Lo screening di massa per il coronavirus della Regione Marche: 30 risposte da dare subito ai cittadini

Di Claudio M. Maffei, 11 dicembre 2020

 

La Regione Marche ha deciso di lanciare un programma di screening di massa per la ricerca con test antigenico rapido del coronavirus (SARS-CoV-2). I dettagli (non molti e comunque non sufficienti) sono riportati nella  Delibera Regionale  1557 del 3 dicembre 2020. Questa iniziativa è stata presa sulla falsariga di uno screening di massa avviato già da alcune settimane nella Provincia di Bolzano in Alto Adige. Molte sono le perplessità che una iniziativa di questo genere pone in una sua lettura di sanità pubblica. Per una sintesi su queste perplessità invito a leggere un mio commento al programma, peraltro molto ben impostato da molti punti di vista, della provincia di Bolzano.

 

Un aspetto curato molto bene a Bolzano è stato quello della comunicazione. E’ stato messo a disposizione dei cittadini e di tutti gli interessati un sito molto ben fatto in cui si trova “tutto”, dalle motivazioni dello screening, ai risultati ottenuti per arrivare  agli ulteriori programmi avviati e alle informazioni che servono ai cittadini per partecipare in modo consapevole al programma. Prendiamo spunto da questo sito per suggerire alla Regione Marche di procedere alla immediata predisposizione di un analogo sito con una risposta alle seguenti 30 domande. In alcuni casi c’è anche un suggerimento sulla possibile risposta.

 

 

  1. Quale tipo di test viene eseguito?

 

  1. Esistono diversi tipi test antigenici. Quale è stato scelto per lo screening che sta per partire?

 

  1. Quali sono i valori di sensibilità e specificità di questi test?
    Suggerimento: questo è il punto più importante e qui occorre spiegare bene qual è la probabilità “sul campo” che il test risulti negativo quando in realtà la persona è infetta e quella che il test risulti positivo anche quando la persona non è infetta.

 

  1. Dove si svolgono i test?

 

  1. Chi esaminerà i risultati di questi test?

 

  1. Il test deve essere svolto nel comune di residenza o può essere svolto anche in comuni differenti?

 

  1. Devo registrarmi per eseguire il test?

 

  1. Cosa devo portare quando mi presento per il test?

 

  1. Che senso ha fare il test?

 

  1. Come funziona con la privacy?

 

  1. Quanto dura il test?

 

  1. Il test è sicuro?

 

  1. Quanto costa fare il test?

 

  1. Quando e dove ottengo il risultato del test?

 

  1. Non ho un indirizzo e-mail e/o numero di cellulare. Cosa posso fare per avere il risultato del test?

 

  1. E se il test risultasse positivo?

 

  1. E se il test è negativo? Risposta suggerita: poiché ogni test è solo un’istantanea, è importante continuare a seguire le misure precauzionali: indossare la mascherina, mantenere le distanze, disinfettare e aerare. Se si verificano dei sintomi, si prega di contattare telefonicamente il proprio Medico di Medicina Generale.

 

  1. Se risulto positivo, i miei contatti più stretti dovranno andare in quarantena? Risposta suggerita: a causa del rischio di contagio, i contatti stretti devono essere messi in quarantena.

 

  1. Se il test è positivo, devo eseguire subito un tampone PCR?

 

  1. Qual è la procedura rispetto alle assenze per malattia se il test è positivo?

 

  1. Posso andare al lavoro subito dopo aver effettuato il test?

 

  1. Sono sicuro/a di non essere portatore/portatrice del coronavirus. Perché dovrei fare il test?
    Risposta suggerita: nessuno può essere sicuro di non essere positivo. Questa sicurezza dovrebbe rendere ancora più semplice la decisione di eseguire il test, senza il timore di un successivo isolamento. La partecipazione di soggetti non positivi al test è altrettanto importante per la statistica.

 

  1. La primavera scorsa ero già positivo, devo sottopormi ad un altro test?

 

  1. Che fine fanno i campioni prelevati durante lo screening?

 

  1. È possibile effettuare il test durante gli orari di lavoro? È previsto un attestato di partecipazione?

 

  1. Quali sono i costi di questo programma di screening? Suggerimento: specificare i criteri di calcolo.

 

  1. In quanti giorni si completerà lo screening di massa?

 

  1. Quali sviluppi ulteriori sono previsti di questo programma?

 

  1. Il programma ha un responsabile scientifico?

 

  1. Esiste un documento tecnico ufficiale che illustri nel dettaglio le motivazioni della iniziativa)?  

Il tempo sospeso delle malattie vascolari al tempo del Covid-19

di Gabriele Pagliariccio(*)

 

*Chirurgo vascolare presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona; referente per la Regione Marche della Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare; consigliere nazionale della Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare.

 

Di recente Quotidiano Sanità commentando l’ultimo Rapporto  di ALTEMS (Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari  dell’Università Cattolica)ha evidenziato il grave problema dell’aumento del rischio di complicanze e peggioramento della prognosi per le patologie non Covid. Specifici commenti hanno avuto ad esempio di recente i problemi legati alla riduzione degli screening oncologici e l’aumento della mortalità per infarto legata al ritardo nel trattamento ed alla paura di andare in ospedale.

 

Vorrei portare oggi un contributo di riflessione in tema di patologia vascolare. Stiamo vivendo ormai da molti mesi nel mezzo della pandemia da Covid-19 nella quale ci viene impedita ogni progettualità a breve e lungo termine. È una sorta di “tempo sospeso” che coinvolge la sfera personale e sociale, ma incide in modo straordinario anche in quella professionale. In particolare per chi si occupa di malattie cardiovascolari, ormai da molti mesi il quadro è assolutamente drammatico. Come ben sappiamo queste malattie hanno una diffusione amplissima nella popolazione e rappresentano la prima causa di morte (oltre il 30% secondo OECD Health Statistics 2020), con percentuali più alte anche di quelle delle malattie oncologiche. Questi dati sono ancora più drammatici nella loro semplicità se li interpretiamo alla (scarsa) luce del periodo in cui viviamo: il Covid ci ha costretto in tutta Italia, e probabilmente non solo in Italia, a ridurre – e per un certo periodo a bloccare - tutte le prestazioni da erogare sia nell’ambito della valutazione clinica della popolazione a rischio che in quello del trattamento terapeutico e del follow up. In ambito diagnostico il nostro lavoro prevede l’effettuazione di visite ed esami di diagnostica non invasiva mediante EcoDoppler per individuare, all’interno della popolazione a rischio, i pazienti affetti da malattie vascolari. Tutto questo è stato praticamente soppresso per molti mesi con un danno sanitario enorme che verrà pagato nei prossimi anni in termini di eventi vascolari: non aver individuato e trattato una stenosi carotidea significa che potremmo aspettarci che quel paziente arrivi prossimamente alla nostra attenzione con un evento ischemico cerebrale (TIA od ictus). Sul versante terapeutico i trattamenti chirurgici ed endovascolari nel trattamento delle patologie vascolari sono stati ovunque fortemente ridotti - quando non addirittura cancellati - durante il lockdown in cui è stato possibile soddisfare solo le urgenze.

 

Ma le malattie vascolari non aspettano e progrediscono spesso in modo drammatico: un aneurisma dell’aorta non trattato può portare a rottura dell’aorta ed alla morte del paziente in percentuali sino al 50% dei casi secondo le linee guida 2019 della Società Europea di Chirurgia Vascolare.

La drammaticità del periodo in cui stiamo vivendo è che il carico di morbilità̀ e mortalità̀ delle patologie non trattate in questo frangente storico rischia di lasciare sul campo più danni e vittime della stessa pandemia.

 

In questi giorni stiamo apprendendo con grande preoccupazione le notizie di una possibile prossima sospensione dell’attività clinica non urgente negli ospedali italiani. Eppure il lockdown primaverile ci dovrebbe avere insegnato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che le malattie vascolari non sono seconde a nessuno per gravità, neppure al Covid-19. Nella primavera scorsa la pandemia ci ha colto di sorpresa spingendoci ad una chiusura generalizzata, ma ora conosciamo meglio il Covid 19 ed abbiamo armi per fronteggiarlo per cui un nuovo blocco dell’attività sarebbe ingiustificato per i nostri pazienti. Limitare di nuovo l’accesso agli ospedali ai soggetti con patologie vascolari (sia per la valutazione diagnostica che per il trattamento ed il follow up) sarebbe un errore imperdonabile, direi moralmente inaccettabile.

Le conseguenze sull’attività ospedaliera del primo lockdown le stanno pagando sulla loro pelle i pazienti con arteriopatia periferica (circa 200 milioni nel mondo secondo le recenti linee guida sulla malattia arteriosa periferica della Società Europea di Medicina Vascolare del 2019). Questi pazienti, non recatisi in ospedale durante il lockdown, hanno affollato i reparti della nostra disciplina con arti in gangrena da amputare unicamente perché non trattati in precedenza con una semplice angioplastica od un bypass. È inoltre indispensabile, aggiungo, che i pazienti siano consapevoli del fatto che l’accesso agli ospedali è sicuro con sanitari periodicamente sottoposti a screening con tamponi e test sierologici e con percorsi differenziati e che è estremamente più rischioso rimanere a casa che recarsi in ospedale per prendersi cura di una malattia vascolare.

 

Infine vorrei segnalare come in questo contesto pesino negativamente sulla qualità dell’assistenza i ritardi nella costruzione di una rete clinica che si occupi su base regionale di patologia vascolare. Purtroppo il Covid-19 allontana ancora di più la possibilità di portare ad operatività questa rete che permetterebbe un accesso alle cure più omogeneo sul territorio, un migliore utilizzo delle risorse umane e tecnologiche e di conseguenza un forte guadagno per la salute dei pazienti. I “nostri” malati hanno già un carico di malattia pesante e permanente: non si meritano proprio che questa pandemia glielo aumenti più ancora di quanto non ha già fatto.

 

*Chirurgo vascolare presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona; referente per la Regione Marche della Società Italiana di Chirurgia Vascolare ed Endovascolare; consigliere nazionale della Società Italiana di Angiologia e Patologia Vascolare.


Il bacio francese e il coronavirus, ovvero la tempesta mediatica perfetta

di Claudio M. Maffei, 11 Novembre 2020

 

La vicenda ormai da un paio di giorni è notissima vista l’enorme copertura mediatica che ne è stata fatta: in un video di alcuni mesi fa il nuovo Commissario della sanità calabrese dott. Giuseppe Zuccatelli si è lasciato andare a dichiarazioni colorite sulle modalità di contagio del coronavirus. Non le riporto tanto sono note, ma c’è comunque di mezzo un bacio “alla francese”. Mai l’espressione “circolazione virale” ha trovato come in questo caso piena giustificazione. In modo equilibrato l’altro ieri anche Quotidiano Sanità ha riportato video e notizia pubblicando anche le dichiarazioni dell’interessato dott. Zuccatelli e del Ministro Speranza che è stato chiamato in causa per averlo nominato. Dichiarazioni, concludeva il quotidiano,  che non sono però sufficienti a placare le polemiche. Fra l’altro questa nomina aveva appena fatto seguito ad un’altra vicenda sempre con un video in mezzo che aveva portato all’allontanamento dell’ex Commissario Generale Saverio Cotticelli.

 

Mi sembra che l’ultima polemica, quella sul nuovo Commissario, meriti un tentativo di commento “tecnico” nella consapevolezza che la tempesta perfetta lo spazzerà via, ammesso che qualcuno se ne accorga. Ma voglio provare avendo premesso che sono amico fraterno di Giuseppe Zuccatelli, il che non credo offuschi la mia capacità di riflettere su alcuni aspetti della vicenda.

 

Sulle motivazioni delle dichiarazioni e sul contesto in cui sono state fatte ha già ieri riferito QS, io invece mi vorrei soffermare sulla natura delle reazioni che quelle dichiarazioni hanno scatenato. Il numero di commentatori severi e scandalizzati che sono intervenuti sulla questione è elevatissimo e di “alto grado”. Stiamo parlando delle edizioni serali dei principali telegiornali,  delle trasmissioni di maggior seguito che coprono ormai da mesi tutti gli aspetti della pandemia, dei conduttori più prestigiosi e degli ospiti più “influenti” e popolari. Vorrei portare per un momento l’attenzione su quello che ha reso tale la “notizia”: il fatto che a pronunciarla sia stato il nuovo “Commissario ad acta  per l’attuazione del piano di rientro” della Regione Calabria. Fermiamoci per un attimo su questo ruolo e chiediamoci quanti dei severi commentatori scandalizzati sanno attribuirgli un significato. Quanti sanno che cosa è un Piano di rientro e sono andati a navigare nel sito dedicato del  Ministero della Salute per verificare di cosa si tratti, di cosa comporti e di quali sono le Regioni che lo stanno attuando e quali sono quelle che lo hanno attuate e dal Piano di Rientro (PdR) sono uscite. Si tratta di processi di enormi complessità ed anche molto discussi. C’è chi ne ha fatto una valutazione positiva, come l’Osservatorio Conti Pubblici Italiani della Università Cattolica del Sacro Cuore, che nell’agosto 2019 affermava: “La nostra analisi dunque suggerisce che la storia dei PdR in sanità sia una storia di successo, forse una delle poche in cui la revisione della spesa in Italia abbia funzionato davvero”. Altri invece ne danno una valutazione fortemente critica perché la loro attuazione andrebbe a scapito della erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) anche se una analisi di un paio di anni fa esattamente due anni fa conforterebbe sulla possibilità di “sanare” i conti e migliorare contestualmente i LEA. Quel che è certo è che si tratta di processi ad altissima complessità di cui il dott. Zuccatelli è già stato protagonista per alcuni anni in due realtà italiane, la Campania   e l’Abruzzo.

 

Contestare una nomina a Commissario in base ad una analisi critica delle precedenti esperienze di Commissariamento lo capisco, farlo senza sapere nemmeno di cosa sia un Commissariamento no. Non ho alcun dubbio che in una multidecennale esperienza dirigenziale e manageriale si possano avere fatto errori e accumulato risentimenti. Tutti segnali, specie questi ultimi,  che la rete dei social raccoglie in misura rapida e copiosa. Magari questo stesso post ne offrirà l’opportunità. Ma non si dovrebbe perdere di vista la rilevanza delle questioni serissime che stanno dentro un Piano di Rientro. Considerare in modo scandalizzato un video di quel tipo  significativo “di per sé” della inadeguatezza di un dirigente rispetto al ruolo di Commissario per la sua attuazione a dispetto della sua esperienza e competenza (che non si conoscono, come non si conosce cos’è un Piano di Rientro) mi sembra un altro segno dei tempi. Sono, a parere mio,  in troppi ad essersi inventati covidologi e già che ci sono a diventare censori delle scelte che si fanno sulle Regioni con problemi di sanità pubblica così rilevanti da essere poste “sotto tutela”.

 

Inutile dire che questa non è una difesa d’ufficio di un dirigente cui sono molto legato da molta stima ed ancor più grande affetto, ma vuole essere un richiamo appena sussurrato ad un approccio alla crisi della nostra sanità rispettoso della complessità dei problemi e della storia delle persone che se ne occupano. Da valutare sempre e rigorosamente, ma non così come si è fatto questi giorni. Quella di questi giorni (e che magari continuerà nei prossimi) non è stata una valutazione, ma un facile e compiaciuto utilizzo delle tribune che il mondo dei media e dei social offre a iosa.


Un appello: aumentare subito (da ieri) il numero di posti al Corso di Laurea per infermieri della Università Politecnica delle Marche!

di Claudio M. Maffei, 5 novembre 2020

Il Covid-19 ha evidenziato le enormi carenze nella disponibilità di infermieri per far fronte ai vecchi e nuovi urgenti bisogni della assistenza sanitaria ai cittadini della nostra Regione. Proprio questi giorni  un comunicato stampa della Regione Marche riportava la dichiarazione dell’Assessore alla Sanità sulla assunzione di 3000 infermieri.  Peccato che quei 3000 infermieri siano già quasi tutti in servizio con incarichi   temporanei nelle strutture pubbliche e private delle Marche. Sono quelli che stanno partecipando ad un concorso e che in tempi rapidissimi verrebbero assunti a tempo prima determinato per essere poi passati ad incarichi a tempo indeterminato. Tempi tecnici a parte per queste operazioni rimane il fatto che la iniezione di risorse nel sistema attraverso questa manovra sarà molto ma molto meno di quei 3000 infermieri che ieri i titoli dei giornali riportavano.

 

Niente in confronto agli infermieri di cui si deve disporre anche solo per dare un infermiere di famiglia/comunità ogni 60.000 abitanti e per coprire almeno in parte i posti letto aggiuntivi di terapia intensiva (105) e di semintensiva, e cioè le nuove misure previste per la risposta al Covid-19. Occorre poi ricordare che vanno adeguati gli organici delle strutture residenziali e di molti ospedali pubblici e pure privati. Questo problema drammatico a livello nazionale (vedi il ricco contributo informativo del mio amico Marcello Bozzi riportato qui) è altrettanto drammatico nelle Marche dove a fronte di questi nuovi bisogni che si aggiungono ai vecchi ogni anno si iscrivono ai Corsi di Laurea per infermieri solo 390 persone divisi su cinque sedi. Un numero assolutamente insufficiente che deve far fronte anche al turn-over legato ai pensionamenti.

 

Ci sarà tempo (poco) per calcoli più preciso ma un incremento del numero dei posti nei Corsi di Laurea per infermieri è vitale ed essenziale. In assenza di personale in più quello disponibile viene per far fronte al Covid-19 spostato da una struttura/Azienda all’altra con un inevitabile riflesso sulle attività che aumentate da una parte diminuiscono dall’altra.

 

Adesso servono processi di riorganizzazione intelligenti per usare al meglio le risorse oggi disponibili, ma è urgentissimo mettersi in grado di avere in futuro più risorse stabili per l’assistenza. E questi lo ottieni aumentando il personale a disposizione che viene formato dall’Università.

 

Ovviamente lo stesso discorso vale per le altre figure professionali, ma quello degli infermieri per le sue dimensioni è un problema/vincolo che merita priorità assoluta. Ogni giorno perso è una colpa.

 

La definizione del fabbisogno formativo per le diverse figure alla luce di queste considerazioni va fatto con il coordinamento della Regione e la partecipazione della Università, dei rappresentanti degli Ordini Professionali e degli altri interlocutori istituzionali. Subito. È già tardi.

 

È inutile dire che la struttura formativa dell’Università va ovviamente contestualmente potenziata e qualificata sennò la quantità andrà a scapito della qualità. Formare  più professionisti non è una manovra “produttiva”, ma una iniziativa progettuale da promuovere, coordinare e monitorare ai massimi livelli.


La riapertura del Fiera Hospital di Civitanova: un appunto tecnico

di Claudio M. Maffei, 25 ottobre 2020

 

Premessa

 

Il tema dell’utilizzo del Fiera Hospital (FH) di Civitanova Marche va affrontato adesso e con urgenza su un piano tecnico. Un approfondito confronto tecnico con la politica è infatti necessario per verificare l’opportunità di una riapertura e le modalità con cui eventualmente effettuarla. Questo è un contributo a tale confronto sotto forma di appunto. L’appunto prende più specificamente in esame le attività di terapia intensiva (TI).

 

Come nasce l’idea del Fiera Hospital di Civitanova Marche

 

L’idea del Fiera Hospital di Civitanova Marche è nata con un Comunicato stampa del Presidente Ceriscioli il 23 marzo 2020 per fronteggiare la carenza di posti letto di terapia intensiva nelle Marche. Al momento la situazione era questa: in base ai dati del GORES (Gruppo Operativo Regionale per l’Emergenza Sanitaria) del 23 marzo c’erano  148 ricoverati per Covid-19 in terapia intensiva e 128 ricoverati in semintensiva. Da tenere presente che al momento il numero “ufficiale” di posti letto di terapia intensiva era nelle Marche di 115 posti letto (in realtà 8 di questi 115 letti sono tornati operativi a maggio 2020 per via dei lavori fatti all’ospedale di Macerata). Il che voleva dire che molti posti letto di terapia intensiva occupati dai pazienti Covid erano aggiuntivi ed erano stati creati ad hoc nei blocchi operatori e in aree di degenza non intensive. Contestualmente erano diminuite le attività chirurgiche programmate visto che i blocchi operatori e gli anestesisti erano impegnati su questo nuovo drammatico fronte. In questo contesto Ceriscioli il 23 marzo nel comunicato stampa afferma: “Dopo aver verificato nella mattinata con l'ex capo della protezione civile Guido Bertolaso le possibilità e le modalità concrete di realizzazione della nuova struttura che ospiterà 100 posti letto in più di terapia intensiva per fronteggiare l'emergenza Coronavirus…Per realizzare questo progetto occorrono 12 milioni di euro. Non possiamo farlo con le risorse pubbliche, non perché non abbiamo a disposizione questa cifra, ma per i tempi strettissimi che sono necessari. La macchina che si è messa in moto è velocissima. L’obiettivo è di realizzare l’impianto in 10 giorni, un tempo non compatibile con le regole e le procedure del settore pubblico… Sono due le opzioni prese in considerazione per la localizzazione della struttura: una nave o il Palaindoor di Ancona, che per caratteristiche si presta ad una velocissima riconversione in un reparto altamente specializzato per la rianimazione.”

 

Alla fine alla Fiera di Civitanova, identificata come sede idonea con la DGR  415/2020, sono stati realizzati 6 moduli da 14 posti letto, 3 di intensiva e 3 di semintensiva. Usati per pochi pazienti e pochi giorni nella coda della prima fase della epidemia con personale reclutato dall’ASUR con procedure “interne”.

 

Il Fiera Hospital può essere considerato un ospedale?

 

Il Fiera Hospital (FH) può essere considerato solo una struttura temporanea o comunque da usarsi solo in situazioni di assoluta emergenza. Non ha le caratteristiche strutturali ed organizzative di un ospedale come previste dalla normativa corrente oltre che dalla pratica clinica ed organizzativa. Infatti, gli ospedali con terapia intensiva sono almeno di I livello, ospedali  che il DM 70 del 2015 regolamenta così: “I presidi ospedalieri di I livello, con bacino di utenza compreso tra 150.000 e 300.000 abitanti, sono strutture sede di Dipartimento di Emergenza Accettazione (DEA) di I livello, dotate delle seguenti specialità: Medicina Interna, Chirurgia Generale, Anestesia e Rianimazione, Ortopedia e Traumatologia, Ostetricia e Ginecologia (se prevista per numero di parti/anno), Pediatria, Cardiologia con Unità di Terapia Intensiva Cardiologica (U.T.I.C.), Neurologia, Psichiatria, Oncologia, Oculistica, Otorinolaringoiatria, Urologia, con servizio medico di guardia attiva e/o di reperibilità oppure in rete per le patologie che la prevedono. Devono essere presenti o disponibili in rete h. 24 i Servizi di Radiologia almeno con Tomografia assiale computerizzata (T.A.C.) ed Ecografia, Laboratorio, Servizio Immunotrasfusionale.”

 

Il senso di collocare solo in ospedali di questo tipo le attività di terapia intensiva è quello di metterle in condizioni di avere tutte le competenze necessarie per far fronte alla complessità e molteplicità dei problemi clinici che i pazienti ricoverati in tali aree hanno. Fare attività di terapia intensiva al di fuori di un ospedale vuol dire sicuramente aumentare il rischio clinico dei pazienti.

 

Cosa sono, quanti sono e quanti dovrebbero essere i posti letto di terapia intensiva nelle Marche

 

I posti letto di intensiva sono posti letto in aree di degenza che strutturalmente sono di solito in moduli dagli 8 ai 12 posti letto per favorire una ottimale organizzazione del lavoro del personale che ha contemporaneamente sotto monitoraggio un consistente  numero di pazienti. Quello che caratterizza le terapie intensive è la grande quantità di medici rianimatori e di infermieri specificamente addestrati necessari, personale che deve essere abituato a lavorare assieme in equipe. Servono più o meno 1 medico rianimatore e 3 infermieri per posto letto. Con una concentrazione dei pazienti in moduli come quelli di Civitanova con un maggior numero di posti letto (14) questo fabbisogno diminuisce per una ottimizzazione (solo da questo punto di vista) dell’organizzazione del lavoro.

 

Per evitare i problemi incontrati nella prima fase della epidemia il Decreto Rilancio di maggio ha previsto che le Regioni aumentino i posti letto di terapia intensiva dentro gli ospedali della loro rete. Per situazioni eccezionali il Ministero ha previsto 4 moduli mobili di 50 posti letto ognuno da destinare alle Regioni che ne avessero bisogno (in realtà non pare che siano stati ancora acquisiti).

 

Per le Marche il Decreto Rilancio ha previsto 105 posti letto in più di terapia intensiva, che la Regione Marche ha previsto di collocare con la DGR 751 del 16 giugno 2020 in questo modo:

 

  • Torrette: 36 posti letto (pl)
  • Salesi: 2 pl
  • Pesaro: 41 pl
  • Fermo: 14 pl
  • San Benedetto del Tronto: 5 pl
  • Jesi: 7pl.

 

Ad oggi di questi 105 posti letto in più ne sarebbero stati resi operativi 12. Quanto al personale in più disponibile non ci sono dati ufficiali. Mi limito a dire che certamente non è arrivato in quantità sufficiente. Il ritardo nella attivazione dei posti letto previsti nel Decreto Rilancio è comune alla grande maggioranza delle Regioni ed ha risentito di una certa “farraginosità” della procedura amministrativa con cui tale attivazione sarebbe dovuta avvenire. Sul ritardo nella acquisizione di più personale non ho informazioni.

 

E’ utile ricordare qui che nelle Marche secondo quanto riportato nella DGR 415/2020 erano stati, alla data del 1/4/2020, attivati ulteriori 122 pl di TI in aggiunta ai 115 pl già presenti nella dotazione regionale (di cui 46 occupati da pazienti COVID-19 positivi).

 

La situazione attuale delle terapie intensive e semintensive delle Marche

 

Oggi 25 ottobre i ricoverati in terapia intensiva, semintensiva e negli altri reparti è pari rispettivamente a 26, 33 e 168. Numeri molto lontani da quelli dei giorni di avvio del progetto del FH  (25 marzo: 148, 179 e 577), ma sono numeri in progressivo rapido aumento.

 

Il razionale tecnico della riapertura del Fiera Hospital di Civitanova Marche

 

La riapertura del FH si potrebbe giustificare in rapporto a due possibili obiettivi:

 

  • far fronte a pazienti che hanno bisogno di cure intensive che la rete ospedaliera non riesce ad erogare per saturazione dei posti letto di TI disponibili;
  • evitare che gli spazi e le risorse destinate negli ospedali ai pazienti Covid positivi in TI interferiscano troppo pesantemente sull’assistenza agli altri pazienti soprattutto bloccando o riducendo l’attività chirurgica programmata.

 

In questo momento l’obiettivo della riapertura sarebbe il secondo, visto che c’è ancora disponibilità di posti letto di TI negli ospedali della Regione. In tutti i casi il principale problema è rappresentato dalla carenza di personale specializzato sia medico che infermieristico.

 

Si tratta allora di trovare un punto di equilibrio tra la massima risposta che si può dare con i posti letto di terapia intensiva degli ospedali (quelli attivi e quelli attivabili) senza interferire in modo inaccettabile con la loro attività complessiva e quella che si potrebbe offrire al FH nel caso (da verificare) che la offerta “possibile ed opportuna” degli ospedali non fosse sufficiente. Avendo ben chiaro che per definizione il FH dovrebbe essere considerato all’insegna del principio “rompere il vetro in caso necessità”.

Perché la riapertura abbia senso occorre che ci siano le seguenti condizioni preliminari da verificare:

 

  1. la rete ospedaliera delle TI della Regione sta saturando la sua capacità operativa il che richiede di verificare qual è il numero di posti letto di TI attivi ed attivabili senza interferire “in modo inaccettabile” con il resto delle attività anche sulla base della esperienza della prima fase della epidemia;
  2. sia definita quantità e qualità di personale del personale necessario al FH in funzione dei moduli attivati e sia fatto in modo che la qualità dell’assistenza garantita sia di pari livello rispetto a quella erogata nei normali ospedali grazie a protocolli operativi, creazione di equipe dedicate, iniziative di formazione, ecc;
  3. sia verificato che non si determini negli ospedali che mettono a disposizione il personale per il FH una riduzione di attività “significative” né dal punto di vista quantitativo che qualitativo;
  4. siano chiari i criteri di selezione dei pazienti;
  5. siano chiare le responsabilità e i ruoli dirigenziali (direttore medico e coordinatore infermieristico di questa unità operativa “temporanea e a rotazione”, direzione medica, ingegneria clinica, rischio clinico, ecc.);
  6. siano chiari criteri di reclutamento del personale da impiegare al FH come pure gli aspetti di carattere economico e assicurativo;
  7. sia previsto un sistema di monitoraggio clinico, economico ed organizzativo dell’intero progetto;
  8. siano chiare le modalità di comunicazione a pazienti e familiari.

 

Considerazioni finali

 

Questo appunto non affronta il tema dei moduli semintensivi o dell’eventuale utilizzo del FH per pazienti Covid non intensivi. Sarà facile adattare la stessa metodologia a questi ulteriori utilizzi della struttura.


Il formaggio svizzero e il controllo della pandemia da Covid-19

di Claudio M. Maffei, 22 ottbre 2020

E’ uscito ieri su Quotidiano sanità un interessante articolo di Donato Greco sul controllo “da domani” della diffusione del Covid-19. In modo accattivante e analitico Greco (epidemiologo in pensione e mio maestro all’inizio della mia -si fa per dire – carriera) propone un rientro ad una normalità responsabile ed attrezzata, rientro che prevede di accettare il rischio e di promuovere una serie di misure di contenimento raggruppate in cinque categorie (proteggere i deboli, sorveglianza sul territorio, interventi sulla scuola, interventi sulla comunità e più intelligence). In questo complesso di interventi ci sono un po’ tutti quelli che in varia misura le Regioni, anche sulla base delle indicazioni ministeriali, stanno cercando di mettere in campo. Ne ricordo solo alcuni: sorveglianza attiva nelle Residenze Sanitarie Assistenziali, vaccinazione contro influenza e Covid-19 (quando sarà possibile), maggiore disponibilità di posti letto semintensivi ed intensivi con elasticità di espansione, potenziamento dei dipartimenti di prevenzione con nuovo personale e modalità operative flessibili, potenziamento dell’assistenza domiciliare, potenziamento delle strutture scolastiche in termini di edifici, servizi, attrezzature digitali e così via. In questo modo diventerebbe possibile ridurre sostanzialmente la massa delle misure di controllo generalizzate a favore di interventi mirati e modulabili nel tempo specifici per area geografica e situazione di popolazione. La guida a questi interventi dovrebbe essere la costante lettura dei dati epidemiologici che già si raccolgono localmente ed a livello nazionale. Rispetto ad altri messaggi istituzionali e tecnici quello di Donato Greco si caratterizza per la sua sistematicità e per la chiarezza che fa sull’orizzonte finale: con questa malattia dovremo “domani” convivere al pari di quello che abbiamo imparato a fare con altre malattie virali respiratorie. Senza interferenze drastiche sul modello di vita e sulle attività economiche.

 

Sulle misure di “oggi” Donato Greco non prende posizione, ma su questo e sulle future strategie di convivenza col Covid-19 ci  può venire in aiuto il modello del formaggio svizzero. Questo modello è stato usato da James Reason nel 2000 per rappresentare graficamente come si originano gli eventi avversi nell’ambito delle attività di gestione del rischio clinico. Reason ebbe in precedenza il modo di elaborare questo modello durante gli anni spesi come ricercatore psicologo all’Istituto di Medicina dell’Aviazione della Royal Air Force britannica e all’Istituto di Medicina Navale e Aerospaziale degli Stati Uniti. Reason così si esprime “ In un mondo ideale ciascuno strato difensivo sarebbe intatto. Ma nella realtà essi finiscono per somigliare a tante fette di formaggio svizzero, ognuna delle quali ha dei buchi. Ma a differenza di quanto avviene con le fette di formaggio questi buchi continuamente si aprono, si chiudono e   si spostano. La presenza di buchi nella singola fetta non si traduce di solito in un evento avverso. Che è invece quello che si verifica quando i buchi dei diversi strati si allineano permettendo che la traiettoria di un possibile incidente si trasformi da rischio in un evento dannoso”.

 

Come è stato anche ricordato ieri sul Corriere della Sera online, questo modello del formaggio svizzero è stato adattato dal virologo Ian M. Mackay alla lotta ai virus respiratori come il coronavirus. Nella versione 1.3 del suo modello le “fette” sono rappresentati dal  distanziamento fisico, dalla ventilazione, dalle maschere, dal lavaggio delle mani e pulizia delle superfici, da metodi rapidi e sensibili per  testare e rintracciare, dalle misure di isolamento e quarantena, dalla informazione e supporto economico da parte del governo e dai vaccini. Ogni fetta ha dei buchi, ma usate tutte assieme possono funzionare.

 

Nell’approccio proposto da Donato Greco alla convivenza col Covid-19 le fette sono molte di più perché includono anche altri tipi di misure come quelle per trattare a domicilio il maggior numero possibile di persone e la tutela proattiva dei soggetti maggiormente a rischio. Il modello del formaggio svizzero ci aiuta a capire che non c’è una singola misura in grado di contenere la diffusione della malattia e che più ne impariamo ad usare e meglio è. Questo da una parte ci preoccupa, perché sarebbe bello (ma impossibile come ci ricorda la grande Gianna) che un vaccino potesse risolvere tutto. Dall’altra ci stimola a ragionare e soprattutto operare perché tutte le fette del formaggio vengano al più presto e al meglio messe in campo. Non tutte le fette hanno la stessa presumibile efficacia (in termini di numero e dimensioni dei buchi) e non tutte hanno gli stessi costi di implementazione e lo stesso impatto sociale. Va notato che alcune che sono di specifica responsabilità delle istituzioni politiche e sanitarie (come la identificazione degli infetti, il tracciamento e la quarantena dei contatti e la gestione domiciliare dei casi clinicamente meno impegnativi) accusano in molte Regioni gravi ritardi e spingono verso misure dai costi sociali elevatissimi come le varie forme selettive e mild di lockdown. Oppure verso misure ad alto costo e scarsa logica clinico-organizzativa come le paventate riaperture delle rianimazioni in Fiera di MilanoCivitanova Marche.