Un appello: aumentare subito (da ieri) il numero di posti al Corso di Laurea per infermieri della Università Politecnica delle Marche!

di Claudio M. Maffei, 5 novembre 2020

Il Covid-19 ha evidenziato le enormi carenze nella disponibilità di infermieri per far fronte ai vecchi e nuovi urgenti bisogni della assistenza sanitaria ai cittadini della nostra Regione. Proprio questi giorni  un comunicato stampa della Regione Marche riportava la dichiarazione dell’Assessore alla Sanità sulla assunzione di 3000 infermieri.  Peccato che quei 3000 infermieri siano già quasi tutti in servizio con incarichi   temporanei nelle strutture pubbliche e private delle Marche. Sono quelli che stanno partecipando ad un concorso e che in tempi rapidissimi verrebbero assunti a tempo prima determinato per essere poi passati ad incarichi a tempo indeterminato. Tempi tecnici a parte per queste operazioni rimane il fatto che la iniezione di risorse nel sistema attraverso questa manovra sarà molto ma molto meno di quei 3000 infermieri che ieri i titoli dei giornali riportavano.

 

Niente in confronto agli infermieri di cui si deve disporre anche solo per dare un infermiere di famiglia/comunità ogni 60.000 abitanti e per coprire almeno in parte i posti letto aggiuntivi di terapia intensiva (105) e di semintensiva, e cioè le nuove misure previste per la risposta al Covid-19. Occorre poi ricordare che vanno adeguati gli organici delle strutture residenziali e di molti ospedali pubblici e pure privati. Questo problema drammatico a livello nazionale (vedi il ricco contributo informativo del mio amico Marcello Bozzi riportato qui) è altrettanto drammatico nelle Marche dove a fronte di questi nuovi bisogni che si aggiungono ai vecchi ogni anno si iscrivono ai Corsi di Laurea per infermieri solo 390 persone divisi su cinque sedi. Un numero assolutamente insufficiente che deve far fronte anche al turn-over legato ai pensionamenti.

 

Ci sarà tempo (poco) per calcoli più preciso ma un incremento del numero dei posti nei Corsi di Laurea per infermieri è vitale ed essenziale. In assenza di personale in più quello disponibile viene per far fronte al Covid-19 spostato da una struttura/Azienda all’altra con un inevitabile riflesso sulle attività che aumentate da una parte diminuiscono dall’altra.

 

Adesso servono processi di riorganizzazione intelligenti per usare al meglio le risorse oggi disponibili, ma è urgentissimo mettersi in grado di avere in futuro più risorse stabili per l’assistenza. E questi lo ottieni aumentando il personale a disposizione che viene formato dall’Università.

 

Ovviamente lo stesso discorso vale per le altre figure professionali, ma quello degli infermieri per le sue dimensioni è un problema/vincolo che merita priorità assoluta. Ogni giorno perso è una colpa.

 

La definizione del fabbisogno formativo per le diverse figure alla luce di queste considerazioni va fatto con il coordinamento della Regione e la partecipazione della Università, dei rappresentanti degli Ordini Professionali e degli altri interlocutori istituzionali. Subito. È già tardi.

 

È inutile dire che la struttura formativa dell’Università va ovviamente contestualmente potenziata e qualificata sennò la quantità andrà a scapito della qualità. Formare  più professionisti non è una manovra “produttiva”, ma una iniziativa progettuale da promuovere, coordinare e monitorare ai massimi livelli.


La piramide epidemiologica del COVID-19

La piramide epidemiologica del COVID-19 (e non solo)

Ora che è venuto il momento di darsi delle strategie per il controllo di eventuali future (re)insorgenze epidemiche diventa fondamentale darsi un criterio di lettura dell’andamento epidemiologico del COVID-19 in modo da identificare tutti i possibili livelli e tutte le possibili modalità di intervento e da dare loro un peso e una priorità.

 

A questo scopo può risultare utile immaginare una sezione di piramide in cui stratificare la popolazione target. In modo molto semplice fino alla banalità si può rappresentare la diffusione e la progressione della infezione causa del COVID-19 in 5 livelli:

 

  1. la popolazione generale, quella esposta alla circolazione del virus, destinataria di tutti gli interventi di prevenzione primaria che sono finalizzati alla riduzione del numero di persone contagiate e quindi suscettibili sia di trasmettere ad altri che di ammalarsi;
  2. i soggetti contagiati asintomatici la cui identificazione con le conseguenti misure di isolamento contribuisce alla riduzione della circolazione dell’agente;
  3. i soggetti colpiti in forma (ancora) lieve dalla malattia la cui pronta identificazione e gestione può consentire un miglior decorso clinico e una riduzione del rischio di ospedalizzazione e di evoluzione verso le manifestazioni cliniche più gravi che possono arrivare a determinare il decesso della persona colpita;
  4. i soggetti ospedalizzati che richiedono misure sia sul versante terapeutico che su quello preventivo in quanto l’ospedale è sia sede di cura che, purtroppo, sede di ulteriori casi di contagio;
  5. i soggetti ricoverati in terapia intensiva che costituiscono sia i casi più gravi che quelli che determinano un maggior assorbimento di risorse.

 

Il modo in cui il COVID-19 colpisce e si diffonde in una popolazione dipende dalla efficacia sul campo delle misure adottate ai vari livelli. Perché ad ogni livello è possibile far corrispondere una serie di interventi in grado di influenzare il passaggio al livello successivo che è clinicamente più grave e organizzativamente più oneroso in termini di costi di erogazione. Alcune prime considerazioni emergono da questa semplice rappresentazione della epidemiologia del COVID-19.

 

Per quanto riguarda il primo livello, quello della popolazione sana, va ricordato che:

  1. gli interventi di prevenzione primaria generalizzati sulla popolazione (in primis il distanziamento sociale) hanno sicuramente il maggior impatto sanitario, ma hanno costi sociali molto alti e vanno quindi  “bilanciati”;
  2. vi è una grande variabilità nella diffusione della infezione e quindi della malattia nelle varie realtà geografiche e sociali e quindi la sorveglianza epidemiologica diventa essenziale per avere l’approccio più razionale rispetto alla specifica situazione destinataria delle diverse possibili misure;
  3. nella popolazione generale ci sono sottogruppi a maggior rischio sia di contrarre l’infezione sia di sviluppare forme cliniche più gravi e quindi una particolare attenzione andrà rivolta a questi gruppi rappresentati in particolare dai soggetti fragili e/o con condizioni croniche specie se ricoverati in strutture socio-assistenziali;
  4. la occasione è buona per rilanciare le politiche per la presa in carico della cronicità ad esempio attraverso l’infermiere di comunità e il ricorso a forme di teleassistenza.

 

Per quanto riguarda gli interventi sui soggetti contagiati la loro pronta identificazione e la successiva gestione della possibile catena di contagio che essi potrebbero innescare richiede, tra l’altro, di:

  1. definire eventuali politiche di screening mirato e avere una rete di laboratori affidabile e monitorato;
  2. potenziare i servizi dei Dipartimenti di Prevenzione per la pronta gestione dei casi documentati di contagio;
  3. disporre di strutture da destinare alle persone da tenere in isolamento.

 

Per quanto riguarda la gestione dei casi “lievi” questa richiede di avere equipe che intercettino all’esordio i casi sospetti e li trattino con le misure ritenuti al momento più efficaci. Dovrebbero essere le stesse equipe che si occupano di assistenza domiciliare e di gestione proattiva (e quindi “di iniziativa”) della cronicità. Così come si dovrebbe far uso degli strumenti della teleassistenza previsti per il monitoraggio dei pazienti cronici.

 

Quanto agli interventi in regime di ricovero ci limitiamo a dire che la loro buona gestione consente di ridurre l’accesso alle terapie intensive che sono il livello che garantisce il peggior rapporto tra costi ed efficacia degli interventi erogati.

 

Qualche considerazione finale di sintesi:

  1. stanno per arrivare notevoli risorse alla sanità per costruire un Servizio Sanitario in grado di fare tesoro della tragica esperienza di questa pandemia da COVID-19. E’ fondamentale che il loro uso avvenga con la guida di una strategia di sanità pubblica che la “nostra” piramide può aiutare a costruire;
  2. le azioni da mettere in campo sono tante a tanti livelli, ma vanno privilegiate quelle che hanno un impatto su tutta l’area della sezione della piramide;
  3. alcune azioni hanno un impatto solo se ci fosse una grave riemergenza epidemica (il potenziamento delle terapie intensive) che altre azioni potrebbero impedire o contenere;
  4. alcune azioni hanno un impatto “a prescindere” dalla emergenza epidemica perché sono comunque utili su un piano di sanità pubblica. Questo è il caso del potenziamento dei servizi territoriali sia distrettuali che di prevenzione;
  5. molte misure sono “semplici” e a bassa tecnologia, ma richiedono una grande capacità di erogarle capillarmente in modo adeguato, il che richiede la formazione del personale e il monitoraggio delle loro attività (si pensi alla gestione dei casi sospetti o a quelli positivi al tampone);
  6. la gestione coordinata di tutte queste azioni è una grande sfida sia per la politica che per i tecnici. Per riuscirci il sistema si deve mettere “i pantaloni lunghi” come mi dicevano quando ero bambino.

Intervista a Fabio Ragaini

Le interviste del nostro blog:  Fabio Ragaini

Se nelle Marche (mi sbilancio: in Italia) ti occupi di sanità non puoi non conoscere il Gruppo Solidarietà che si occupa soprattutto di servizi sociosanitari.  Ma occuparsi di servizi sociosanitari vuol dire di occuparsi nel senso più ampio della salute delle nostre comunità. Ancor di più al tempo del coronavirus. Ci è sembrato opportuno allora far conoscere la storia di questo gruppo e le valutazioni che il gruppo fa di “quello che sta succedendo. A parlarcene è Fabio Ragaini, mio carissimo amico, fisioterapista infaticabile animatore delle attività del Gruppo (definizione non concordata).

A proposito la foto che accompagna l’intervista è quella del camino della vecchia fornace Moie di Maiolati Spontini, mirabile recupero di un pezzo di archeologia industriale, dove ha sede il Gruppo e dove si trova la bellissima biblioteca che spesso ospita gli eventi del gruppo.

 

  1. Per i nostri lettori: puoi fare un minimo di presentazione del Gruppo Solidarietà?

L’esperienza prende avvio nell’estate del 1979 su iniziativa -  mi piace ricordarlo ancora di più in questi giorni -  di Carlo Urbani, il medico morto nel 2003 dopo aver identificato il primo focolaio della Sars. Siamo nati come la gran parte dei gruppi di volontariato. Voler fare, voler aiutare. Abbiamo incontrato persone con disabilità che vivevano  in un Istituto. C’è stato l’incontro con le persone con i loro bisogni, le loro esigenze, i loro problemi. I loro diritti. Subito dopo c’è stato l’incontro come le Istituzioni. Sono stati passaggi cruciali; la richiesta da parte delle famiglie - la stragrande maggioranza con figli con grave disabilità intellettiva - di aiutarle perché il tempo libero dei loro figli era molto e molto poco occupato. Per molti finiva la scuola dell’obbligo; l’ipotesi scuole superiori non era presa in considerazione e si poneva il problema di una giornata che si trovava improvvisamente vuota per i figli e pienissima per i genitori. Lì abbiamo cominciato ad incontrare le istituzioni, lì abbiamo preso coscienza, forse istintivamente, che la risposta non poteva essere il moltiplicare - sulle ali di tanto entusiasmo - gli interventi ma lavorare perché fossero garantite esigenze e diritti. Ma per  meglio capire il nostro percorso rimando al nostro intervento in occasione della ricorrenza del trentennale del Gruppo Volontariato e politiche sociali nell’esperienza del Gruppo Solidarietà, insieme a questo contributo Fare advocacy nel welfare in Italia. L’esperienza del Gruppo Solidarietà.

 

  1. Mi dici in che modo l’emergenza coronavirus ha impattato sui servizi socio-sanitari della nostra Regione?

L’impatto, ovviamente,  è stato pesantissimo. Operando una schemastizzazione  tra servizi domiciliari, diurni e residenziali, si può presentare questo quadro.

- Domiciliare:  seppur i servizi non siano stati sospesi da alcuna norma, nei fatti per la stragrande maggioranza dei casi, dal 10 marzo sono stati chiusi pressoché in tutta la Regione. Le motivazioni sono diverse: mancanza di dispositivi, sospensione da parte degli utenti,  disposizione da parte dei Comuni (e in alcuni casi se a titolarità sanitaria da parte dell’ASL). Ma vediamo quante persone (e nuclei familiari) sono stati coinvolti. Disabilità: Educativa domiciliare e assistenza alle persona: circa 2500. Tirocini inclusione disabili: circa 2000;  circa 500 (malati di SLA,  Vita indipendente, Minori con malattia rara), sono le persone beneficiarie di contributo economico per acquisto servizi (con o senza obbligo assunzione assistente). Assistenza comunale anziani: circa 2400. Si aggiunga il numero degli alunni con disabilità: circa 7.000, la metà con educativa scolastica e le persone con disabilità che stavano svolgendo un tirocinio di inclusione: circa 2000. Un numero imponente di persone.

- Servizi diurni: si può stimare (anziani, disabili, salute mentale), circa 2300 persone. Sono servizi chiusi per disposizione di legge dall’11 marzo. Per le  persone si sarebbero dovuto riprogettare forme di  sostegno domiciliare.

- Servizi residenziali. Nei tre ambiti: anziani, disabilità, salute mentale i servizi residenziali, sociali e sociosanitari (comprendenti anche i servizi sanitari extraospedalieri) coinvolgono circa 13.000 persone. Servizi, evidentemente, non sospesi, ma che hanno dovuto fare i conti con interventi di prevenzione del contagio e laddove presenti persone contagiate con la gestione dell’infezione.

 

Ad oggi, 10 maggio, la situazione nei vari territori è molto differenziata e non è possibile fornire un quadro esaustivo. Si può sinteticamente dire che in alcuni territori si stanno riattivando i sostegni di persone che fruivano di interventi domiciliari; per quanto riguarda i Centri diurni, per i quali sostanzialmente i sostegni domiciliari, non sono stati mai attivati, dopo il DPCM del 26 aprile le Regioni devono riprogrammarne l’apertura. Una riprogrammazione che, per più motivi, non si presenta facile.  La necessaria sinteticità delle risposte non consente di dettagliare le diverse problematiche. Per un approfondimento rimandiamo ad alcuni nostri contributi che si possono consultare nel sito del Gruppo Solidarietà (www.grusol.it), nella sezione dell’ Osservatorio sulle politiche sociali nelle Marche.

 

  1. Quali sono le iniziative che solleciti da parte delle istituzioni per minimizzare anche in futuro l’impatto di emergenze epidemiche di questa natura sui soggetti più fragili?

Seppur siamo in una fase di significativo rallentamento del contagio, ci troviamo di fronte ad una situazione inedita che, temo, ci accompagnerà per un tempo lungo. Abbiamo vissuto una situazione inedita che ci ha visti, tutti, impreparati. L’auspicio è che questo non debba più accadere. Non affronto il tema dell’accesso alle cure dei soggetti più fragili  che mai come in questo periodo è stato così attuale (vedi in proposito il Parere del Comitato Nazionale di Bioetica). Una situazione, in cui le fasce più deboli hanno pagato pesantemente l’impreparazione del nostro sistema sanitario. La mia riflessione riguarda il sistema dei servizi territoriali regionale che vive da molti anni una situazione di forte sofferenza, non solo per la progressiva diminuzione del personale ma anche per una cronica carenza programmatoria e di governo. Penso al rafforzamento complessivo dei servizi distrettuali che passa soprattutto attraverso la scelta di dirigenze di qualità. Sistemi e servizi inadeguati in tempo ordinario possono solo assistere in maniera impotente e agire in maniera improvvisata a situazioni come quelle che stiamo vivendo.

I nostri sistemi di accompagnamento, valutazione, presa in carico, hanno sperimentato un progressivo disinvestimento. Non concepiti strategicamente come servizi di comunità impegnati a dare forte sostegno alle persone che vivono nei territori. Servizi che assumono in sé, una funzione di risposta e contemporaneamente  di prevenzione e di  promozione della comunità. Nello stesso tempo, anche per le pressioni di un privato sempre più forte, è cresciuto in questi anni l’approccio prestazionale, che risponde ad un bisogno specifico ma non si cura della persona e della sua qualità di vita. Un approccio centrato sul trattamento e non sul servizio.

Cosa bisogna fare? A don Milani posero questa domanda rispetto alla scuola “Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma di come bisogna essere per poter far scuola. Vedete che non è questione di metodi, ma solo di modo di essere e pensare …. Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati. Bisogna ardere dell’ansia di elevare il povero ad un livello superiore. Non dico a un livello pari dell’attuale classe dirigente. Ma superiore: più da uomo, più spirituale, più cristiano, più di tutto”. Anche per noi credo valga la stessa risposta. E’ questione di modo di essere e di pensare. Avere a cuore le persone, i loro diritti e dunque la loro qualità di vita. Le risposte adeguate verranno conseguentemente.

 

Grazie Fabio!

 

P.S. Per l’approfondimento dei temi trattati Fabio ci rimanda agli ultimi due libri (Le politiche necessarie, 2019 e Le politiche perdute, 2017) pubblicati dal Gruppo.


Chronic Care Model e gestione territoriale della emergenza COVID-19

Prima di questa emergenza da COVID-19 il principale problema di salute nella pratica totalità dei paesi sviluppati era la crescente diffusione delle malattie croniche, quali lo scompenso cardiaco, la broncopneumopatia cronica ostruttiva, il diabete, le demenze, ecc. Si tratta di malattie caratterizzate dalla  “non guaribilità” e dalla tendenza a colpire di più con l’avanzare della età. Poi è arrivato il coronavirus che ha trovato nella popolazione affetta da una o più di queste condizioni il bersaglio esposto ad un decorso più grave, al punto che la quasi totalità dei decessi si è verificata in questa popolazione a rischio. Vedremo in questo post come la migliore risposta alla cronicità assomiglia tanto alla migliore risposta al COVID-19.

 

Per la migliore risposta alla cronicità non si può prescindere dal cosiddetto “Chronic Care Model” (letteralmente “modello di risposta assistenziale alla cronicità”, ma ormai tutti fanno riferimento alla dicitura originale in inglese e alla sigla CCM ), un modello sviluppato dal professor Wagner e dai suoi colleghi del McColl Institute for Healthcare Innovation, in California (1).  Il CCM “base” ha trovato una ulteriore evoluzione nel modello ICCC (Innovative Care and Chronic Conditions) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2). Qui è riportata la rappresentazione grafica di questo modello i cui elementi chiave sono una cornice di politiche dedicate, l’organizzazione del sistema sanitario, il coinvolgimento della comunità, il ruolo della famiglia, i team socio-assistenziali e gli “agenti comunitari”.

 

 

Più in generale si può sintetizzare in 10 punti l’approccio secondo il Chronic Care Model così come è evoluto con tutti i suoi adattamenti (3):

  1. è necessario il passaggio da un’assistenza “reattiva” che risponde ad una domanda a un’assistenza “proattiva” che anticipa la domanda;
  2. va promossa un’assistenza basata sulla popolazione e non sul singolo individuo;
  3. va riconosciuta la centralità delle cure primarie nei processi assistenziali con forti collegamenti con il resto del sistema;
  4. va erogata un’assistenza focalizzata sui bisogni individuali della persona considerata all’interno del suo specifico contesto sociale;
  5. va garantito il supporto di sistemi informativi evoluti;
  6. occorre promuovere la partecipazione comunitaria;
  7. occorre investire sull’auto-gestione dei pazienti e dei caregivers;
  8. è necessario disporre di linee guida costruite non per singola patologia/condizione, ma in grado di tenere conto della co-morbilità;
  9. occorre puntare su team multiprofessionali orientati al miglioramento continuo;
  10. bisogna ricordarsi che della cronicità oltre alla presa in carico è possibile anche la prevenzione.

Il Chronic Care Model per diventare operativo ha bisogno di modelli organizzativi nuovi e di nuove figure professionali come gli infermieri di famiglia e di comunità. Se uno ci pensa bene sono proprio quei modelli cui in sostanza ci si riferisce quando si dice “la battaglia contro il COVID-19 si vince sul territorio”. Espressione che noi potremmo trasformare in “la battaglia per la salute si vince sul territorio”.

 

BIBLIOGRAFIA

  1. WAGNER EH. Chronic disease management: What will it take to improve care for chronic illness? Effective Clinical Practice 1998; 1: 2–4.
  2. WORLD HEALTH ORGANIZATION. Innovative care for Chronic Conditions. Disponibile in https://www.who.int/chp/knowledge/publications/icccglobalreport.pdf?ua=1
  3. MACIOCCO G. Assistere le persone con condizioni croniche. Salute Internazionale.info, 23.01.2011. Scaricabile da: https://www.saluteinternazionale.info/2011/06/assistere-le-persone-con-condizioni-croniche/

Idea per la bacheca: ospedale in continuità intelligente

Una idea per la bacheca: l’Ospedale in continuità intelligente

Presentazione dell’idea (a cura di Claudio Maria Maffei)

Anche questa idea nasce nel contesto della rilanciata  collaborazione in occasione della attuale emergenza epidemica del mio amico Giorgio Ascoli ( già Direttore della Struttura Complessa di Medicina Nucleare fino al 2017 e del Dipartimento di Scienze Radiologiche)  con la sua vecchia Azienda e cioè l’Azienda Ospedaliero Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona. Giorgio dal 2018 è entrato come socio e poi dal 2020 come consigliere nel CDA della Fondazione Ospedali Riuniti di Ancona onlus, attualmente con delega organizzativa, insieme con la Presidente Dott.ssa Marisa Carnevali, all’Emergenza COVID-19. E’ tornato questi mesi a dare una mano in ospedale e qui gli sono venute in mente delle idee che ci piace fargli condividere.

 

Questa idea Giorgio l’ha condivisa con Francesco Benedetti, Amministratore Azienda SHELLBE Ancona.

 

L’indirizzo mail di Giorgio è il seguente: giascoli@tiscali.it.

 

L’idea

In questo momento, durante l'emergenza COVID - 19 dobbiamo cominciare a pensare ad una nuova Fase, futura ma molto vicina a noi, in cui bisogna pensare ad una nuova idea di Ospedale, con integrata una parte "non ospedale", con  tre livelli di operatività integrati tra loro:

 

  1. uno interno al domicilio del cittadino/paziente;
  2. uno di quartiere o di aggregato sociale;
  3. uno in continuità degli ospedali più grandi esistenti.

 

Praticamente un sistema integrato in cui l’obiettivo non è mandare il cittadino/paziente al Pronto Soccorso dell’ospedale, ma  di non mandarcelo. E allora abbiamo immaginato una organizzazione declinata su tre livelli, di cui solo l’ultimo in realtà davvero “ospedaliero”. Una organizzazione che pensata in risposta a questa epidemia ha dentro elementi che potrebbero servire “sempre”.

 

Il primo  livello di questo Ospedale è l’abitazione, però non come è adesso, perché spesso così com’è non “funziona”.

 

Qui come primo elemento fondamentale ci sarà il termometro, come secondo ci sarà il misuratore di saturazione di ossigeno, importantissimo perché da lì si capisce che capacità respiratoria si ha, e poi di seguito un mini palmare ECG. In questa mini stazione sanitaria domiciliare saranno racchiuse le potenzialità di diagnostica delle funzioni vitali di base del cittadino allorché si sospetti che diventi paziente. La prima cosa da aggiungere all’ambiente di casa è quindi  la possibilità di avere postazioni tecnologiche, anche relativamente “semplici” (linea telefonica fissa con modem, smartphone con internet, stampante, collegamento Bluetooth)  in modo che il cittadino possa comunicare ed eventualmente fare il telelavoro, la scuola online e tutto quello cheoggi si può fare a casa. Necessariamente occorre il supporto della telemedicina con un professionista che a distanza monitori quello che succede.

 

Questa organizzazione comporta il superamento della fase del tradizionale accesso all’ambulatorio della Medicina Generale come è considerato attualmente, semplificando, ma soprattutto alleggerendo la fase ambulatoriale, ora utilizzata in modo non sempre appropriata. Soprattutto l'obiettivo sarà quello di non andare a sovraffollare prima gli ambulatori di Medicina Generale, poi il Pronto soccorso e gli Ospedali, che sono diventati luoghi della massima concentrazione dell’infezione, come in occasione dell'emergenza COVID19.

 

Il secondo livello di questo Ospedale è un presidio di quartiere o di aggregato sociale.

 

Si deve pensare di attuare un modulo, un’assistenza, un presidio che sia “di  prossimità” . Qui si deve realizzare un passaggio intermedio tra la abitazione, come declinato sopra, e la fase ospedaliera. Bisogna organizzare uno spazio ben definito e protetto, tipo situazione “a modulo” realizzabile in sede di quartiere o di raggruppamento abitativo maggiore.

 

Il terzo livello di questo Ospedale  è quello che abbiamo immaginato in continuità fisica con l'Ospedale di riferimento.

 

In questo livello di articolazione della nostra proposta si ipotizza di realizzare l’utilizzo di moduli aggregabili, da destinare al triage, prima visita e degenza tipo OBI, all'esterno dell'Ospedale di riferimento, in un luogo da reperire immediatamente vicino e quindi in contiguità. Nel caso in cui l’epidemia diventi importante, come è avvenuto nelle Marche, potrebbero essere fatto ricorso a delle istallazioni modulari collocabili nelle vicinanze immediate di un grosso complesso ospedaliero, dove istituire uno scambio “intelligente e dinamico” per il trattamento dei pazienti tra sospetti, accertati, bisognosi di diagnostica, di ricovero in sub-intensiva, intensiva e infine riavviati prima della ridomiciliazione ad una convalescenza controllata. In pratica una espansione COVID dell’Ospedale.

 

Il fine di questa riorganizzazione è quello di riuscire a mettere in protezione costante tutti. In primo luogo  i pazienti ritenuti potenziali malati, che poi, se confermati malati, vengono avviati  alla cura in modo veloce con un ben definito percorso di ospedalizzazione. In secondo luogo viene messo in protezione il personale di assistenza, dai Medici del territorio e delle strutture di ricovero, agli Infermieri, Tecnici e tutto gli operatori coinvolti sia fuori che dentro l'Ospedale. In questo modo si consente il trattamento in urgenza in ambienti dedicati dei nuovi malati, mantenendo in assoluta sicurezza i già ricoverati all'interno dell'Ospedale ed evitando quelle situazioni di “promiscuità” dei percorsi  che in questi giorni sono verosimilmente entrate in gioco nella diffusione del contagio e nella riduzione drammatica della disponibilità ospedaliera per i malati già presenti e di quelli bisognosi di assistenza “normale” di elezione.

 

Ci piace chiamare questo modello Ospedale in Continuità Intelligente.


Pianificazione degli interventi

Due importanti contributi alla pianificazione degli interventi per la cosiddetta Fase 2 della emergenza COVID-19

Sono stati riportate ieri su Quotidiano Sanità (preziosa fonte di informazioni per chi opera a qualunque titolo in sanità)  le proposte di due autorevoli gruppi di esperti per la gestione della cosiddetta fase 2 dell’emergenza da COVID-19, quella in cui si esce dalla attuale situazione di lockdown. Ma a proposito cos’è il lockdown? Tutti i grandi eventi con elevato impatto mediatico si trascinano dietro la nascita di un glossario dedicato. Nel glossario del coronavirus quel termine, locdown, è entrato imperiosamente. Il suo significato? Scarichiamolo da qui: genericamente con la parola lockdown si definisce un protocollo di emergenza che impedisce alle persone o alle informazioni di muoversi da una determinata area per salvaguardarne. Insomma è la fase che tutti stiamo vivendo.

 

Nella fase successiva non ci sarà un “tana libera tutti”, meraviglioso ricordo della nostra infanzia. Grido che magari cacceremo quando avremo il vaccino. E quindi dovremo governare con gradualità il passaggio ad una fase in cui alcune regole verranno allentate, ma con la capacità di riattivarle in caso di necessità.

 

Cominciamo dal primo contributo degli esperti  messo a punto dal notissimo virologo Roberto Burioni (mio cugino secondo, ma questa è un’altra storia) insieme a diversi esperti e con la sottoscrizione tra l’altro della Federazione Nazionale degli Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), dell’ Ente Nazionale Previdenza e Assistenza dei Medici (ENPAM), della Federazione Italiana dei Medici di Medicina generale (FIMMG) nonchè della Società Italiana di Virologia (SIV) e la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT). Tra gli esperti di grande prestigio c’è anche Guido Silvestri,  Professore Ordinario e Direttore del Dipartimento di Patologia Emory University, di Atlanta ed Editor del The Journal of Virology. Da sottolineare la  imponente rappresentanza marchigiana tra i 12 firmatari: tre DOC come Roberto Burioni, Alberto Oliveti (presidente dell’ENPAM) e Guido Silvestri e uno “adottato”,  Marcello Tavio,  infettivologo all’Azienda Ospedaliera di Ancona e Presidente della SIMIT. A noi di Tech4Care piace questa marchigianità  che si è affermata sia a livello nazionale che internazionale.

 

La proposta di questo gruppo prevede la creazione di una struttura di monitoraggio e risposta flessibile, MRF, dell’infezione da SARS-CoV-2 e della malattia che ne consegue (COVID-19) e, possibilmente, in futuro, di altre epidemie. Questa nuova struttura, con chiare articolazioni regionali, dovrebbe operare sotto il coordinamento di Protezione Civile e Ministero della Salute e il supporto tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità ed  avere le seguenti caratteristiche generali:

1) una capacità che la metta in condizione di  eseguire un altissimo numero di test (almeno nell’ordine di molte migliaia alla settimana) sia virologici che sierologici nella popolazione generale asintomatica, da utilizzare in caso di segnale di attivazione di nuovi focolai epidemici;

2) una funzione organizzata di sorveglianza centrale potenziata presso l’ISS;

3) un rafforzamento della capacità regionale di sorveglianza epidemiologica;

4) un mandato a proporre in modo tempestivo e possibilmente vincolante provvedimenti flessibili in risposta a segnali di ritorno del virus;

5) una condivisione della strategia comunicativa con l’Ordine dei Giornalisti e i maggiori quotidiani a tiratura nazionale, nonché le principali testate radio-televisive pubbliche e private.

 

Per quanto riguarda il secondo gruppo di esperti, essi si sono espressi in quanto rappresentanti della Associazione Italiana di Epidemiologia. Nella loro lettera  alle autorità che centralmente coordinano la risposta all’emergenza propongono di costruire indicatori - per ogni area del Paese - della capacità di risposta a controllare la catena dei contagi sul territorio e così valutare l’idoneità ad allentare le misure generalizzate. Gli epidemiologi raccomandano in particolare nella loro lettera di:

  1. focalizzare l’analisi dei dati di sorveglianza sui casi recenti;
  2. descrivere i focolai di infezioni;
  3. rafforzare le capacità operative sul territorio su tre aspetti prioritari:

 

  • il cosiddetto “contact tracing” (la ricerca dei contatti in pratica) dei nuovi casi confermati e l’ampliamento degli accertamenti virali agli asintomatici;
  • l’identificazione tempestiva e analisi dei focolai epidemici;
  • l’adattamento della strategia di accertamento dei casi positivi nelle comunità ristrette, ad esempio anche mediante indagini PCR multiplex su pool di campioni biologici in gruppi a basso rischio.

 

In comune le proposte dei due gruppi hanno un elemento essenziale:  la scelta di fondare gli interventi di controllo della epidemia e delle sue eventuali “riaccensioni” sulla base dei dati epidemiologici con particolare riferimento a quelli generati dalle indagini di laboratorio sia virologiche (ricerca del virus) che sierologiche (dosaggio degli anticorpi).

 

Nei prossimi giorni cercheremo di approfondire questi contributi che abbiamo intanto voluto condividere.