dei social offre a iosa.


Il formaggio svizzero e il controllo della pandemia da Covid-19

di Claudio M. Maffei, 22 ottbre 2020

E’ uscito ieri su Quotidiano sanità un interessante articolo di Donato Greco sul controllo “da domani” della diffusione del Covid-19. In modo accattivante e analitico Greco (epidemiologo in pensione e mio maestro all’inizio della mia -si fa per dire – carriera) propone un rientro ad una normalità responsabile ed attrezzata, rientro che prevede di accettare il rischio e di promuovere una serie di misure di contenimento raggruppate in cinque categorie (proteggere i deboli, sorveglianza sul territorio, interventi sulla scuola, interventi sulla comunità e più intelligence). In questo complesso di interventi ci sono un po’ tutti quelli che in varia misura le Regioni, anche sulla base delle indicazioni ministeriali, stanno cercando di mettere in campo. Ne ricordo solo alcuni: sorveglianza attiva nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, vaccinazione contro influenza e Covid-19 (quando sarà possibile), maggiore disponibilità di posti letto semintensivi ed intensivi con elasticità di espansione, potenziamento dei dipartimenti di prevenzione con nuovo personale e modalità operative flessibili, potenziamento dell’assistenza domiciliare, potenziamento delle strutture scolastiche in termini di edifici, servizi, attrezzature digitali e così via. In questo modo diventerebbe possibile ridurre sostanzialmente la massa delle misure di controllo generalizzate a favore di interventi mirati e modulabili nel tempo specifici per area geografica e situazione di popolazione. La guida a questi interventi dovrebbe essere la costante lettura dei dati epidemiologici che già si raccolgono localmente ed a livello nazionale. Rispetto ad altri messaggi istituzionali e tecnici quello di Donato Greco si caratterizza per la sua sistematicità e per la chiarezza che fa sull’orizzonte finale: con questa malattia dovremo “domani” convivere al pari di quello che abbiamo imparato a fare con altre malattie virali respiratorie. Senza interferenze drastiche sul modello di vita e sulle attività economiche.

 

Sulle misure di “oggi” Donato Greco non prende posizione, ma su questo e sulle future strategie di convivenza col Covid-19 ci  può venire in aiuto il modello del formaggio svizzero. Questo modello è stato usato da James Reason nel 2000 per rappresentare graficamente come si originano gli eventi avversi nell’ambito delle attività di gestione del rischio clinico. Reason ebbe in precedenza il modo di elaborare questo modello durante gli anni spesi come ricercatore psicologo all’Istituto di Medicina dell’Aviazione della Royal Air Force britannica e all’Istituto di Medicina Navale e Aerospaziale degli Stati Uniti. Reason così si esprime “ In un mondo ideale ciascuno strato difensivo sarebbe intatto. Ma nella realtà essi finiscono per somigliare a tante fette di formaggio svizzero, ognuna delle quali ha dei buchi. Ma a differenza di quanto avviene con le fette di formaggio questi buchi continuamente si aprono, si chiudono e   si spostano. La presenza di buchi nella singola fetta non si traduce di solito in un evento avverso. Che è invece quello che si verifica quando i buchi dei diversi strati si allineano permettendo che la traiettoria di un possibile incidente si trasformi da rischio in un evento dannoso”.

 

Come è stato anche ricordato ieri sul Corriere della Sera online, questo modello del formaggio svizzero è stato adattato dal virologo Ian M. Mackay alla lotta ai virus respiratori come il coronavirus. Nella versione 1.3 del suo modello le “fette” sono rappresentati dal  distanziamento fisico, dalla ventilazione, dalle maschere, dal lavaggio delle mani e pulizia delle superfici, da metodi rapidi e sensibili per  testare e rintracciare, dalle misure di isolamento e quarantena, dalla informazione e supporto economico da parte del governo e dai vaccini. Ogni fetta ha dei buchi, ma usate tutte assieme possono funzionare.

 

Nell’approccio proposto da Donato Greco alla convivenza col Covid-19 le fette sono molte di più perché includono anche altri tipi di misure come quelle per trattare a domicilio il maggior numero possibile di persone e la tutela proattiva dei soggetti maggiormente a rischio. Il modello del formaggio svizzero ci aiuta a capire che non c’è una singola misura in grado di contenere la diffusione della malattia e che più ne impariamo ad usare e meglio è. Questo da una parte ci preoccupa, perché sarebbe bello (ma impossibile come ci ricorda la grande Gianna) che un vaccino potesse risolvere tutto. Dall’altra ci stimola a ragionare e soprattutto operare perché tutte le fette del formaggio vengano al più presto e al meglio messe in campo. Non tutte le fette hanno la stessa presumibile efficacia (in termini di numero e dimensioni dei buchi) e non tutte hanno gli stessi costi di implementazione e lo stesso impatto sociale. Va notato che alcune che sono di specifica responsabilità delle istituzioni politiche e sanitarie (come la identificazione degli infetti, il tracciamento e la quarantena dei contatti e la gestione domiciliare dei casi clinicamente meno impegnativi) accusano in molte Regioni gravi ritardi e spingono verso misure dai costi sociali elevatissimi come le varie forme selettive e mild di lockdown. Oppure verso misure ad alto costo e scarsa logica clinico-organizzativa come le paventate riaperture delle rianimazioni in Fiera di MilanoCivitanova Marche.


La classifica delle sanità regionali: qual è la posizione delle Marche? Un appunto buono anche per il nuovo Assessore

di Claudio M. Maffei, 15 ottobre 2020

È stata presentato questi giorni l’ultimo Rapporto 2020 del CREA (Centro per la

Ricerca Economica Applicata) Sanità con la valutazione comparativa delle performance regionali in sanità. Un lavoro molto ricco di spunti che presenta alcune criticità che cercherò qui di analizzare e ci ricorda quale dovrebbe essere il primo passo del nuovo Assessore: rendersi conto dello stato della sanità regionale. A dare una mano a lui e al suo staff (a proposito: quale sarà?) ci sono anche alcuni sistemi di indicatori, tra cui quello del CREA,  che si occupano di monitorare la performance in sanità delle varie Regioni italiane. Se gli andasse di dargli una occhiata o di fargliela dare qui gli diamo un po’ di suggerimenti. Usiamo come punto di partenza per questo viaggio nei “voti” della sanità marchigiana nelle diverse “pagelle” il già citato rapporto CREA che in fondo dà un giudizio più che lusinghiero della sanità marchigiana  collocandola al sesto posto tra le Regioni e Province italiane.

 

L’obiettivo molto ambizioso del Rapporto CREA è quello di “fornire un contributo scientifico alla definizione delle politiche sanitarie, fornendo una valutazione delle opportunità che, a livello regionale, i cittadini hanno di tutelare la propria salute”, ma inevitabilmente la lettura che se ne fa privilegia la dimensione della classifica e quindi la verifica della posizione nella stessa delle varie Regioni. Del resto la metodologia adottata sia nella analisi dei dati che nella loro rappresentazione grafica privilegia proprio questa dimensione di “classifica” o di “pagella” con la identificazione prima di punteggi sintetici per ciascuna Regione e poi di rappresentazione degli stessi in ordine decrescente. Rimando ad una lettura completa ed attenta del Rapporto per una valutazione più analitica dei suoi molti e qualificati spunti e mi limito qui a cercare di verificare la coerenza della posizione in classifica che il CREA attribuisce alle Marche.

 

Ho scelto tre riferimenti per questa valutazione di coerenza: la coerenza rispetto alla percezione che hanno della qualità del Servizio Sanitario Regionale (SSR) i cittadini; la coerenza rispetto alle indicazioni di altri sistemi di valutazione della performance; la coerenza con l’insieme di informazioni desumibili da altre fonti.

 

Per quanto riguarda la prima dimensione di coerenza (qualità percepita del SSR) alle recentissime elezioni regionali il centro-sinistra ha perso dopo decenni di governo anche a causa di una gestione criticatissima della sanità, provenienti anche dall’interno del partito più rappresentativo della Giunta. Non a caso davanti alle Marche nella classifica CREA ci sono invece tre Regioni in cui è avvenuto l’opposto: la Giunta che ha governato è stata confermata.

 

Per quanto riguarda la coerenza con gli altri sistemi di valutazione delle performance la prima incoerenza c’è con la classifica CREA del precedente Rapporto CREA del 2019 in cui la sanità delle Marche era al dodicesimo posto. Ma quel sesto posto è incoerente anche con la classifica che emerge dalla ultima griglia LEA disponibile del 2018, classifica “ufficiale del Ministero in cui le Marche sono al nono posto (classifica in cui mancano le due Province di Bolzano e Trento ai primi due posti nella classifica CREA).  Ma c’è anche incoerenza anche con le valutazioni del Sant’Anna di Pisa sui dati 2019 (gli ultimi disponibili) che per le Marche e la Toscana producono “bersagli” molto diversi e molto migliori per la Toscana che invece nella classifica 2020 CREA ha un punteggio molto simile a quello delle Marche. E infine c’è incoerenza con le risultanze dell’ultimo Rapporto Meridiano Sanità 2019 dello Studio Ambrosetti in cui le Marche sono al dodicesimo posto nell’indice di “Mantenimento dello Stato di Salute”.

 

Per quanto riguarda  infine la coerenza con le altre fonti disponibili mi limito ad accennare a quattro dei  tanti fenomeni totalmente inesplorati dal modello CREA che se analizzati identificano forti e significative criticità della sanità marchigiana: la salute mentale, la spesa per la prevenzione, i saldi di mobilità e i tempi di attesa al Pronto Soccorso. Per la salute mentale lo stesso Ministero documenta nei suoi Rapporti Annuali Salute Mentale (l’ultimo è il Rapporto 2018  cui si aggiungono le Schede regionali) forti criticità nei servizi di salute delle Marche. Per la prevenzione dal già citato ultimo rapporto Meridiano Sanità  la percentuale della spesa sanitaria regionale dedicata alla prevenzione è solo del 3,5% (terz'ultima Regione in Italia). Quanto alla mobilità sanitaria basta guardare il Report GIMBE 2018 con gli ultimi dati disponibili in cui si documenta che le Marche sono la Regione con la nona spesa pro-capite più alta per mobilità passiva. Per i tempi di attesa al Pronto Soccorso dal Report coi dati 2019 del Sant’Anna  di Pisa emerge che tra le 10 realtà regionali o provinciali messe a confronto per la percentuale di pazienti con codice giallo visitati entro 30 minuti le  Marche con il 47,68% sono all’ultimo con la Provincia di Trento al primo posto con 92,98% e per la percentuale di pazienti con codice verde visitati entro un’ora le Marche con il 54,26% sono all’ultimo posto con la Basilicata al primo post con 79,53%.

 

Che valutazione dare allora alla sanità marchigiana e che indicazioni trarre da questi rapporti per l’azione della nuova Giunta in tema di sanità? La valutazione è che la sanità marchigiana non è tra le migliori d’Italia e che ha notevoli margini di miglioramento. Le indicazioni sono che occorre subito rimettere in piedi una funzione di intelligence (parlo anche al nuovo Assessore tenendo conto del suo passato in Polizia)  che identifichi subito le criticità su cui lavorare. I professionisti sono pronti e i cittadini se lo aspettano. Adesso alla politica che ha vinto le elezioni compete di fare le sue prime mosse nel governo della nostra sanità. Noi vigileremo perché sappiamo che le criticità sono tante e adesso non è più tempo di slogan elettorali. Adesso il gioco si fa davvero duro…