La riapertura del Fiera Hospital di Civitanova: un appunto tecnico

di Claudio M. Maffei, 25 ottobre 2020

 

Premessa

 

Il tema dell’utilizzo del Fiera Hospital (FH) di Civitanova Marche va affrontato adesso e con urgenza su un piano tecnico. Un approfondito confronto tecnico con la politica è infatti necessario per verificare l’opportunità di una riapertura e le modalità con cui eventualmente effettuarla. Questo è un contributo a tale confronto sotto forma di appunto. L’appunto prende più specificamente in esame le attività di terapia intensiva (TI).

 

Come nasce l’idea del Fiera Hospital di Civitanova Marche

 

L’idea del Fiera Hospital di Civitanova Marche è nata con un Comunicato stampa del Presidente Ceriscioli il 23 marzo 2020 per fronteggiare la carenza di posti letto di terapia intensiva nelle Marche. Al momento la situazione era questa: in base ai dati del GORES (Gruppo Operativo Regionale per l’Emergenza Sanitaria) del 23 marzo c’erano  148 ricoverati per Covid-19 in terapia intensiva e 128 ricoverati in semintensiva. Da tenere presente che al momento il numero “ufficiale” di posti letto di terapia intensiva era nelle Marche di 115 posti letto (in realtà 8 di questi 115 letti sono tornati operativi a maggio 2020 per via dei lavori fatti all’ospedale di Macerata). Il che voleva dire che molti posti letto di terapia intensiva occupati dai pazienti Covid erano aggiuntivi ed erano stati creati ad hoc nei blocchi operatori e in aree di degenza non intensive. Contestualmente erano diminuite le attività chirurgiche programmate visto che i blocchi operatori e gli anestesisti erano impegnati su questo nuovo drammatico fronte. In questo contesto Ceriscioli il 23 marzo nel comunicato stampa afferma: “Dopo aver verificato nella mattinata con l'ex capo della protezione civile Guido Bertolaso le possibilità e le modalità concrete di realizzazione della nuova struttura che ospiterà 100 posti letto in più di terapia intensiva per fronteggiare l'emergenza Coronavirus…Per realizzare questo progetto occorrono 12 milioni di euro. Non possiamo farlo con le risorse pubbliche, non perché non abbiamo a disposizione questa cifra, ma per i tempi strettissimi che sono necessari. La macchina che si è messa in moto è velocissima. L’obiettivo è di realizzare l’impianto in 10 giorni, un tempo non compatibile con le regole e le procedure del settore pubblico… Sono due le opzioni prese in considerazione per la localizzazione della struttura: una nave o il Palaindoor di Ancona, che per caratteristiche si presta ad una velocissima riconversione in un reparto altamente specializzato per la rianimazione.”

 

Alla fine alla Fiera di Civitanova, identificata come sede idonea con la DGR  415/2020, sono stati realizzati 6 moduli da 14 posti letto, 3 di intensiva e 3 di semintensiva. Usati per pochi pazienti e pochi giorni nella coda della prima fase della epidemia con personale reclutato dall’ASUR con procedure “interne”.

 

Il Fiera Hospital può essere considerato un ospedale?

 

Il Fiera Hospital (FH) può essere considerato solo una struttura temporanea o comunque da usarsi solo in situazioni di assoluta emergenza. Non ha le caratteristiche strutturali ed organizzative di un ospedale come previste dalla normativa corrente oltre che dalla pratica clinica ed organizzativa. Infatti, gli ospedali con terapia intensiva sono almeno di I livello, ospedali  che il DM 70 del 2015 regolamenta così: “I presidi ospedalieri di I livello, con bacino di utenza compreso tra 150.000 e 300.000 abitanti, sono strutture sede di Dipartimento di Emergenza Accettazione (DEA) di I livello, dotate delle seguenti specialità: Medicina Interna, Chirurgia Generale, Anestesia e Rianimazione, Ortopedia e Traumatologia, Ostetricia e Ginecologia (se prevista per numero di parti/anno), Pediatria, Cardiologia con Unità di Terapia Intensiva Cardiologica (U.T.I.C.), Neurologia, Psichiatria, Oncologia, Oculistica, Otorinolaringoiatria, Urologia, con servizio medico di guardia attiva e/o di reperibilità oppure in rete per le patologie che la prevedono. Devono essere presenti o disponibili in rete h. 24 i Servizi di Radiologia almeno con Tomografia assiale computerizzata (T.A.C.) ed Ecografia, Laboratorio, Servizio Immunotrasfusionale.”

 

Il senso di collocare solo in ospedali di questo tipo le attività di terapia intensiva è quello di metterle in condizioni di avere tutte le competenze necessarie per far fronte alla complessità e molteplicità dei problemi clinici che i pazienti ricoverati in tali aree hanno. Fare attività di terapia intensiva al di fuori di un ospedale vuol dire sicuramente aumentare il rischio clinico dei pazienti.

 

Cosa sono, quanti sono e quanti dovrebbero essere i posti letto di terapia intensiva nelle Marche

 

I posti letto di intensiva sono posti letto in aree di degenza che strutturalmente sono di solito in moduli dagli 8 ai 12 posti letto per favorire una ottimale organizzazione del lavoro del personale che ha contemporaneamente sotto monitoraggio un consistente  numero di pazienti. Quello che caratterizza le terapie intensive è la grande quantità di medici rianimatori e di infermieri specificamente addestrati necessari, personale che deve essere abituato a lavorare assieme in equipe. Servono più o meno 1 medico rianimatore e 3 infermieri per posto letto. Con una concentrazione dei pazienti in moduli come quelli di Civitanova con un maggior numero di posti letto (14) questo fabbisogno diminuisce per una ottimizzazione (solo da questo punto di vista) dell’organizzazione del lavoro.

 

Per evitare i problemi incontrati nella prima fase della epidemia il Decreto Rilancio di maggio ha previsto che le Regioni aumentino i posti letto di terapia intensiva dentro gli ospedali della loro rete. Per situazioni eccezionali il Ministero ha previsto 4 moduli mobili di 50 posti letto ognuno da destinare alle Regioni che ne avessero bisogno (in realtà non pare che siano stati ancora acquisiti).

 

Per le Marche il Decreto Rilancio ha previsto 105 posti letto in più di terapia intensiva, che la Regione Marche ha previsto di collocare con la DGR 751 del 16 giugno 2020 in questo modo:

 

  • Torrette: 36 posti letto (pl)
  • Salesi: 2 pl
  • Pesaro: 41 pl
  • Fermo: 14 pl
  • San Benedetto del Tronto: 5 pl
  • Jesi: 7pl.

 

Ad oggi di questi 105 posti letto in più ne sarebbero stati resi operativi 12. Quanto al personale in più disponibile non ci sono dati ufficiali. Mi limito a dire che certamente non è arrivato in quantità sufficiente. Il ritardo nella attivazione dei posti letto previsti nel Decreto Rilancio è comune alla grande maggioranza delle Regioni ed ha risentito di una certa “farraginosità” della procedura amministrativa con cui tale attivazione sarebbe dovuta avvenire. Sul ritardo nella acquisizione di più personale non ho informazioni.

 

E’ utile ricordare qui che nelle Marche secondo quanto riportato nella DGR 415/2020 erano stati, alla data del 1/4/2020, attivati ulteriori 122 pl di TI in aggiunta ai 115 pl già presenti nella dotazione regionale (di cui 46 occupati da pazienti COVID-19 positivi).

 

La situazione attuale delle terapie intensive e semintensive delle Marche

 

Oggi 25 ottobre i ricoverati in terapia intensiva, semintensiva e negli altri reparti è pari rispettivamente a 26, 33 e 168. Numeri molto lontani da quelli dei giorni di avvio del progetto del FH  (25 marzo: 148, 179 e 577), ma sono numeri in progressivo rapido aumento.

 

Il razionale tecnico della riapertura del Fiera Hospital di Civitanova Marche

 

La riapertura del FH si potrebbe giustificare in rapporto a due possibili obiettivi:

 

  • far fronte a pazienti che hanno bisogno di cure intensive che la rete ospedaliera non riesce ad erogare per saturazione dei posti letto di TI disponibili;
  • evitare che gli spazi e le risorse destinate negli ospedali ai pazienti Covid positivi in TI interferiscano troppo pesantemente sull’assistenza agli altri pazienti soprattutto bloccando o riducendo l’attività chirurgica programmata.

 

In questo momento l’obiettivo della riapertura sarebbe il secondo, visto che c’è ancora disponibilità di posti letto di TI negli ospedali della Regione. In tutti i casi il principale problema è rappresentato dalla carenza di personale specializzato sia medico che infermieristico.

 

Si tratta allora di trovare un punto di equilibrio tra la massima risposta che si può dare con i posti letto di terapia intensiva degli ospedali (quelli attivi e quelli attivabili) senza interferire in modo inaccettabile con la loro attività complessiva e quella che si potrebbe offrire al FH nel caso (da verificare) che la offerta “possibile ed opportuna” degli ospedali non fosse sufficiente. Avendo ben chiaro che per definizione il FH dovrebbe essere considerato all’insegna del principio “rompere il vetro in caso necessità”.

Perché la riapertura abbia senso occorre che ci siano le seguenti condizioni preliminari da verificare:

 

  1. la rete ospedaliera delle TI della Regione sta saturando la sua capacità operativa il che richiede di verificare qual è il numero di posti letto di TI attivi ed attivabili senza interferire “in modo inaccettabile” con il resto delle attività anche sulla base della esperienza della prima fase della epidemia;
  2. sia definita quantità e qualità di personale del personale necessario al FH in funzione dei moduli attivati e sia fatto in modo che la qualità dell’assistenza garantita sia di pari livello rispetto a quella erogata nei normali ospedali grazie a protocolli operativi, creazione di equipe dedicate, iniziative di formazione, ecc;
  3. sia verificato che non si determini negli ospedali che mettono a disposizione il personale per il FH una riduzione di attività “significative” né dal punto di vista quantitativo che qualitativo;
  4. siano chiari i criteri di selezione dei pazienti;
  5. siano chiare le responsabilità e i ruoli dirigenziali (direttore medico e coordinatore infermieristico di questa unità operativa “temporanea e a rotazione”, direzione medica, ingegneria clinica, rischio clinico, ecc.);
  6. siano chiari criteri di reclutamento del personale da impiegare al FH come pure gli aspetti di carattere economico e assicurativo;
  7. sia previsto un sistema di monitoraggio clinico, economico ed organizzativo dell’intero progetto;
  8. siano chiare le modalità di comunicazione a pazienti e familiari.

 

Considerazioni finali

 

Questo appunto non affronta il tema dei moduli semintensivi o dell’eventuale utilizzo del FH per pazienti Covid non intensivi. Sarà facile adattare la stessa metodologia a questi ulteriori utilizzi della struttura.


Lo smaltimento e riduzione delle liste di attesa in chirurgia nelle strutture pubbliche: una buona occasione per il nuovo governo della sanità marchigiana

Claudio Maria Maffei - Coordinatore Scientifico di Chronic-on

Marcello Bozzi – Segretario ANDPROSAN – Associata COSMED

 

Premessa

 

Quello dell’accumulo di pazienti in lista di attesa per un intervento chirurgico è un problema già segnalato nel numero del 27 maggio di Quotidiano Sanità (QS) scorso a commento di una indagine Nomisma. La pandemia ha, infatti, creato un “buco” nella produzione chirurgica delle strutture pubbliche come denunciato da più parti e come discusso nella prima puntata autunnale di Health Serie sempre per iniziativa di QS. E’ anche stato previsto allo scopo nel Decreto di agosto un incremento dedicato di  risorse come ricordato di recente dal Ministro in occasione del Congresso della Società Italiana di Chirurgia. Il tema ci sembra meritevole di alcune riflessioni/proposte che adattiamo alla realtà marchigiana partendo da una  nostra recente lettera a QS.

 

La nostra ipotesi è che non basti una pur importante e iniezione di risorse nel sistema per dare una risposta adeguata sia in termini quantitativi che qualitativi al deficit di produzione chirurgica da parte delle strutture pubbliche, ma che serva anche un progetto complessivo regionale che valorizzi quella maggiore disponibilità di risorse.

 

Un possibile piano di riordino della rete delle chirurgie

 

La prima riflessione riguarda l’opportunità di una riprogrammazione e riorganizzazione complessiva dell’offerta di area chirurgica delle strutture pubbliche. Un possibile percorso metodologico (che qui viene solo abbozzato) potrebbe partire da una analisi della situazione esistente e quindi da:

 

  • una analisi della attuale rete degli ospedali delle Marche con riferimento alle indicazioni in termini di volumi e bacini di utenza del DM 70/2015 e quindi con una valutazione degli scostamenti rispetto alle indicazioni del DM (discipline in eccesso e ospedali con interventi “in difetto” per via dei volumi bassi);
  • una analisi delle variazioni introdotte a livello aziendale negli ultimi anni e dei provvedimenti conseguenti interessanti le aree chirurgiche ad esempio con l’unificazione di strutture complesse e la conseguente definizione delle linee operative da privilegiare nei vari punti del sistema all’interno delle diverse reti cliniche ove presenti;
  • una analisi delle caratterizzazioni e delle specificità presenti in ogni ambito/contesto operativo, comprensiva di una analisi degli orari di attività settimanale e delle risorse umane e professionali a disposizione;
  • una analisi dei flussi di mobilità passiva (molto rilevanti per la Regione Marche) per identificare le linee di produzioni carenti;
  • una analisi delle linee di produzione prevalenti nelle Case di Cura Private in modo da verificarne il grado di integrazione/concorrenza con le strutture pubbliche.

 

Su questa base si potrebbe:

 

  • identificare le strutture prevalentemente dedicate all’urgenza e quelle destinate all’attività ordinaria programmata e di Day Surgery;
  • caratterizzare in termini di linee operative prevalenti e caratterizzanti ciascun ospedale e all’interno di ognuno di questi ciascuna equipe;
  • prevedere èquipe “itineranti” al fine di favorire da una parte per le casistiche meno complesse una  risposta chirurgica “di prossimità” e dall’altra l’ottimale funzionamento degli Ospedali di riferimento a partire dalle Aziende Ospedaliere in cui va data priorità alle urgenze e all’alta complessità;
  • programmare il progressivo spostamento degli interventi di chirurgia minore verso strutture dedicate, in modo da garantire a tutta la rete chirurgica un utilizzo razionale delle risorse sia umane che tecnologiche e strutturali;
  • orientare i processi di gestione delle risorse umane delle Aziende a uno sviluppo e ad una manutenzione delle competenze chirurgiche previste per ciascun ospedale e ciascuna equipe;
  • programmare le concrete modalità di integrazione con le strutture private evitando forme di concorrenza negative per il sistema.

 

Una operatività più agile delle strutture pubbliche

 

La seconda riflessione riguarda l’opportunità di mettere dove e quando possibile in discussione quell’insieme di regole e di pratiche che rendono l’attività chirurgica delle strutture pubbliche “ingessata” nell’ambito di una serie di rigidità organizzative, a fronte della flessibilità organizzativa delle strutture private. A volte si tratta di vere e proprie ritualità normative e contrattuali che, se non modificate, favoriranno sempre più il transito al privato contrattualizzato dei professionisti pubblici. In particolare occorre procedere alla revisione di alcune rigidità organizzative previste nel DM 70. A differenza di quello che è previsto per le strutture private, il sistema pubblico, in una applicazione letterale del DM 70 (che poi magari in altri punti non si applica), fa gran parte della attività chirurgica in ospedali che debbono garantire anche le urgenze e che per questo dispongono di un insieme di discipline chirurgiche. Le “penalizzazioni” per le strutture pubbliche che ne conseguono riguardano sia il numero di chirurghi indispensabile per garantire la continuità clinico-assistenziale (guardie, reperibilità, ecc.) delle singole discipline, sia la gestione della loro efficienza operativa, spesso interessata da continui “salti seduta” per garantire le urgenze ed emergenze. L’organizzazione delle strutture private, sicuramente più “leggera”, spesso senza “guardie attive disciplinari”, con la garanzia della continuità clinico-assistenziale garantita da altre risorse interne trasversali, consente pur con equipe specialistiche di ridotte dimensioni una numerosità della casistica trattata superiore al sistema pubblico (senza entrare nel dettaglio della “pesatura” della complessità della casistica trattata nelle due tipologie di strutture, che comunque risente del fatto che quelle private non hanno quasi mai una attività rianimatoria a supporto). L’eventuale piano di riordino della rete chirurgica può essere l’occasione per trasferire alle strutture pubbliche un po’ della agilità delle strutture private.

 

Una grande attenzione delle Aziende ai professionisti

 

La terza riflessione riguarda la necessità di rendere “appetibile” la permanenza della componente clinica nelle strutture pubbliche applicando il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro dell’area della dirigenza che prevede incarichi organizzativi ed incarichi professionali, con riconoscimenti di status e di ruolo e di valorizzazione economica.

 

Per concludere

 

Senza la rimessa in discussione delle ritualità e dei vincoli sopra richiamati e un serio impegno nella riorganizzazione nell’area chirurgica delle strutture pubbliche rischia di allungarsi non solo la lista di attesa per gli interventi ma anche quella dei professionisti pubblici in cerca di un lavoro più gratificante nel privato (che non va “demonizzato”, ma va considerato come fisiologico competitor da integrare e monitorare).

 

Procedere alle riorganizzazioni proposte, tenuto conto anche degli importanti stakeholder in gioco (orti professionali e campanili cittadini), non è facile come non è stato facile fino ad oggi. Ma un percorso come quello qui abbozzato può mettere in movimento quel percorso di analisi-proposta-decisione-verifica che dovrebbe caratterizzare tutte le azioni di politica sanitaria. Un percorso che ridà centralità all’utilizzo e all’analisi dei dati, centralità che si è andata negli ultimi anni progressivamente perdendo nella Regione Marche, e dovrebbe ridare una centralità anche al confronto costante con professionisti e cittadini. Un approccio di questo tipo potrebbe trovare una sua possibile sperimentazione in un approccio organico di sistema alla riduzione dei tempi di attesa per gli interventi chirurgici.